“La nostra eredità non è preceduta da alcun testamento”. L’aforisma di René Char è l’inizio di una riflessione di Hanna Arendt che mi è ritornata alla mente a guardare i comportamenti italiani, nei giorni difficili del Covid19. Comportamenti serissimi, di profonda e costante abnegazione, per chi combatte la dura battaglia contro questo coronavirus (è una battaglia, è inutile menarcela cercando altri termini, meno cruenti!). Comportamenti normali, di ansia silenziosa, di sguardi smarriti, nella maggior parte dei casi. Comportamenti idioti, da parte di chi non comprende nel proprio bagaglio leggero quel minimo di empatia e responsabilità dovuto, necessario, un tempo istintivo. E i comportamenti idioti di chi, soprattutto nelle piccole comunità, avrebbe dovuto vigilare, agire, sanzionare, e non nascondersi dietro una omertà piccola piccola, una deresponsabilizzazione grande grande, gridando solo ora, finalmente, “tutti in casa”, “attenti ai vostri figli!”, “isolatevi”, dopo che i buoi erano scappati da settimane. In quest’ultimo caso, come comprenderete, parlo della Sicilia, del luogo in cui vivo. Ma ci sarà il tempo per ragionare anche di queste cose, del principio di responsabilità necessario e della irresponsabilità in chi dovrebbe servire la comunità.
Hanna Arendt, nel passo su eredità senza testamento (Passato e futuro, nell’edizione Garzanti del 2017), mi è venuta in mente quando ho visto le foto delle varie movida, degli assembramenti, dei ragazzi in strada a bere assieme e chiacchierare. Foto per le quali non ci siamo impressionati, spesso, negli scorsi anni, quando potevamo proporre altro – soprattutto nelle piccole realtà – ai ragazzi. Per esempio impianti sportivi degni di questo nome, offerte culturali interessanti, affascinanti. Ora, ora nell’emergenza, sono i ragazzi – ancora una volta – a dover portare lo stigma. Caproni, insomma. Senza cervello, irresponsabili.
Attenzione! I ragazzi sono spesso il nostro specchio. E lo dico non solo perché di adulti e vaccinati ne vedo molti, molto più irresponsabili di loro. Ma perché portiamo sulle nostre spalle la colpa di aver lasciato ai nostri ragazzi proprio quella eredità senza tradizione, memoria, nome di cui parla Hanna Arendt.
Scrive Hanna Arendt: “Quando il poeta parla di eredità senza testamento allude alla mancanza di un nome. Elencando quella che sarà la legittima proprietà dell’erede, il testamento lega beni passati a un momento futuro. Senza testamento, o, fuor di metafora, senza la tradizione (che opera una scelta e assegna un nome, tramanda e conserva, indica dove siano i tesori e quale ne sia il valore), il tempo manca di una continuità tramandata con un esplicito atto di volontà, e quindi, in termini umani, non c’è più né passato né futuro, ma soltanto la sempiterna evoluzione del mondo e il ciclo biologico delle creature viventi.”
Cioè, un eterno presente.
Non abbiamo raccontato, e facendo ciò non abbiamo passato il testimone, rendendo vivo ciò che noi e i nostri genitori, avi, ci avevano trasmesso in maniera così vivida. Così reale. Avevamo noi vissuto la guerra? No. Ci era stata raccontata? Sì, e con frasi efficaci pronunciate da persone poco alfabetizzate (i miei genitori, scolarizzati fino alla quinta elementare) o analfabete (mia nonna di origine marchigiana, per l’esattezza di un piccolissimo paese del fermano che non ho ancora mai visto, Monte Giberto). Ci hanno immersi nella fame e nella guerra, traendo da quell’esperienza consigli e ordini che sono ancora stampati nella testa di molti. Non lasciare niente nel piatto, studia che se studi poi ce la farai, tu non sai che cos’è la fame, beata te che puoi leggere, io a 10 anni facevo pasta e pane a casa, adesso c’è la mangiatoia alta.
Mi chiedo, e me lo chiedo da anni, quando abbiamo interrotto questa pratica. Quando abbiamo smesso di trasmettere storia e storie ai nostri figli. Loro sono per fortuna diversi tra di loro, diversi da noi, ci sono – come sempre e dappertutto – le Greta e gli idioti, i piccoli eroi e i fragilissimi. Mi chiedo, e me lo chiedo adesso, se noi non avremmo reagito allo stesso modo, alla loro età, per esorcizzare ciò che non riusciamo a comprendere, che è troppo più grande della nostra capacità di immaginare. Ubriacarsi prima della fine, per sopportare ciò che non riusciamo a leggere. È successo in tutte le guerre.
Se però vanno alla movida, facciamoci un esame di coscienza. Abbiamo riempito le nostre città di localini-mescita che non propongono altro se non questo. E molti, dappertutto, con questo si arricchiscono. Non pensiamo che la colpa sia solo la loro, dei ragazzi, e facciamoci un bell’esame di coscienza. Ne usciremo disfatti.
