A proposito di pacchi (natalizi e non)

ho visto un video di “Casa Surace” sui pacchi ai fuorisede, sponsorizzato da Dhl. Al netto dell’atmosfera troppo mulinobianco, la storia dei pacchi continua a segnare fin troppe famiglie, in Italia. La generazione delle madri e dei padri, e quella dei figli. Lo scandalo dei viaggi aerei verso la Sicilia a prezzi da business class è solo l’altra faccia della stessa medaglia. Si chiama emigrazione, che sia una strada obbligata o l’opportunità di andare fuori a crearsi una vita. Lontano. Ed è una storia che segna in maniera irreversibile il sud, soprattutto i paesini. Ci avevo scritto un racconto, sui pacchi, quando vi fu chiesto di partecipare alla seconda antologia siciliana pubblicata da Torri del Vento e curata da Paolo Siena, Sicilia dietro i vetri.

Eccolo. E’ il mio regalo di Natale ai fuorisede che stanno tornando in Sicilia con ogni mezzo.

Codice a barre

“Ma deve andare all’estero!”.

“E allora? Ne ho spediti tanti all’America. Dai, ti vado a cercare la scatola. Ci siamo passate tutte. Cosa ci metti dentro il pacco?”.

La prima volta. La prima volta non sei pronta.

È come quando si partorisce. C’è sempre qualcuna che ti dice cosa, e soprattutto come la devi fare. Ci vuole esperienza.

La malinconia dell’esperienza.

I figli, la valigia, se la fanno da soli, appena finisce l’estate. Sono stati, per poche settimane, una folata di vento nel ritmo del paese, dopo gli ultimi esami all’università. I più grandi – quelli che il lavoro se lo sono trovato “su”, si sono sposati, hanno comprato casa, fatto figli a loro volta – scendono a Palermo, da navi che sputano ogni giorno macchine cariche di nipoti. I biglietti comprati mesi prima, che altrimenti non se lo sarebbero potuti permettere.

Se ne vanno via, invece, tutti assieme. Scompaiono dalle strade, dai bar, dalla campagna. Puff. A settembre.

Sambuca, però, sembra non voler vedere. Fa finta di nulla mentre se ne vanno. “Ragazzi” li chiama la gente, a prescindere se si riferiscano ai giovani figli o ai più grandi, uomini e donne che hanno fatto casa altrove. Il tempo torna sonnacchioso. Di colpo, come per un ordine non scritto ma assorbito nei secoli dell’emigrazione, i panettieri fanno meno pane, e salame e mortadella e fettine di carne tornano ai soliti livelli. Il furgone dei panini è a basso regime, poche sedie di plastica abbandonate accanto alla villa comunale. Niente fila.

Il regime dell’autunno-inverno lo dettano quelli di mezza età, secondo un ritmo del giorno che torna rigido, fermo, silenzioso. Lentissimo.

Il primo pacco, quello di fine estate, è già pronto. Salsa, soprattutto. Anche, però, l’olio che serve sempre, in attesa di quello nuovo. Le marmellate. Il parmigiano. La pasta. Tonno, perché no. Un po’ di scatolame sparso. L’origano, mi raccomando. Il resto a novembre, che poi a dicembre è impossibile fare arrivare alcunché, con le feste che intasano gli uffici dei mille spedizionieri nascosti nelle pieghe dei paesi. Olio nuovo, arance e limoni, e un altro po’ di salsa messa da parte.

Le storie dei pacchi riempiono la testa, come un coro greco.

Certo, tu lo devi mandare all’estero. Chi te lo spedisce? E quanti giorni ci mette? Io, a mia figlia, lo mando ogni mese, da dieci anni. Bastano tre giorni. Mi raccomando, deve partire il lunedì, perché altrimenti rimane due giorni in sosta da qualche parte, il fine settimana. E le cose si rovinano. No, le Poste Italiane, no. Ci ho provato una volta. Io invece ho l’ufficio sotto casa, è una posta privata, gli porto tutto in una busta, e me lo imballa lui, il pacco. Vuoi mettere la comodità? Ci ho messo anche i biscotti col sesamo, che mio figlio si deve sdebitare con la padrona di casa, una persona così per bene. L’olio lo mando anche per gli amici di mia nuora: da quando l’hanno assaggiato, vogliono solo questo. E poi costa tutto carissimo: se non ci fosse il mio pacco, a fine mese non ci arriverebbe, mia figlia. Ora il pacco è per metà dedicato a mio figlio, l’altra metà a mia nuora. Sai, anche se è olandese, ormai si è abituata a mangiare le cose buone. Io ho risolto: una volta all’anno, spedisco un pallet. Le bottiglie di salsa non si rompono più.

Mio figlio, mia nuora, mia figlia.

Poi la chiosa che esce dalla bocca di tutte, la giustificazione per tanta fatica ossessiva.

“Che vuoi… i nostri sapori non si trovano su”.

“Su” è un luogo indistinto e vasto. Sicuramente non sa di niente. Ma è lì che bisogna andare.

Sono andata a trovarla a marzo. Certo, Siena è carissima, ma i negozi sono belli e ha trovato delle buone amiche. Sono dovuta partire alle quattro. Il volo per Orio al Serio è alle sei e mezza, ma almeno gli ho portato qualcosa. La casa in Brianza è bella, non c’è che dire: hanno deciso di comprarsela. All’asilo i bambini fanno un sacco di attività, mica come qui da noi. Poi la piscina, il doposcuola. Pure a Torino: i miei nipoti hanno la giornata piena di impegni, fanno tanto sport. No, non ci sono ancora riuscita ad andare ad Amsterdam, ma mi dice che si è ambientato. Certo, gli manca il nostro sole. Il piano elettrico gli ho detto che lo porto io, a Torino: saliamo in macchina con mio marito, ci facciamo una gita.

Dietro le finestre di Sambuca, le sere di autunno-inverno, c’è nascosto un brulicare di mamme indaffarate attorno a scatole di cartone, forbici, scotch, pluriball, domopak, conserve e lattine da imballare con la stessa cura che è stata usata per allattare, crescere, punire, cucinare, consolare. È una doppia migrazione, dei ragazzi e delle madri. I figli prendono l’aereo. Le madri preparano scatole di cartone. Scatole da grande distribuzione trasformate in una dispensa che viaggia su gomma, treno, aereo. E lì ci infilano dentro tutta la loro nostalgia.

“Mi avevano assicurato che sarebbe arrivato venerdì”. “No, mamma”.

La voce è cambiata. Quando se ne vanno, poi è diverso. Li abbiamo persi. Oppure.

“Sto seguendo il pacco attraverso un’app che lo acchiappa come un radar e non lo lascia più. Ora il CW900848414IT è tra Calais e Dover”. “Allora vado all’ufficio e protesto!”. “Lascia stare. Arriva, prima o poi”. “Avvertimi, però. Il formaggio va a male, dentro il camion”.

Non ci sono problemi, tensioni in ufficio, esami andati così così, rubinetti che perdono, bollette da pagare, il freddo che fa, “mi raccomando, copriti bene”. Le parole tra le madri e i figli sono tutte per un pacco divenuto impalpabile. Il tempo della cura, il tempo che fu, rimane abbozzolato dentro un codice a barre.

Il CW900848414IT, nel frattempo, è approdato a Dover.

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