Sono arrivata a Gerusalemme, nel 2003, con due libri nella valigia. Uno era il capolavoro di Amos Oz, Storia d’Amore e di Tenebra. E’ stato il mio modo di entrare a Gerusalemme. Attraverso lo sguardo di Amos Oz ho conosciuto una parte della città. Non solo la parte ebraica, ma la sua parte. La Gerusalemme di chi l’aveva amata, chi l’aveva vissuta fin nelle viscere, chi per lei aveva tirato sassi contro i soldati britannici (me lo disse in una delle interviste che ebbi l’occasione di fargli), chi l’aveva poi tanto odiata da allontanarsene sino ai suoi ultimi giorni.
Per i casi della vita, andai a vivere per i miei primi mesi a Gerusalemme nel quartiere di Talbyeh, in un piccolo appartamento di fronte al Giardino delle Rose. Dall’altra parte della piazza – lo scoprii dopo – vi era la casa natale di Edward Said. La casa dove poi visse Martin Buber. Il piccolo appartamento di Talbyeh sapeva delle pagine di Storia d’Amore e di Tenebra. Poco luminoso, piccolo, pieno zeppo di libri e con un ingombrate pianoforte a coda che riempiva il soggiorno. Era la rappresentazione di una certa parte della società ebraica gerosolimitana. E io l’avevo già letta nel libro di Oz.
La mia gratitudine verso Amos Oz nasce, dunque, prima di aver avuto la fortuna di conoscerlo. A ripensarci, sono contenta di aver prima letto quelle terribili e profondissime pagine del suo capolavoro-autobiografia. Quando l’ho incontrato, quando ho visto la sua casa ad Arad, lui mi aveva già descritto se stesso.
Dopo averlo letto, l’ho ascoltato. Ho ascoltato la sua gentilezza e la sua severità. La sua serietà. La sua libertà. Libertà di pensarla come la pensava. In molte occasioni, durante la mia vita a Gerusalemme, l’abbiamo pensata in misura decisamente diversa. Soprattutto sugli interventi militari israeliani contro Gaza. Un vulnus, nel suo pensiero pacifista. Esattamente dieci anni fa, il pacifista Amos Oz non si schierò contro l’Operazione Piombo Fuso scatenata il 27 dicembre 2008 su Gaza. Hamas era responsabile dei razzi lanciati contro il sud di Israele, non lontano da Arad. “Una risposta da parte di Israele era, secondo me, comprensibile e accettabile”, disse in una intervista di pochi mesi dopo all’Independent. Aggiungendo, però, che “la sproporzione della risposta è qualcosa che io critico con severità”.
Appunto. Amos Oz era un uomo libero. Capace, cioè, di cambiare idea alla luce dei fatti. Un raro esempio di intellettuale serio, profondo, severo. Anzitutto con se stesso. E con i governanti israeliani, sempre di più col passare degli anni. Era un pacifista convinto, l’uomo del compromesso con i palestinesi. Il sostenitore di un divorzio consensuale con i palestinesi per dividersi la terra come se fosse una casa. A voi la cucina, a noi il salotto. È un compromesso, ma s’ha da fare.
Era così coerente, nei suoi credo, da attenersi sempre a un suo preciso modo di fare. Per andare da Arad a Gerusalemme sceglieva la strada più lunga. Mi chiede il percorso che avevo fatto, quando andai da lui. Gli dissi che ero scesa attraverso la Cisgiordania del sud. Mi rispose che lui non lo poteva fare. “Lo farò solo nel momento in cui ci sarà una guardia di frontiera palestinese a chiedermi il passaporto e a darmi il permesso di passare. Fino ad allora, farò un’altra strada”. E la faceva, per tornare in una Gerusalemme sempre più lontana da quella della nostalgia e dell’infanzia. “Quando avevo sei o sette anni, tiravo sassi contro le pattuglie britanniche a Gerusalemme”, mi disse durante un’intervista. “Le prime parole che ho imparato in inglese sono state British go home. La prima intifada di questo paese. E quando vedo i bambini palestinesi tirare pietre penso alla mia infanzia, penso alle somiglianze ma penso anche alle differenze. Penso a loro con ironia, con comprensione o con deja-vu”.
Non era più quella Gerusalemme, e lui lo sapeva bene. Era una Gerusalemme che non lo amava. Ci veniva raramente, e tutte le volte lo andavamo ad ascoltare. Lo consideravamo un regalo della vita. Non eravamo in molti, però, a pensarla così, e sulla mia pelle sento ancora il freddo di quella sera, vicino al King David Hotel, in cui il pubblico rimase silente, salvo qualche raro applauso, ad ascoltare il suo pensiero sul conflitto, sulle colpe degli israeliani, sugli ‘altri’, i palestinesi.
La vita mi ha concesso di rivederlo fuori da Israele. In Sicilia, la cui terra non è così dissimile dalla terra di un sabra, come lui era. E quando gli mostrai i muretti a secco e i fichi d’India tra Santa Margherita del Belice e Menfi, e gli chiesi – retoricamente – “cosa ti ricorda”, mi rispose “Israele e Palestina”. Era venuto in Sicilia per ritirare il Premio Gattopardo. Un premio che gli fece molto piacere, perché lui il capolavoro di Tomasi di Lampedusa se l’era letto decenni prima. Lo aveva amato moltissimo. E mentre passeggiavano nella villa, tra gli alberi rigogliosi, disse che lui lì ci era già stato, in sogno, nelle pagine del Gattopardo.
C’è un complimento involontario che Amos Oz mi ha fatto, e che ho sempre conservato nel cuore. Eravamo assieme a mangiare pesce a Sciacca, al porto, di fronte a un mare di un azzurro profondo. Un’atmosfera di famiglia, assieme a sua moglie Nily e a sua figlia Galia (con tenerezza lo chiamava Amos, e non papà, e con un amore sconfinato discutevano del conflitto israelo-palestinese da posizioni decisamente diverse). Mi disse che “noi” non dovevamo fidarci né dei filoisraeliani né dei filopalestinesi. In quel “noi” era custodito un piccolo mondo: il mondo degli abitanti di quella terra antica e difficile. Amos Oz aveva messo anche me e la mia famiglia nella stessa comunità complessa. Non eravamo più italiani, giornalisti, stranieri. Eravamo figli di una terra in cui avevamo scelto per tanti anni di vivere. Non ho mai ricevuto, nella mia esistenza, un riconoscimento così profondo del mio modo di vivere a Gerusalemme.
Se n’è andato un uomo serio, coerente, gentile. Un uomo con un rispetto infinito per le persone che aveva di fronte. Abbiamo i suoi libri, la sua voce, le sue parole. Non abbiamo più le possibili risposte alle nostre domande.
(l’altro libro che avevo messo in valigia è quello del cardinale Carlo Maria Martini, Verso Gerusalemme, sempre pubblicato da Feltrinelli).
