Catalogo dei veli

Mi faccio aiutare dalle bellissime illustrazioni di Marcella Onzo al mio libro su Gerusalemme, perché stavolta (e non solo) le illustrazioni sono più efficaci delle parole. Colpiscono il nostro immaginario. Fanno tornare alle superficie esperienze e nozioni che fanno parte della nostra vita, e che in questi tempi rinsecchiti, svuotati, fanno fatica a essere presenti nella nostra testa. Nel nostro intelletto e nel nostro sentimento. E sui veli le illustrazioni, per me, sono state fondamentali per raccontare in breve (brevissimo) il catalogo dei veli presente a Gerusalemme, fuori dagli stereotipi incancreniti.

Scusatemi, quindi, se riprendo il filo di una piccola polemica. Lo so, è oltremodo noioso dover ripetere cose che, per quanto mi riguarda, ripeto e scrivo da così tanti anni. Non oso neanche immaginare cosa provi chi, tra le mie amiche, un velo sulla testa ce l’ha per precisa, individuale, profonda scelta. Che sia musulmana, ebrea, cristiana. C’è chi qualche giorno fa se l’è presa qualche giorno fa solo con una donna sul palco che indossava un hijab. Non se l’è mica presa con le altre, ebree e cristiane, che potenzialmente erano in piazza San Giovanni per la manifestazione delle “sardine”. Il velo è simbolo di sottomissione se è sulla testa di una musulmana, ma soprattutto se la donna musulmana con hijab non se ne sta buona buonina a fare massa in piazza, ma ha persino l’ardire di salire sul palco. Non esibisce un pensiero, secondo lui, ma un simbolo. Non è persona. E’ simbolo.

Non ripeto ciò che da anni tante di noi scrivono, tentando di spostare su un piano di buonsenso, non solo decoloniale, una discussione pubblica asfittica, occidentalistica, superficialissima, retriva, spesso con altri fini e con evidente doppio standard. Ripeto solo un concetto. La parte per il tutto.  Con tutto il rispetto necessario e dovuto, ma anche con tutta la fermezza, trovo scandaloso che un uomo debba decidere –  anno 2019 – cosa una donna debba indossare. La famosa minigonna degli anni Sessanta e Settanta, reiterata a ogni piè sospinto, divenuta d’un tratto vessillo di libertà (versione occidentale) per tutte le donne arabe, non arabe, comunque musulmane. Oppure il velo. Come se non fosse passato un giorno da quella medaglia con due facce, velo da odalisca/velo con connotazione religiosa, velo che fa intuire/velo che copre, su cui le studiose femministe hanno già scritto diffusamente da decenni. Continuo a trovare scandaloso che un uomo mi dica cosa indossare, e che su questo si apra anche una discussione. Vorrei che libri ormai classici, e ancora pietre miliari, come quelli di Fatema Mernissi facciano parte non tanto del curriculum scolastico (non ambisco a tanto), ma del corredo culturale degli intellettuali (maschi) che scrivono di donne. Almeno Fatema Mernissi, non chiedo molto!

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