Via Andegari 6

Mi ha colpito soprattutto la porta. La porta verdolina dell’ultimo piano di via Andegari 6. Il cuore della casa editrice Feltrinelli. Una porta massiccia, eppure ingentilita da quel colore così siciliano. La prima volta che l’ho attraversata, quella porta, avevo timori e allo stesso tempo molta speranza. Niente di anormale, anzi, molto di scontato quando si attende un giudizio sulla propria scrittura. Su di un libro, poi…

La storia della gestazione di Arabi Invisibili, il mio primo libro pubblicato da Feltrinelli, qualcuno la sa già. È una bella storia a lieto fine.

Avevo scritto di getto l’introduzione e un capitolo, avevo chiarissimo in testa quale operazione culturale volevo fare e cosa volevo scrivere. Volevo rompere la vulgata imperante, e fornire uno strumento diverso, soprattutto raggiungendo un pubblico più vasto degli specialisti. Era il 2005, gli editoriali di Magdi Allam imperavano, la descrizione degli arabi era simile a quella che riempie ancora oggi (ahimè!) le pagine di tutti i quotidiani, rarissimi esclusi. Stereotipi, cliché, caccia al capro espiatorio, razzismo. Arabi Invisibili lo ritenevo necessario, seppure forse un po’ di avanguardia. Il tempo mi ha dato ragione: me ne accorgo quando incontro gli studenti universitari, o coloro che erano all’università dopo la pubblicazione del libro, nel 2007. Molti di loro mi ringraziano, perché sono entrati nel mondo arabo attraverso una porticina: la porticina della vita quotidiana e della pop culture, delle suonerie e delle musalsalat, delle discussioni politiche e della difficoltà del vivere.

Nel 2005, quando mi venne in mente di scrivere Arabi Invisibili, vivevo dall’altra parte, là dov’erano ‘i leoni’. Me n’ero andata via dal Cairo, dove il regime di Hosni Mubarak ingrigiva tutto,ma dove – nel rifugio della pagina virtuale, all’interno del web ancora poco conosciuto dalle forze di sicurezza – si muovevano tanti ragazzi, pronti a combattere per la propria dignità e per la propria libertà. Per le rose, non solo per il pane. Vivevo a Gerusalemme, e lì lo sguardo sul Mediterraneo e sull’Europa era ancora diverso. L’urgenza di descrivere com’era il mondo in cui mi era capitato di vivere mi mordeva. Dov’erano gli arabi che frequentavo ogni giorno? Invisibili. Trasparenti. Disumanizzati. Mohammed, il pediatra egiziano di nostro figlio, grande medico, una specializzazione al Gaslini di Genova, mi chiese di descriverli per quello che erano. “Tu lo sai. Tu sei con noi ogni giorno. Non permettere che ci trattino così”. Ho mantenuto la promessa.

Un’amica carissima, grande animale editoriale, lesse le prime pagine, il focus, e mi consigliò di scrivere il libro di corsa. Ce n’era bisogno. Le prime due case editrici lo rifiutarono. Una rispose, dietro le quinte: “di arabi ne abbiamo già per i prossimi 5 anni”. Altri due amici cari spedirono il testo a mia insaputa alla Feltrinelli. Giulia Maldifassi, allora capo ufficio stampa, lo distribuì a più editor.

D’istinto, decisi di mettere una sosta a Milano nel mio viaggio da Gerusalemme in Italia che avevo già preparato. Arrivai davanti alla porta verdolina di via Andegari. Per una donna classe 1961, leggere “GianGiacomo Feltrinelli editore” significava tornare indietro all’adolescenza, e ai libri che ci hanno segnato.  Non mi vergogno a dire che ero emozionata, per la targa d’ottone e per la scritta, per il Gattopardo che avevo ereditato da mia sorella. Quello con la copertina giallo senape.

Mi accolse Giulia Maldifassi. Mi fece accomodare nella stanza con il tavolo rotondo, proprio di fronte al desk. Arrivò Raf Scelsi, che poi mi avrebbe accompagnato con sapienza, professionalità, affetto non sono nella composizione di Arabi Invisibili, ma mi avrebbe spinto a scrivere Hamas e Gerusalemme senza Dio. Era entusiasta del testo che aveva ricevuto, e io ero solo travolta da quello che mi stava capitando. La porta della saletta si aprì. Entrò Carlo Feltrinelli. Cercava Raf per altre ragioni, e Raf mi presentò. “Paola Caridi. Lei è quella che ha messo d’accordo i miei editor”, chiosò Carlo Feltrinelli. Poche battute, poi con Raf rimanemmo soli nella stanzetta. E lui commentò: “La pubblicazione di questo libro la davo per possibile al 70%. Dopo questa frase di Carlo, direi che possiamo darla per fatta”.

La porta verdolina l’ho attraversata molte volte, da allora. Mi mancherà molto, ora che la Feltrinelli si è trasferita.

Perché parlare di via Andegari 6? Perché è la festa della Repubblica, e la casa editrice Feltrinelli è stata parte della storia di questo complicato, lungo, variegato secondo dopoguerra.La composizione fotografica l’ho presa da Elena Mantelli, che ama la Feltrinelli e che, come spesso noi del 1961, fa il suo lavoro con un raro senso del dovere e della dignità.

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