Diario americano – 1 – San Francisco

Sì, veramente incredibile, la Davies Hall. È la sala della San Francisco Symphony, poco meno di duemila posti, difficile da descrivere per l’ampiezza dello spazio e per la bellezza dell’acustica. Ieri l’orchestra della SFS suonava Sibelius e Sciostachovic, diretta con maestria da Osmo Vänskä, conduttore finlandese con una capacità rara di unire in un abbraccio tutti i solisti.

La Davies Hall ha un anello di posti attorno all’orchestra. Un modo inusuale (e molto bello) di ascoltare un concerto e osservare i volti dei musicisti, il raccordo tra di loro, il rapporto con il direttore, i singoli gesti.

Siamo entrati in punta di piedi nei riti di San Francisco. Pochissimi i turisti, ieri sera al concerto. C’erano alcune delle parti di una città da osservare con il dovuto pudore di chi vi entra per la prima volta. Riprendo, virtualmente, il testimone di Nicola Lagioia, che ci ha donato in questi giorni i racconti impressionistici di un profondo ovest a noi sconosciuto.

È un Occidente lontano, una volta estremo, di cui non si riescono immediatamente a comprendere le differenze. Sono annacquate da una omologazione consumistica che a volte nausea. Non bisogna, però, farsi ingannare da somiglianze sin troppo evidenti. La via dello shopping glamour, la passeggiata del sabato all’Embarcadero, Il caffè Illy-Giorgio Armani-D&G-gli italiani così stylish e coolish….. Poi l’Ovest emerge prepotente, proprio all’Embarcadero, con il vento teso della baia e il tempo che cambia in pochi minuti. Le nuvole coprono tutto. Brividi. I senzatetto che riempiono la città sono gli unici a sfidarlo, il tempo e non solo. Sono senzatetto e poveri spesso della mia generazione. Un passato freak, sogni svaniti, vita per strada, i ragazzi che si bucano aiutati dai più vecchi (anche qui, Nicola, anche qui….).

L’Ovest difficile è ancora tutto qui. E sbirciarlo, immaginarlo è commovente.

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