5 giugno 2017. Il sole sorge, nel Mediterraneo, su un giorno a dir poco simbolico. Si dovrebbero ricordare i 50 anni dalla Guerra dei Sei Giorni vinta da Israele sulle truppe (e le aviazioni) arabe. 50 anni da una guerra che ha segnato il corso della storia contemporanea mediorientale in maniera indelebile. 50 anni di occupazione israeliana di Gerusalemme est, Cisgiordania, Gaza e Alture del Golan. Un anniversario così, mezzo secolo di storie, lutti, paci fallite, dovrebbe essere un modo per riflettere su ciò che succede oggi in Israele e Palestina.
No, il 5 giugno 2017 non va così. La notizia diventa un’altra. Notizia a sorpresa per il grande pubblico. Paventata dagli esperti. L’Arabia Saudita rompe le relazioni con l’avversario e competitor degli ultimi anni, il Qatar. Ryadh guida un gruppo di sodali e paesi-clientes. Assieme ai sauditi, inaspriscono le relazioni con Doha l’Egitto di Abdel Fattah el Sisi, fedele alleato. E poi gli Emirati Arabi Uniti. E il Bahrein in cui i sauditi mandarono i carri armati nei primi mesi del 2011 per sedare la rivoluzione di piazza delle Perle. E lo Yemen, travolto da una guerra crudele, che non guarda in faccia nessuno, guidata sempre dai sauditi, nella più totale indifferenza del mondo. A riempire le file di questa alleanza, le Maldive e infine quella parte della Libia controllata dal generale filo egiziano Khalifa Haftar.
Il cinquantesimo anniversario della Guerra dei Sei Giorni viene oscurato. Senza grande indignazione da parte di Israele. Anzi. Un tweet di Michael Oren, storico israeliano della guerra del 1967 (cui ha dedicato il libro più diffuso sull’argomento) chiarisce già quello che si muove dietro la decisione dura di Ryadh e dei suoi alleati. Dice Oren: “E’ stata tracciata una nuova linea sulla sabbia del Medio Oriente. Non più Israele contro gli arabi, ma Israele e gli arabi contro il terrorismo finanziato dal Qatar”.
Si potrebbe discettare sull’orientalismo che sottende a quell’immagine della sabbia dei deserti arabi, ma le questioni sono ben altre. La domanda è sempre la stessa: cosa c’è in ballo.
La vulgata che passa nell’informazione mainstream è ancora quella della divisione tra sunniti e sciiti. L’Arabia Saudita incarna ancora, secondo questa lettura, il campione della difesa del mondo sunnita (ma quale? Quello wahabita? I salafiti? Chi? Dove?). L’Iran fa sempre la parte del cattivo, ora che non è più presidente Barack Obama e che quindi l’accordo con Teheran è di nuovo in bilico. Gli sciiti contro i sunniti. I cattivi contro i buoni. L’Arabia Saudita rompe le relazioni con il Qatar perché il Qatar sostiene l’Iran, e di conseguenza il terrorismo (o viceversa…). E dunque l’Arabia Saudita deve proteggere la sua sfera di influenza dalla penisola arabica fin su a nord, alla Siria, e verso ovest, oltre l’Egitto.
È proprio così? È proprio questa la realtà politica, economica, sociale? Ci stiamo dimenticando qualcosa? Lo scontro Arabia Saudita-Iran è certo presente. Soprattutto quando si toccano aree sensibili, critiche, in cui la guerra è guerreggiata. La Siria, l’Iraq, lo Yemen. Basterebbero queste tre tragedie a dire molto dello scontro tra Ryadh e Teheran. Questo conflitto politico non basta, però, a spiegare la decisione di assediare il Qatar (perché di vero e proprio assedio si tratta). In ballo c’è ben altro: c’è la ricomposizione del Medio Oriente e del Nord Africa dopo il vero e proprio sconquasso causato dalle rivoluzioni arabe.
Il Qatar viene accusato di aver sostenuto l’islam politico, nelle sue varie forme, prima durante e dopo il 2011. Vero. Il Qatar ha ospitato e ospita Hamas: il programma politico elaborato a quasi 30 anni dal precedente, ammorbidito nella sostanza e modernizzato nei toni, è stato reso pubblico non casualmente a Doha appena cinque settimane fa. Il Qatar non ha fatto mistero di una sua propensione verso quella parte dell’islam politico rappresentato dalla Fratellanza Musulmana, nelle sue varie declinazioni nazionali. Al Jazeera ha dato amplissimo spazio alle diverse culture politiche espresse dalle rivoluzioni, ivi comprese le varie organizzazioni afferenti ai Fratelli Musulmani. Le rivoluzioni sono state mostrate quotidianamente da Al Jazeera, tv creata dal padre dell’attuale emiro, Hamid bin Khalifa, colui che ha trasformato il ruolo, la potenza, il peso specifico del Qatar.
Dall’altra parte, invece, chi c’era? L’Arabia Saudita, il competitor di sempre. Il paese che, all’indomani della rivoluzione tunisina, ha dato ospitalità a Zine el Abidine Ben Ali, il dittatore. Il paese che, all’indomani del golpe militare in Egitto di Abdel Fattah al Sisi, colui che ha dimissionato e messo in galera il presidente eletto Mohammed Morsi, ha aiutato il nuovo regime con finanziamenti pesantissimi. E, in cambio, ha anche chiesto indietro le due isolette del Mar Rosso che stanno causando serissimi problemi alla stabilità dell’Egitto. L’Arabia Saudita, che vanta un record tra i più negativi al mondo sulla difesa dei diritti umani e civili, è quel paese che bombarda lo Yemen senza la reazione dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, e che ha affossato con i suoi carri armati la rivoluzione inclusiva che era cominciata in Bahrein, piccolo regno ancora lontano dalla normalizzazione, dalla democrazia e dalla pace.
Lo scontro non è tra un Qatar buono che difende le rivoluzioni e un’Arabia Saudita cattiva che vuole riportare tutto come prima. Lo scontro, attraverso l’assedio al Qatar, è simile a quello di cui si discusse al Congresso di Vienna. Non c’era più la rivoluzione francese. C’era Napoleone. Ma dietro alle guerre di conquista di Napoleone c’era comunque, come lascito precedente della rivoluzione, un cambiamento epocale. Il Congresso di Vienna riuscì a riportare tutto, apparentemente, allo stadio precedente. A restaurare, appunto. Salvo poi scoprire che la Restaurazione era soltanto un fuoco di paglia, e che il 1848 era alle porte perché i semi erano stati piantati. Il tentativo dell’Arabia Saudita e dei suoi strani alleati (a proposito: e l’Oman? E il Kuwait? Dove sono, su quale fronte si attestano?) è di restaurare, di sostenere le controrivoluzioni. La domanda è la stessa di due secoli fa. Quanto durerà la restaurazione, la controrivoluzione? E cosa succede nelle pieghe di un regime, quello saudita, della cui crisi interna si sa pochissimo, accecati come siamo dai 100 miliardi di dollari agli USA per gli armamenti?
L’obiettivo a breve termine è chiaro: rovesciare l’emiro in Qatar e il suo potere. Si chiudono i collegamenti aerei, le frontiere, e si pensa anche di affamare la popolazione visto che dipende al 90% dall’Arabia Saudita. L’Iran, a dire il vero, ha già detto che può portare derrate alimentari con le navi. E se questo succedesse, la situazione diverrebbe davvero incandescente. Perché a questo quadro complicato bisogna aggiungere un altro comprimario. Gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti, e non Donald Trump. Gli Stati Uniti hanno in Qatar la più importante base aerea del Medio Oriente: 11 mila soldati di stanza nella base di Al Udeid, alle porte di Doha. Le truppe USA saranno parte in causa, nel caso l’alleanza guidata dai sauditi pensasse di rovesciare la famiglia dell’emiro al potere? Staranno a guardare? E cosa faranno di fronte a un possibile arrivo di navi iraniane con le derrate?
La questione va oltre il Qatar, l’Arabia Saudita, Israele che guarda con molto interesse la politica di Ryadh contro Qatar e Iran. La questione va diretta nel cuore delle istituzioni a Washington. Chi prenderà le decisioni sulla base aerea di Al Udeid? Donald Trump? Jared Kushner? Jim Mattis? Oppure la macchina burocratica americana cercherà di opporsi a una politica mediorientale che rischia di portare gli Stati Uniti dritti verso l’ennesima guerra e l’ennesimo intervento militare?
Di tutto si può parlare, oggi, ma non dei 50 anni che separano l’odierno Medio Oriente in fiamme dalla Guerra dei Sei Giorni. Oppure, ne stiamo già parlando?
