Non era geniale, ma…

Ci voleva L’Amica Geniale versione tv perché riuscissi a immaginare la sofferenza di mia madre. Ci volevano gli sguardi impauriti di Lila e Lenù per comprendere fino in fondo quella ferita che le aveva segnato la vita. Una ingiustizia familiare e sociale assieme. Assunta Rossi era andata a scuola, ma come Lila solo fino alla quinta elementare. Era brava, amava studiare, ma la sua passione non sarebbe bastata a difenderla da tradizioni e povertà. Dopo aver superato gli esami di quinta elementare, andò a scuola accompagnata da mia nonna. Alla maestra mia nonna disse che Assuntina con la scuola l’avrebbe chiusa lì. “La maestra pregò mia madre di farmi continuare, di farmi andare alle medie. Ma lei disse no. Dovevo aiutarla a fare pane e pasta per tutta la settimana”.

Aveva dieci anni. Doveva aiutare in casa sua madre. Doveva lavorare.

Assunta Rossi era nata nel 1929 a Roma. Figlia di una famiglia contadina che il campo non lo aveva fuori città, ma appena a ridosso “dei Prati”, come dicono i vecchi romani. Alla Balduina, che allora non era ancora il quartiere della burocrazia e della media borghesia. In quella che poi diventò viale delle Medaglie d’Oro scendevano i carri di fieno.

I campi erano in alto. Erano simili a quelli, molto vicini, in cui fu ambientato “Brutti sporchi e cattivi”. Da lassù (ricordi di bambina), dal campo dei miei nonni, la Cupola di San Pietro era ancora più imponente. Famiglia povera, tre figli, due maschi e una femmina. Il casolare aveva la pergola, la cucina a legna, un bagnetto, le stanze al piano di sopra a cui si accedeva attraverso una scala esterna, la toletta davanti alla quale mia nonna si pettinava i suoi capelli bianchi, lunghi e finissimi. La sensazione di freddo e umido era persistente: segnava la distanza tra la povertà della campagna e gli appartamenti che sorgevano come funghi a poche centinaia di metri. Appartamenti come quello in cui noi abitavamo a via Boccea, casa di proprietà fatta con mutuo e cambiali.

I fratelli di Assuntina alle medie ci andarono, anche se a loro, di studiare, non interessava proprio. Era lei ad aiutarli nei compiti. Anzi, era lei che faceva i compiti per i due fratelli. “Ero una bambina, una femmina. E alle medie non mi ci mandarono”. Me lo ha ripetuto tante volte, nelle nostre chiacchierate di mattina a colazione. Nella voce non c’era nessuna rassegnazione. C’era, al contrario, la ferita mai sopita dell’ingiustizia. Lo diceva a me, perché a me piaceva studiare, e molto. Era come se io stessi saldando il suo conto in sospeso con una società ingiusta, verso i poveri e verso le donne, attraverso quei libri che mi compravo nella libreria sotto casa dove mi aveva aperto un conto illimitato. “Compra i libri che ti servono, non ti preoccupare. Poi io vado a fine mese a saldare il conto”. E così fece, per tutto il tempo del liceo e soprattutto dell’università. Risparmiava per me, senza dire niente a nessuno. Era la sua rivalsa verso la vita.

Ha fatto in tempo a vedermi lasciare casa per andare a fare il dottorato a Firenze. Ha fatto in tempo a visitare, orgogliosa, il monolocale in cui mi ero trasferita. “Si vede che è casa tua”, mi disse mentre guardava i libri sulla libreria a poco prezzo che avevo comprato. Non ha fatto in tempo a vedere il tutto il resto, ed è un dolore mai ricomposto. Non è, però, questo il dato rilevante. Il dolore di una figlia piena di nostalgia non è niente di fronte alla sofferenza di una bambina di dieci anni a cui viene detto che no, il suo futuro non sarà a scuola. Il suo futuro sarà diverso da quello che non ha neanche avuto l’ardire di sognare.

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