Diario americano – Segnali sonori (globali)

Suoni globali, oppure segnali sonori globali. Bisognerebbe trovare un termine per quei suoni che, ovunque nel mondo, ci parlano un linguaggio familiare, e ci fanno sentire – allo stesso tempo – parte di un unico contesto.

Se Marc Augé definisce nonluoghi i luoghi della globalizzazione, come definiamo i suoni?

Soprattutto i suoni meriterebbero una riflessione, perché le comunicazioni hanno creato un linguaggio e un vocabolario comprensibile a molti, moltissimi, forse quasi tutti gli utenti della globalizzazione. Anche coloro che solo raramente ne fanno parte. L’esempio più semplice è quello dei suoni dei viaggi. I bip usati su tutti gli aerei in tutto il mondo per segnalare al personale di bordo i tempi e i modi dell’assistenza ai viaggiatori e della tratta. I passeggeri conoscono intuitivamente quei bip, anche se in pochi, forse, si sono interessati al loro significato specifico. Fine della fase di decollo. Annuncio della fase di crociera. Inizio della discesa. Annuncio di una turbolenza. Se si pone l’attenzione sul linguaggio universale dei ‘suoni globali’, si scriverà un vero e proprio vocabolario, necessario non solo a comprenderli, ma anche a definire le linee del presente-futuro.

Come viene disegnato il mondo attraverso i suoni globali? Anzitutto, è un mondo segnato dai suoni della sicurezza. Le sirene hanno sottili differenze nazionali, ma il loro suono acuto e stridulo è comprensibile a tutti. Di per sé, non vi sarebbe grande distanza dall’utilizzo dei suoni nella fase precedente alla globalizzazione. I suoni della sicurezza, intesa come protezione della comunità, hanno una storia antica. Come le campane usate per segnalare pericolo (dagli incendi alle invasioni)

Cosa c’è di nuovo nei suoni globali securitari? La loro sostanziale laicità. Nessun rapporto con una gestione tradizionale, comunitaria e dunque anche segnata da strumenti religiosi. Vale, d’altro canto, per tutti i suoni globali. I bip degli aerei. I segnali acustici dei semafori (di sostegno ai ciechi e agli ipovedenti). I clacson. I suoni degli ascensori. Le suonerie degli smartphone, in massima parte omologati, colona sonora del mondo, a tutte le latitudini. Salvo eccezioni locali, che pure rimangono all’interno di un sistema omologato di proposte sonore.

Suoni neutri. Forse non neutrali. Suoni asettici, in una dimensione igienizzata della vita che va di pari passo con l’alienazione.

La riflessione ha avuto un input in un nonluogo di eccezione: l’aeroporto di San Josè in California. Meglio conosciuto come l’aeroporto della Silycon Valley. Meno di mezz’ora di macchina da Cupertino e dall’Infinity Loop. Una sorta di Apple Airport. Elegante, asettico, senza sbavature. Colori tenui. E  una tendenza alla semplificazione che rimanda a un cinema d’altri tempi, in bianco e nero, il cinema che si occupava dell’alienazione dagli Stati Uniti alla nostra Germania. Tutto semplice, tutto perfetto, tutto freddo. Hai bisogno di ricaricare il tuo IPhone? Che problema c’è? Le sedie delle salette d’attesa di fronte ai gate sono dotate – ognuna – di prese americane e di prese usb (perché qui si arriva da tutto il mondo e per tutto il mondo si riparte). E i bagni: ecofriendly (l’acqua dello scarico è riciclata); womenfriendly (il bambino può essere messo su un seggiolino con cintura accanto al wc); parentsfriendly (ci sono bagni per genitori e figli).

Tutto perfetto, tutto comodo, tutto semplice. E a me ricorda quel film americano con ‘faccia di gomma’ Jim Carey. Il sobborgo perfetto, i sorrisi stampati sul viso di ognuno degli abitanti, salvo scoprire che sopra il cielo del sobborgo c’era una cupola di vetro che copriva tutto e tutto registrava.

Lascia un commento