“Con il fondo dei calzoni imbottiti, che si erano già seduti dappertutto, Šuchov si sistemò sul bordo di una cassaforma di legno, la schiena contro il muro. Appoggiandosi sentí tirare giaccone e giubba: a sinistra, vicino al cuore, c’era qualcosa di duro che premeva. Era il tozzo di pane secco della razione mattutina, la metà che aveva tenuto per il pranzo dentro la tasca interna. Ne portava sempre una metà al lavoro e non si azzardava a farla fuori prima di pranzo. Ma di solito l’altra se la mangiava a colazione, non com’era successo quel giorno. Šuchov comprese che non aveva risparmiato un bel niente: moriva dalla voglia di mangiarselo subito, lí, al calduccio. Era lunga tirare l’ora di pranzo: mancavano ben cinque ore. I dolori dalla schiena erano scesi nelle gambe, se le sentiva fiacche fiacche. Potersene stare accanto alla stufa… Šuchov posò le manopole sulle ginocchia, si sbottonò il giaccone imbottito, slacciò dietro il collo i lembi della «museruola» congelata, la ripiegò piú volte e se la infilò in tasca. Solo allora prese il tozzo di pane, allargò ben bene sul grembo la pezzuola bianca che lo avvolgeva, cosí da non farne cadere neanche una briciola, e a piccoli morsi cominciò a masticarlo. Si era portato appresso il pane sotto due divise, l’aveva scaldato col calore del suo corpo, per questo non era congelato. Nei lager Šuchov tornava spesso col pensiero a come si mangiava una volta al suo villaggio: patate, ma a padellate, eh, interi paioli di kaša, e, ancora prima, quando non c’erano i kolchoz, pezzi di carne grossi cosí. E tracannavano tanto di quel latte da sentirsi scoppiare la pancia. Ma nei lager Šuchov aveva capito che era sbagliato. Dovevi mangiare col pensiero fisso sul cibo, proprio come in quel momento, sbocconcellando quei pezzettini di pane, con la lingua che li maciulla a furia di rigirarli e di risucchiarli con le guance: e come ti sembra fragrante quel pane nero mal cotto”.
Da Aleksandr Solzenicyn, Una giornata di Ivan Denisovic e altri racconti, Torino, Einaudi.