Chissà come l’hanno ricevuta a Betlemme, la 2334. Chissà come l’hanno ricevuta al di là del Muro, la 2334, con il grande albero di Natale piazzato ancora una volta nel grande parcheggio che la Piazza della Mangiatoia è durante tutto l’anno. Chissà cos’hanno pensato a Betlemme, chiusa dal Muro e circondata dalle colonie, di una risoluzione dell’Onu che finalmente (o sarebbe meglio dire ‘ancora una volta’?) alza la voce e conferma ciò che chiunque viva di fronte alla Natività vede ogni giorno?
La 2334, nella Betlemme agghindata per Natale e per i pellegrini, è un altro numero che si aggiunge alla lista di numeri snocciolati anche nella stessa risoluzione approvata ieri, 23 dicembre, dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. “Reaffirming its relevant resolutions, including resolutions 242 (1967), 338 (1973), 446 (1979), 452 (1979), 465 (1980), 476 (1980), 478 (1980), 1397 (2002), 1515 (2003), and 1850 (2008),…..”
Dunque, la 2334 non serve a nulla? Non è niente altro che un pezzo di carta, l’ennesimo prodotto dall’ONU assieme a rapporti, relazioni, relazioni, rapporti, rapporti, rapporti, tonnellate e tonnellate di annotazioni che – assieme – narrano burocraticamente la storia di questo conflitto? Sì, lo è un pezzo di carta, per l’esattezza tre paginette. È anche, però, qualcos’altro. È un pezzo di diplomazia che, nel suo dipanarsi è un pezzetto di storia: una di quelle paginette che, ben analizzate, dovrebbero essere portate a un corso di storia delle relazioni internazionali.
Cosa dice la risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu? Afferma di nuovo che le colonie israeliane in terra di Palestina sono illegali. Chiede a Israele di fermare subito la colonizzazione di un territorio che occupa da quasi 50 anni. Usa un linguaggio fermo, deciso, preciso, come quello usato nel tanto contestato documento prodotto dagli Stati membri dell’Unesco.
Ecco il testo, nel suo corpo centrale:
“Stressing that the status quo is not sustainable and that significant steps, consistent with the transition contemplated by prior agreements, are urgently needed in order to (i) stabilize the situation and to reverse negative trends on the ground, which are steadily eroding the two-State solution and entrenching a one-State reality, and (ii) to create the conditions for successful final status negotiations and for advancing the two-State solution through those negotiations and on the ground,
1. Reaffirms that the establishment by Israel of settlements in the Palestinian territory occupied since 1967, including East Jerusalem, has no legal validity and constitutes a flagrant violation under international law and a major obstacle to the achievement of the two-State solution and a just, lasting and comprehensive peace;
2. Reiterates its demand that Israel immediately and completely cease all settlement activities in the occupied Palestinian territory, including East Jerusalem, and that it fully respect all of its legal obligations in this regard;
3. Underlines that it will not recognize any changes to the 4 June 1967 lines, including with regard to Jerusalem, other than those agreed by the parties through negotiations;
4. Stresses that the cessation of all Israeli settlement activities is essential for salvaging the two-State solution, and calls for affirmative steps to be taken immediately to reverse the negative trends on the ground that are imperilling the two-State solution.”
La risoluzione dice ciò che diplomatici e giornalisti e funzionari delle organizzazioni internazionali dicono da così tanti anni da aver lasciato ormai il proprio ottimismo della volontà a casa, chiuso a chiave in un cassetto. Cosa c’è di nuovo, allora?
La riunione è stata un concentrato di cosa significa diplomazia, in ciò che viene detto, nel modo in cui viene detto, e in quello che viene taciuto. Me lo sono vista e rivista, la riunione, grazie allo streaming della TV delle Nazioni Unite, e domani – a Natale – ve la spiego.
L’elemento centrale, che dice moltissimo di quello che sta succedendo, è stato l’applauso liberatorio dopo la votazione. Una sostanziale unanimità. Un formale 14 a 1. 14 voti a sostegno della risoluzione e l’astensione degli Stati Uniti, che non hanno applaudito. Ma tutti gli altri sì, con una specie di sollievo. Non ero un applauso di gioia. Era un applauso liberatorio, dopo una tensione che non durava da giorni, ma da anni. Da quando l’incremento delle colonie è divenuto così rapido, senza ostacoli, arrogante da mettere assieme fronti diplomatici che non si sarebbe mai trovati assieme attorno a una simile risoluzione.