Lo sport italiano – e soprattutto il calcio del Belpaese – deve aver proprio bisogno di soldi, per accettare di far disputare la Super Coppa in Arabia Saudita. Super Coppa che vede in campo la Juventus contro il Milan, il prossimo 16 gennaio, nella capitale economica dell’Arabia Saudita, Jeddah. La domanda più semplice, da assoluta profana e da vecchia utente di partite (fino alla strage Heysel, poi ho smesso, profondamente schifata), è: perché mai bisognerebbe andarsi a vedere una partita tra squadre italiane all’estero? So che si tratta di una domanda banale. Non è la prima volta che la Super Coppa italiana si svolge all’estero. Né sono così ingenua, soprattutto dopo aver vissuto 12 anni all’estero. Il nostro calcio nazionale ha ancora un pubblico forte oltreconfine, tra gli adulti così come tra bambini e adolescenti con il mito di diventare calciatori. Il Medio Oriente e il Nord Africa, in questo, non fanno eccezione. I nostri beniamini continuano a godere di buona fama, anche se da anni insidiata dalle squadre di calcio spagnole e britanniche. A Gerusalemme il tifo, tra adulti e bambini, israeliani e palestinesi, si divideva equamente tra i sostenitori del Real Madrid e quelli del Barcellona. E in Egitto il tifo per il Liverpool è salito in misura esponenziale dopo che Mohammed Salah è arrivato in squadra (ricordatevi che oltre un milione di egiziani, per far dispetto al regime di Abdelfattah al Sisi, ha annullato la scheda alle scorse presidenziali scrivendo il nome di Salah).
Dunque, perché stupirsi per una partita di calcio in Arabia Saudita? In fondo, nel 2016 la Super Coppa è stata disputata in Qatar, che qualche problema di violazioni di diritti (per esempio diritti del lavoro) ce l’ha. E l’anno prima a Shanghai? La Cina, in fatto di mancato rispetto dei diritti umani, ha moltissimo da farsi perdonare.
Allora, mettiamola così. Definiamo questa decisione di disputare la partita a Jeddah decisamente inopportuna. Soprattutto in questi giorni, settimane, mesi. Non partirei dalla questione dei diritti delle donne che mi sembra, qui in Italia, una bella foglia di fico su tutto il resto. Partiamo, invece, dai bombardamenti che l’Arabia Saudita ha scatenato sullo Yemen da anni, nel nostro sostanziale silenzio. Un silenzio doppiamente colpevole: non solo per quello che i bombardamenti hanno causato (un disastro umanitario, la morte per fame e colera dei civili yemeniti, la strage continua degli innocenti attraverso strike indiscriminati su obiettivi civili, crimini di guerra reiterati), ma perché nei bombardamenti si usano armi prodotte in Italia, in Sardegna per la precisione. Basterebbero questi “dettagli” per definire inopportuna la partita tra due squadre italiane a Jeddah.
Se non bastasse, si potrebbe parlare della inopportunità politico-diplomatica di disputare una partita nel bel mezzo della tempesta che ha colpito l’uomo forte di Ryadh, Mohammed Bin Salman, il principe ereditario. Dal 2 ottobre, chi è conosciuto in tutto il mondo con il suo acronimo, MBS, si trova costretto a ricostruire l’immagine sua e del regime degli Ibn Saud, la famiglia reale saudita. Nei consessi internazionali, la freddezza e l’imbarazzo con i quali Mohammed Bin Salman viene accolto sono stati argomenti di foto, video, analisi su tutti i giornali del mondo. Non solo. Da pochi giorni si è addirittura assistito a un rimpasto di governo, a Ryadh, a riprova che la posizione di MBS non si è ancora stabilizzata. Eppure, fino al 2 ottobre del 2018, MBS era riuscito a costruirsi l’aura da riformatore, rilanciata da fior di osservatori (e da noi in Italia di analisti ed ex ambasciatori) che avevano subito il fascino del giovane principe. Affascinati, tutti, da alcuni colpi di soft power ben assestati: le donne potranno guidare, in Arabia Saudita, e perfino entrare gli stadi. A pochi interessa, però, che le stesse donne che si sono battute per i propri diritti siano in galera, e siano state torturate. Le aperture di MBS hanno colpito molti osservatori, nonostante si siano subito rivelate aperture di facciata. Aperture crollate, tutte, il 2 ottobre del 2018, quando l’oppositore più incisivo di MBS, Jamal Khashoggi, è entrato nel consolato saudita di Istanbul. E da quel cancello non è più uscito. Rapito, torturato e fatto a pezzi da funzionari sauditi, alcuni dei quali a processo a Ryadh proprio in questi giorni. La CIA, poche settimane dopo la scomparsa di Khashoggi, ha puntato il dito proprio su MBS, mentre il Washington Post (per cui scriveva Khashoggi) continua da mesi a tenere sotto i riflettori Ryadh.
E lo sport italiano cosa fa? Offre una mano al regime saudita, e decide di disputare la SuperCoppa a Jeddah. Diamo per buona l’idea che una partita possa essere strumento di apertura, da parte di Ryadh, verso il resto del mondo, e soprattutto verso l’Europa. Lo sport è sempre stato anche il veicolo attraverso il quale sono passati, in diverse latitudini del mondo, negoziati diplomatici, primi abboccamenti, messaggi. Il più eclatante, tra gli episodi recenti, è quello che ha visto una riunificazione sportiva delle due Coree nella squadra degli atleti che hanno partecipato alle scorse Olimpiadi invernali. Molto più indietro nel tempo, si ricorda di una missione di Giulio Andreotti per vedersi una partita della Roma a Madrid, quando la Spagna era sotto la dittatura di Francisco Franco. In entrambi i casi, però, lo sport va di pari passo con la diplomazia. Anzi, è strumento della diplomazia nazionale. E non il contrario. Non è la diplomazia (italiana, in questo caso) a dover essere succube dello sport. Come, per esempio, lo è stata per il Giro d’Italia improvvidamente iniziato a Gerusalemme, città per metà occupata, secondo il diritto internazionale e le risoluzioni dell’Onu a cui noi – Italia – abbiamo aderito.
Lo sport – come la cultura, l’arte, la letteratura – non possono essere né ostaggio della politica (internazionale e/o nazionale), né uno strumento di pressione nei confronti degli attori politici senza alcuna strategia complessiva alle spalle. Che ognuno faccia il suo lavoro. E che, per favore, non ci si racconti ancora una volta la vulgata che lo sport è neutrale e mezzo di pacificazione. La storia delle Olimpiadi ci narra altro.
Ps. Ho lasciato fuori la questione della discriminazione delle donne. Ancora una volta, le donne sono usate come foglia di fico, o in maniera del tutto simbolica. La questione riguarda la violazione di tutti i diritti, e riguarda il nostro rapporto con un regime non democratico.
Foto di una manifestazione per la scomparsa di Jamal Khashoggi di fronte al consolato saudita di Istanbul, da Wikimedia:.
