Viva la Giungla

Chi se la ricorda più la Giungla? La Giungla di Calais. Per intenderci, quel campo improvvisato per i migranti che tentavano di risalire l’Europa continentale e arrivare sino in Gran Bretagna. A costo di una vita già messa a rischio più e più volte, nella lunga marcia verso la dignità. La Giungla era una vera e propria città, ad ascoltare i racconti di chi c’è stato e di chi, volontario, cooperante, artista, ha lottato per l’umanità dolente della Giungla. I cittadini senza cittadinanza.

Di quella storia i più ricordano, forse, i fuochi che distrussero la Giungla, le divise dei poliziotti francesi, qualche servizio tv di approfondimento. E poi, nulla più.

C’è chi, per fortuna, è più bravo di noi. Chi pensa che una storia non finisca nella cronaca (a proposito, a dire il vero, la Giungla esiste ancora nella cronaca quotidiana, anche se le autorità francesi impediscono di costruire alcunché, niente tende, baracche, ricoveri). C’è chi, dicevo, è più bravo di noi che dimentichiamo. Perché la Giungla è stato uno dei nodi dell’incapacità europea di adempiere ai suoi impegni e di rispettare i suoi standard di difesa dei diritti umani e civili. Sulla Giungla, in sostanza, occorre ancora ragionare, riflettere e tirare delle conclusioni che ci aiutino, in questi tempi bui, precari, mediocri, ridicoli.

I più bravi sono, per esempio, coloro che a Londra hanno portato la storia della Giungla di Calais su una scena sorprendente, in uno spazio teatrale inusuale. The Jungle, alla Playhouse, è stato uno degli spettacoli teatrali più belli che ho mai visto. Oltre due ore e mezza di ritmo spesso incalzante e abilità attoriale alta. E un testo ricchissimo, non solo della complessità insita nella storia della Giungla. Ricchissimo di lingue, di suoni, di preghiere, imprecazioni, canti. Non poteva, d’altro canto, essere altrimenti: la Giungla era il mondo fuori dall’Europa concentrato in un campo, divisa com’era per quartieri-nazioni, gestita da un comitato che rappresentava le comunità e tentava di mediare i conflitti inevitabili in una convivenza così estrema.

The Jungle è riuscita a costruire una narrazione che non fosse retorica (solo un accenno di retorica, quel tanto che è concesso…) e che riuscisse a mettere assieme tutti gli elementi critici. Primi fra tutti quelli rappresentati dagli europei, loro sì retorici e balbuzienti di fronte al coraggio, la disperazione, l’attaccamento alla vita dei migranti.

Migranti futuro del mondo. Migranti colmi di dignità e forza di fronte alla stanca vecchiaia degli europei.

È ancora possibile che una pièce teatrale riesca a essere catartica. È possibile, ancora oggi, far passare attraverso le emozioni la necessità di difendere noi tutti dalla barbarie.

Sono tempi difficili, questi. Tempi in cui c’è poco tempo e poca forza rimasta. Mi piacerebbe che The Jungle arrivasse anche in questa Italia sempre più sorda. Un’Italietta sempre più ignorante e indifferente e orientalista, un’Italia in cui gli arabi, gli orientali in genere, vengono ritratti in una maniera al limite della volgarità con veli da odalisca e turbanti di materiale sintetico. Macchiette e non persone. Quanta distanza dalla veracità della Giungla, i vestiti sporchi sulla scena, i sirwal khamis afghano-pachistani accanto alle normali camicie dei profughi siriani ed eritrei.

A National Theatre and Young Vic co-production with Good Chance Theatre by Joe Murphy & Joe Robertson, from 16 June to 3 November.

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