L’immagine, questa volta, non ha niente a che vedere con le mie ossessioni orientaliste, nonostante sia il classico dipinto (Jean Leon Gerome) che ritrae un cavallo arabo per vie del Cairo. Sul povero cavallo arabo sono concentrate le attenzioni e gli occhi degli astanti. Così, in questi giorni, succede a me, azzoppata da una stupida caduta in un vialetto dell’università di Palermo, complice la pioggia. Pronto soccorso, ricovero, operazione per una frattura scomposta alla caviglia, tutto mescolato in un cocktail fatto di sofferenza, amore, affetti, solidarietà, umanità, sguardi indimenticabili. Il cocktail che si compone spesso attorno a una persona fragile per infortunio o malattia. Questo il bollettino medico, per ora, che mi costringe a disdire tutti gli impegni per le prossime settimane, con mio grandissimo dispiacere. I medici sono stati chiari, e io approfitto della Rete per questa comunicazione “per le vie brevi” sui miei appuntamenti delle prossime settimane.
C’è chi, tra i miei cari amici, non perde la sua proverbiale ironia e commenta: “era l’unico modo perché ti fermassi di nuovo a scrivere, finalmente, invece di andare correndo”. Mio padre, invece, avrebbe detto che i “cavalli di razza hanno i garretti deboli”. Dal canto mio, il primo commento è: grande lezione di umiltà, questo infortunio, che mi ha anche consentito di sbirciare, da vicino, la sanità pubblica. Il ritratto, ahimè, di uno Stato.