Breve viaggio al cuore della dignità (del malato)

Il neon acceca. Acceca ancor di più quando il corpo si allinea al fuso orario del Policlinico di Palermo. I ritmi della sanità pubblica si ripetono – ferrei e uguali a se stessi – per tutta l’Italia. Come se gli ospedali, oggi, fossero ancora i pilastri integri che sorreggono un sistema nazionale. Il sistema sanitario nazionale. La rete che unisce il Paese. Pranzo alle 12. Cena alle 18. Medicazioni. E la sera che precipita in pochi secondi nella stanza del reparto ortopedia. Come il sole all’orizzonte.

“Forse è meglio spegnere la luce. Che ne pensate?”

M è accanto a sua sorella, la cura 24 ore al giorno con una dedizione rarissima. È l’unica che nella stanza si può muovere. Accendere la luce. Spegnere la luce. Usufruire del bagno (che non è per disabili). Scendere a prendersi un caffè e fumarsi una sigaretta. Aiuta sua sorella e aiuta le altre, infortunate e allettate, come si fa tra donne. Senza troppi convenevoli. Con una manualità antica, genetica, generosa.

“Sì, meglio spegnerla, la luce”.

M si prepara per la notte. Di corporatura minuta, M ha bisogno di poco spazio per sé: prende un piccolo materasso nel ripostiglio e lo sistema per terra, tra i due letti. Prepara lenzuolo e coperta. Il reparto le ha concesso di assistere sua sorella giorno e notte. Lo fa da settimane.

Sistemare quel materasso, visto con l’occhio estraneo ed esterno di chi legge, appare un gesto folle e fuori da ogni logica di un luogo di cura. Pubblico, peraltro. Eppure lì, visto dal letto accanto, il gesto di M è la rappresentazione di un amore sconfinato e di una difesa strenua della dignità profonda di una malata. È la conferma (se pur ne avessimo bisogno, e forse sì, in questi tempi retti dagli ignavi) che nei momenti più difficili e duri l’umanità raggiunge vette altissime. Il materasso è un giaciglio dove si riposa chi rimane accanto alla persona bisognosa di cura, sola nella sua infinita fragilità. È il soldato a guardia del sepolcro di Cristo, dipinto da Piero Della Francesca nella sala del comune di Sansepolcro. Il soldato a guardia nella sua umanità, nella sua perfettibilità e nei suoi errori: il soldato che si addormenta, spossato, e non si accorge di nulla. È la madre che si sistema il giaciglio accanto al capezzale del figlio, in un ospedale del Cairo o in un presidio sanitario da campo in una delle tante guerre. È il Samaritano dell’evangelico “prossimo tuo”: non ha alternative se non quella di soccorrere, e soccorrendo sua sorella aiuta tutte noi.

L’attenzione si concentra tutta su M, sul suo amore normale e infinito. È una carezza in uno stato di fragilità. È una preghiera per la bontà che può essere senza limiti. Distogliere lo sguardo da lei significa diventare di nuovo razionali e impietose, significa passare al radar lo stato della sanità pubblica del sud. Mi era già capitato, per le tragedie che colpiscono le famiglie, di rimanere invischiata nella sanità malandata del sud giusto trent’anni fa. Al Cardarelli di Napoli. Ricordi nitidissimi di infinita sporcizia e dedizione rara di infermieri e portantini. Ora a Palermo, trent’anni dopo. Pulizia migliore, di certo. Dedizione di infermieri e portantini, la stessa. Trent’anni, però, sono passati come un caterpillar su una sanità pubblica che appare, a chi la frequenta e ne deve usufruire, ancor più malata. Quasi in coma.

Il Policlinico di Palermo, come quello di Roma, è un prodotto architettonico che non regge all’urto dei tempi. Le macchine intasano i vecchi vialetti, a volte impediscono alle stesse ambulanze di passare e arrivare al pronto soccorso. I malati vengono spostati da un padiglione all’altro con ambulanze di servizio, troppo poche per le richieste di degenti e di infortunati di passaggio al pronto soccorso. Chi deve farsi le radiografie, chi deve essere spostato al reparto, chi ha una tac programmata. Spostati, con delicatezza ma sempre come dei corpi pesanti, da una barella a una lettiga, da un lettino di radiologia a una nuova lettiga. E poi sull’ambulanza, che piova o faccia bel tempo. “Signora, il giaccone se lo lasci addosso, che ora piove e dobbiamo arrivare all’ambulanza”.

E poi le carenze del reparto. Pronto il letto, ma il cuscino non c’è. “Scusi, non c’è il cuscino”. “Non ne abbiamo più. Appena ne troviamo uno… quando un paziente è in dimissioni. Altrimenti se lo faccia portare da casa”. Un dettaglio, niente di più. Non è però un dettaglio la mancanza di sacchetti per il catetere, per una intera sera, a cui si supplisce svuotando con un secchio quelli che sono ancora attaccati al paziente. Si fa quel che si può. Ci si ingegna, anche per difendere la dignità dei malati.

È questa la questione cruciale. “Si fa quel che si può”. La grande, inestimabile risorsa del sud, di tutti i sud del mondo, in cui i problemi si risolvono con la determinazione che proviene da una sola consapevolezza. Non ci sono alternative, e il mondo va così, non si può cambiare. Fatalismo unito a una capacità rarissima di arrangiarsi. Che si parli di sacchetti del catetere o del marchingegno con il quale si appendono le boccette di albumina per le flebo. Se non si hanno le aste per le bocce di vetro, con lo scotch si fanno degli anelli perfetti alla bisogna, preparati in quattro e quattr’otto per l’esperienza di anni, con cui si può appendere qualsiasi cosa. Ovunque. Gli infermieri sono infermieri, psicologi, confessori, clown, chierichetti necessari a una liturgia laica slabbrata. La liturgia dell’assistenza sanitaria al cittadino italiano (del sud).

In questo quadro manca il personale medico. Perché il personale medico manca. Non so cosa dicano le statistiche. So cos’hanno visto i miei occhi di paziente in ricovero urgente per una frattura scomposta. Pochissimi, rari medici. Moltissimi specializzandi. Come se un reparto intero si reggesse su di loro. Certo, il policlinico è universitario, vivaddio. Lo sbilanciamento tra la poca presenza di medici di esperienza e la iperpresenza di specializzandi, però,  era evidente come una cartina di tornasole. Con il ringraziamento continuo, intenerito dei pazienti di fronte a ragazzi coscienziosi, preparati, motivati, attivi. I ragazzi del Policlinico, rigorosi nel compilare le cartelle cliniche, fare le medicazioni, ascoltare i pazienti, prepararsi agli interventi chirurgici.

Ancora una volta… ancora una volta non è colpa dei ragazzi, che forse – sì – lo salveranno questo mondo che lasciamo loro disastrato e impoverito. Ancora una volta la colpa è tutta addosso alle generazioni che li precedono e i cui danni sono loro a dover riparare, ricucire, curare.

L’immagine: è il Buon Samaritano di Ernst Barlach, da Wikimedia Commons.

 

 

 

 

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