La questione data, formalmente, dal 1980, da quando – addì 30 luglio – la Knesset approva nella legge fondamentale la parte relativa a “Gerusalemme capitale di Israele”. Da quel momento in poi, per lo Stato israeliano “Gerusalemme, completa e unita, è la capitale di Israele”, ed è “La sede del Presidente dello Stato, della Knesset, del Governo e della Corte Suprema”.
Lungi dall’essere, dunque, uno slogan della destra, la questione di Gerusalemme capitale investe tutta la classe politica israeliana. Di sinistra e di destra, laburista e likudista, religiosa e laica. Investe gli stessi uomini politici che hanno investito sulla pace tra israeliani e palestinesi. Un esempio su tutti, Ytzhak Rabin, nel discorso pronunciato il 5 ottobre 1995, esattamente un mese prima di essere ucciso da un estremista della destra israeliana, Yigal Amir.
“I confini dello Stato di Israele, in una soluzione permanente, saranno oltre le linee [di armistizio] esistenti prima della Guerra dei Sei Giorni. Noi non ritorneremo alle linee del 4 giugno 1967”. Tra i cambiamenti più importanti che i ‘fatti sul terreno’ hanno inciso sul conflitto israelo-palestinese, c’è Gerusalemme. “Prima di tutto, Gerusalemme unita, che include Ma’ale Adumim e Givat Ze’ev – come la capitale di Israele sotto sovranità israeliana”. Una città, dunque, che include sin da allora due colonie importanti, Ma’ale Adumim e Givat Ze’ev, costruite a est della Linea Verde, a cui negli anni si sarebbe aggiunta Har Homa, l’imponente insediamento israeliano a ridosso di Betlemme costruito su terra privata palestinese, espropriata come parco pubblico e poi resa edificabile durante il primo governo di Benjamin Netanyahu.
Su Gerusalemme unita, su Gerusalemme una e capitale indivisibile di Israele nessuno discute, tra i politici israeliani che hanno guidato il Paese. Smentendo la vulgata (molto spesso al limite della propaganda) che parla dei leader palestinesi come di coloro che non hanno saputo cedere al momento opportuno in cambio di pace, sicurezza e di un pezzo di terra. Nessuno, da parte israeliana, avrebbe ceduto Gerusalemme nel quadro del processo di pace di Oslo. Tantomeno adesso, dunque, cederebbero Netanyahu, il suo governo, i suoi alleati.
Gli Stati Uniti, in questi decenni, hanno giocato di rinvio. Come tutta la comunità internazionale, Europa e Italia comprese. Hanno nascosto nel cassetto la questione di Gerusalemme, riservandosi di affrontare il nodo simbolico e politico della Città Tre Volte Santa alla fine del processo di pace. Niente di più miope. Nonostante gli avvisi più volte ripetuti dagli stessi consoli europei sempre più allarmati nei loro rapporti annuali sulla situazione a Gerusalemme, le cancellerie si sono guardate bene dal fare alcunché. Niente di niente, sul terreno. Hanno solo messo il loro timbro virtuale su una situazione sempre più incancrenita, sempre più difficile da dipanare in giustizia e sicurezza.
In un contesto così sfilacciato, si inserisce il ballon d’essai (atteso, a dire il vero) del presidente eletto Donald Trump. Dopo aver inserito Daniel Friedman tra i suoi consiglieri più stretti durante la campagna elettorale, Trump ora dà a Friedman un ruolo importante, ma non decisivo. Sarà il prossimo ambasciatore americano presso lo Stato di Israele. Non sarà il segretario di Stato. E un ambasciatore, pur vicinissimo al presidente e legatissimo alla lobby dei coloni israeliani, non può decidere lo spostamento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Lo ha già deciso il Congresso (con il Jerusalem Embassy Relocation Act) e lo deve attuare il presidente degli Stati Uniti in carica, che sinora ha giocato al rinvio.
Dunque? Dunque, formalmente ci si avvierebbe verso lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme. Friedman è un sostenitore, anche dal punto di vista finanziario, dell’impresa dei coloni, che negli Stati Uniti hanno tra i loro investitori più rilevanti. E il consolato americano è già da alcuni anni ad Arnona, in un quartiere nella zona orientale della città, sì, ma allo stesso tempo in un quartiere edificato dagli israeliani. Uno di quei quartieri, insomma, che per le Nazioni Unite sono vere e proprie colonie israeliane costruite a est della Linea Verde dell’armistizio del 1949, contravvenendo alla Quarta Convenzione di Ginevra in quanto (Israele) potenza occupante.
Il consolato americano ad Arnona prefigura la possibilità di spostare anche simbolicamente alcuni uffici dell’ambasciata che è a Tel Aviv, come tutte le ambasciate. Nel frattempo, gli americani potrebbero costruire un edificio sulle Allenby Barracks, sui cosiddetti Acquartieramenti di Allenby, il campo militare del Mandato Britannico che hanno affittato molti anni fa al prezzo simbolico di un dollaro all’anno per 99 anni. Non lontano dall’attuale consolato, ma questa volta a ovest della Linea Verde. Questione di metri, ma a Gerusalemme i metri sono importanti. Segnano la Storia.
Tra il ballon d’essai di Donald Trump con la nomina di Daniel Friedman ad ambasciatore presso lo Stato di Israele e lo spostamento fisico dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme ce ne corre. Ci vuole tempo, e la vecchia burocrazia diplomatica potrebbe – durante questo lasso di tempo – fare qualcosa. Se, invece, la destra israeliana, la lobby dei coloni, i sostenitori americani della destra israeliana facessero di questo spostamento un simbolo, una moneta con la quale essere ricompensati, beh, allora, povera Gerusalemme!
(Alla prossima puntata)
Volevo cominciare a scrivere un Diario da Gerusalemme – 4 anni dopo… E invece la cronaca e la diplomazia mi strappano dal torpore. La foto l’ho scattata un mese da Abu Tor verso Silwan. Silwan è uno dei nodi di Gerusalemme: un luogo dove la lobby dei coloni sta agendo con forza e sostegni governativi per far espropriare le case dei palestinesi. Una delle micce accese sotto la cenere. La possibile futura ambasciata americana dista forse due chilometri.
