Quella scaletta

Ho scattato questa foto all’inizio di novembre, l’ultima volta in cui sono andata a Gerusalemme. La luce della mattina era quella di sempre. Bianca, Abbacinante sulla pietra. E la Spianata delle Moschee affascinante, nonostante i dettagli facessero percepire – a me, residente di lungo corso a Gerusalemme –  cambiamenti importanti e per nulla forieri di buone notizie. C’erano numerosi gruppi di israeliani coloni o vicini alle posizioni dei coloni (a Gerusalemme tutti indossano, con i loro vestiti, una uniforme che definisce appartenenze e persino posizioni politiche), una novità degli anni più recenti che ha stravolto la linea seguita per decenni dai governi israeliani, dopo la guerra del 1967. Accesso vietato alla Spianata delle Moschee perché il luogo dove sorgeva fino al 70 dopo Cristo sorgeva il Tempio avrebbe dovuto essere di nuovo benedetto e risacralizzato prima di consentirne la visita. Lo spostamento verso una destra radicale di una buona fetta dell’elettorato e della società israeliana ha cambiato anche l’atteggiamento dei confronti della Spianata.

La Cupola della Roccia era lì, splendente come sempre. Non volevo fotografarla. Poi ho ceduto, ho preso il telefonino, ho pensato che dovevo documentare, anche solo con uno scatto, il mio essere di nuovo lì. In un posto che, sorprendentemente, considero ora casa. Oggi ho rivisto questa immagine nell’archivio delle foto. E ho visto la scaletta. Ancora oggi non so a cosa serva, la scaletta. Immagino sia lì per consentire agli addetti ai lavori l’accesso alla Cupola per la manutenzione. A me, invece, ricorda i dieci anni in cui, dalla finestra del mio studio, ho visto la Cupola come all’interno di una cornice. E la scaletta sempre lì. La fisicità, il prosaico che irrompe nel simbolo del sacro.

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