La parola per il 2019. Insieme

Insieme. Insieme si nasce. Insieme si costruisce. Soli si muore.

Ho scelto la mia parola per il 2019.

INSIEME

Forse è la parola ad aver scelto me, riecheggiata nei fatti (personali, sociali, nazionali e internazionali) in questo scorcio di fine d’anno. Fine 2018. È una parola che si è avvicinata a me perché ho dovuto chiedere aiuto: non solo ai medici, per la mia frattura alla caviglia, ma alla mia famiglia e ai miei amici. Dipendo dal loro aiuto, e questa è una lezione che va assorbita fino in fondo. Oltre i propri casi personali.

Insieme si vive. E quell’insieme significa un legame inestricabile tra chi aiuta e chi chiede aiuto, chi sa e fa e chi si affida, chi mette a disposizione dell’Altro sapienza e mani.

Insieme si costruisce.

“Sentirsi comunità significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri. Significa “pensarsi” dentro un futuro comune, da costruire insieme”. Parole di Sergio Mattarella, presidente della Repubblica Italiana, nel discorso più politico, più fermo e deciso, più social, tenuto il 31 dicembre 2018.

Pensarsi dentro un futuro comune, da costruire insieme. Chi non ha provato la guerra, l’invasione, l’occupazione, la guerra civile, ha la fortissima tentazione di dare a parole come “futuro”, “comunità”, “insieme” una levità talmente evanescente da finire come uno sbuffo di fumo da un comignolo. Un po’ di fumo, e quel sottile profumo di legna. E poi nulla più.

Così non è. Non lo dice solo la storia. Lo dice una cronaca che vada poco più oltre della comoda Europa (che pure, di segnali pericolosi, ne dà ogni giorno che passa).

“Due compagni di cui uno ha finito per ammazzare l’altro, dodici anni dopo. Ad Amin venne voglia di vomitare, erano divenuti dei cannibali. Il sapore del sangue e della carne nella bocca. Cannibali. Hanno fatto di noi dei cannibali, pensò, di fronte all’immagine di Sidali e Salim assieme, che guidano la rivolta sulla grande arteria verso Algeri, in mezzo ad automobilisti terrorizzati oppure esasperati, e di fronte agli idranti della polizia. Dei cannibali”.

 Adlène Meddi non l’ha, invece, ancora potuta dimenticare la cronaca del cosiddetto “decennio nero” algerino. Guerra civile, centinaia di migliaia di morti ammazzati, dall’una e dall’altra parte, terrorismo jihadista contro esercito, e viceversa. Una lettura della storia che non può essere né bianca né nera. Come infatti, nel romanzo di Meddi (1994, pubblicato dall’interessantissimo editore algerino Barzakh in francese, non ancora in italiano… e infatti il brano scelto l’ho tradotto malamente io). La letteratura, in questo come in altri casi, riesce là dove la politica, e ahimè talvolta anche la saggistica, non riescono: considera la complessità e le nuances il cuore di una storia.

Sidali e Salim erano assieme, prima. Fratelli. Uno, molti anni dopo, avrebbe ucciso l’altro. Storia di cui i miti sono pieni. E le cronache anche. Fino a che non le cancelliamo dalla nostra memoria.

Insieme. Insieme oltre le frontiere, i confini e i muri. Che crolleranno, eccome se crolleranno. Perché i luddisti, quelli che remano contro la corrente impetuosa della Storia, allora e oggi, perdono sempre. Mi piacerebbe se, in questo 2019, riflettessimo su teorie e prassi su cui studiosi in giro per il mondo riflettono già da molti anni. Per esempio John Keane, un altro autore che in Italia non è stato ancora tradotto. È stato il biografo di Vaclav Havel, insegna tra Sydney e la Germania, riflette da anni sui cambiamenti epocali che la nostra concezione di democrazia sta subendo, Nel suo ultimo volume, da pochissimo uscito presso Cambridge University Press (Power and Humility: The Future of Monitory Democracy), pone le basi per una teoria della “democrazia umile”, oltre i confini di una democrazia occidentale che reputiamo (falsamente) consustanziale all’idea stessa di democrazia.

La democrazia umile, secondo Keane, “comprende piuttosto la democrazia come la condizione in cui sono possibili i valori e le forme di vita che hanno valore. È una norma auspicabile la cui universalità, la cui applicabilità oltre le frontiere e in differenti contesti, ha origine dal suo impegno verso la pluriversalità, che significa una lotta militante per proteggere il popolo e la propria biosfera dappertutto”.

Utopia? Forse… e forse dalle utopie bisogna ripartire, se non si vuole continuare in questa cupio dissolvi planetaria che consegnerà ai nostri figli (non ai nostri nipoti…) una Terra piena di buchi  e ferite a cui nessuna cura potrà porre rimedio.

Da ultimo, una colonna sonora forse inusuale, per il primo giorno dell’anno. Un kaddish, una preghiera forse involontaria per l’ultimo lutto che la cultura mondiale ha avuto. Il lutto per la morte di Amos Oz.

Il finale del Kaddish, la terza sinfonia di Leonard Bernstein, pubblicata (che bella coincidenza!) nell’anno in cui sono nata (1961), è un augurio e un impegno. Per noi e per Dio, se un Dio esiste. “Ri-crearsi a vicenda”, persona umana e Dio. Ri-creare questo mondo che abbiamo ferito così tanto.

“O my Father, Lord of Light!
Beloved Majesty: my Image, my Self!
We are one, after all, You and I:
Together we suffer, together exist,
And forever will re-create each other.
Re-create, re-create each other!
Suffer, and re-create each other!”

Buon 2019, a tutte e a tutti.

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