Statue, strade, storia

I simboli, nel percorso cronologico e spaziale delle città, sono spesso il racconto che i vincitori fanno e impongono della storia. Della loro storia. Ed è spesso una storia che, per averla vinta sul passato o sul conflitto, deve necessariamente cancellare molto dei segni della città. Non è un giudizio di valore. E’ quello che succede.

La città è un testo che va letto, nel presente. E’ uno spazio che si risignifica ogni giorno e ogni epoca che passa. Anche attraverso le statue. O i testi che sulla città vengono impressi. Oppure attraverso i cartelli stradali, la toponomastica.

Il brano che segue, qui sotto, parla proprio di questo, di toponomastica. Dei nomi che si scelgono per nominare le strade. Perfino le città. Parla di Gerusalemme, di Budapest. Potrebbe parlare di Bristol e di Roma, del Cairo e di Berlino. E’ un brano tratto da Gerusalemme senza Dio.

“Le vie di Gerusalemme hanno cambiato nome spesso. A seconda di chi, in quel momento, deteneva il potere. Il nome definisce l’identità, soprattutto in alcuni luoghi considerati centrali nella costruzione culturale di popoli e fedi. È successo, d’altra parte, anche in Europa. Per esempio nei paesi che facevano da cintura ideologica all’Unione Sovietica, cambiare i nomi delle strade dopo il 1989 e la caduta di cortina di ferro e di Muro di Berlino significò la riappropriazione di un’identità precedente, considerata profondamente nazionale e non più viziata da una sovrapposizione ideologica ritenuta completamente estranea, straniera, impropria. Cambiamenti fatti in tutta fretta, così rapidamente da creare non pochi problemi alla circolazione, alla consegna della posta, alla stessa capacità di orientamento degli abitanti. Ma tant’è, dal 1990 in poi, cambiare i nomi delle strade, a Budapest, a Varsavia, a Praga, a Berlino est diventò uno degli strumenti più evidenti e comuni per liberarsi di un passato non voluto. A Budapest furono rispolverate le cartine stradali precedenti al 1945, così come le vecchie targhe, per buttare di nuovo giù il regime comunista attraverso l’eliminazione della sua memoria. Esemplare – per Budapest così come per tutte le città in cui il potere di turno decide che il nome rappresenta la propria identità – è la storia di Andrassy Ut, Viale Andrassy, lo stradone dedicato a nobile ungherese eroe del risorgimento nazionale e amico dell’imperatrice Sissi. Arteria centrale di Pest, il viale cambiò immediatamente nome dopo l’instaurazione del regime comunista, diventando Népköztársaság út, ossia Viale della Repubblica Popolare, per diventare poi – per la breve stagione della rivoluzione del 1956 – Magyar Ifjúság útja, e cioè Viale della Gioventù Ungherese. Ci volle appena un anno, dopo la caduta della cortina di ferro, perché l’ampio viale dei caffè e dell’opera musicale cercasse di ritornare ai vecchi fasti indossando lo storico nome di Andrassy ut, con cui tutti, in privato, lontano dalle orecchie dei potenti e della burocrazia, avevano continuato a chiamarla.

Anche a Gerusalemme i nomi delle strade sono ostaggio del conflitto e delle identità. Non potrebbe essere altrimenti, in quello che forse è il luogo più conteso del pianeta. È lo stesso nome di Gerusalemme a seguire un lunghissimo periplo storico, in cui – a seconda del ‘regnante’ – l’appellativo della Città Santa cambia. Yerushalaim, nell’interpretazione più accreditata la “città della pace” della tradizione ebraica. Al Quds, La Santa, araba e musulmana. Gerusalemme, Jerusalem, Jerusalen. Ma anche la Aelia Capitolina di Adriano, che volle definitivamente cancellare la Yerushalaim ebraica già messa  in ginocchio dalla distruzione del simbolo determinante per la fede, il Tempio.

Lo stradario gerosolimitano subisce analoga sorte. Cambia a seconda di chi ha il potere. Cambiamenti che si accavallano soprattutto in epoca contemporanea, quando sono le dimensioni e la composizione stessa della città a modificarsi. L’esempio più evidente, del rapporto tra nomi e potere, si ha nel periodo mandatario, perché i britannici che hanno il controllo della Palestina sin dalla fine della prima guerra mondiale mostrano, attraverso il nuovo stradario, il loro immaginario, rappresentazione quasi fedele di quello degli europei. È lo stesso Sir Ronald Storrs, prima governatore militare e poi governatore civile del Mandato con il quale la Lega delle Nazioni affida al Regno Unito la Palestina dal 1922 in poi, a spiegare il come e il perché della scelta di rinominare le strade. Anzitutto il come: targhe di ceramica azzurra come “lapislazzuli” o verde come “crisoprasio” per adornare Gerusalemme vista come una “sposa” delle indicazioni stradali in ebraico, arabo e inglese. Il  perchéè insito nella scelta. Per le strade della città nuova, fuori dalle Mura, la prevalenza è data alle glorie britanniche e ai condottieri e re crociati.

È vero, i nomi delle strade furono il frutto di una concertazione tra le diverse comunità religiose, riunite in un comitato appositamente creato. L’ennesima conferma che i britannici, con il Mandato, decisero di definire gli abitanti di Gerusalemme a seconda della loro fede, e non secondo il concetto di cittadinanza. L’influenza del governatore e dell’immaginario di un impero che con Gerusalemme ha un legame antico, è palese. È Sir Storrs a dirlo, sciorinando i nomi delle nuove strade. Godfrey de Bouillon street, Goffredo di Buglione, insomma. E poi Tancred Lane, Coeur de Lion street. L’equanimità (parziale) della Palestina mandataria verso i suoi ‘sudditi’ è in una via dedicata all’eroe delle crociate viste dagli arabi, il curdo Saladino; in un’altra – quella che costeggiava le Mura di Solimano – dedicata appunto al sultano ottomano che le aveva costruite nel Cinquecento; e ancora in un’altra via dedicata ai Maccabei. Accanto, però, c’è il generale Allenby, colui che entrò a Gerusalemme da vincitore sconfiggendo i turchi. C’è il re Giorgio V, il sovrano che guidò il Regno Unito nella prima guerra mondiale: il viale che gli viene dedicato, nel 1924, dai principali esponenti del Mandato assieme all’allora sindaco di Gerusalemme, Ragheb al Nashashibi, è allora, e rimane ancora oggi, una delle strade più importanti della città Una di quelle il cui nome ha resistito al cambio di potere del 1948, e poi del 1967. L’uscita di scena degli inglesi, dalla Palestina e da Gerusalemme, porta con sé anche la cancellazione di molte delle loro tracce. Segnali stradali compresi.

Con la nascita dello Stato di Israele, dunque, l’affermazione dell’identità del nuovo istituto passa anche attraverso collanti culturali e visivi che la consolidino. Una necessità che non viene confinata ai primi anni o decenni di vita di Israele, ma che continua ancora oggi nella diffusione dei simboli della nazione, prima di tutte la bandiera, a cui – anzi – viene dedicato un giorno, nel quale è tradizione che gli israeliani viaggino con le bandierine sui tettucci delle macchine, o le mettano sui balconi. Non per festeggiare la propria nazionale di calcio, come succede in Italia, ma per rafforzare il proprio senso di comunità nazionale.

È successo anche con i nomi delle strade, dopo il 1948. Soprattutto a Gerusalemme, dove la commistione tra passato, memoria e costruzione dell’identità ha sempre vissuto passaggi molto più delicati. Sostituire una storia a un’altra significava insomma, per il giovane stato israeliano, rafforzare la propria coscienza di sé. Per dirla con Maoz Azaryahu, geografo, docente all’università di Haifa, esperto di paesaggio urbano e di memoria, ”as the result of commemorative street naming, history becomes a concrete semiotic reality”.

Nominare una strada, darle il nome significa detenere il potere. Non solo perché si possiede il potere amministrativo per farlo. Ma perché, simbolicamente e non solo, significa ri-costruire la storia di un luogo, di una comunità, di una città. Nominare una strada è, come atto, “espressione del potere”, sostiene lo stesso  Maoz Azaryahu, in quanto dare il nome è “una prerogativa delle autorità eletto o nominate”, influenzata da “fini amministrativi politici e amministrativi” per il “controllo sulla sfera pubblica”. La ragione è chiara. “Il significato dei nomi delle strade come commemorazione storica – spiega Azaryahu – diventa evidente quando si prende in considerazione il ruolo politico della storia, sia come versione sia come interpretazione del passato. Da un lato, i regimi e le èlite politiche utilizzano la storia per legittimare il loro dominio e accrescere la propria autorità. Dall’altro lato, il senso di un passato condiviso è cruciale perché sia la fattibilità culturale e la coesione sociale delle comunità etniche e degli stati-nazione”.

Coesione sociale attraverso un nome? Perché no. Sicuramente, era più vicino all’ideale sionista un nome come via Shivtei Israel, e cioè via delle Tribu di Israele, e non il vecchio nome che le autorità britanniche avevano scelto per la strada che chiudeva, in alto, il quartiere di Musrara, Saint Paul Street. Certamente, era più aderente alla costruzione dell’identità di Israele sul suo legame con la storia biblica ri-nominare una delle strade della città nuova, St. Louis Street, nel più evocativo via Re Salomone. Per rinsaldare il patto della comunità con il nuovo Stato, però, non basta affermare il legame inscindibile tra l’istituzione e il testo sacro, tra il nuovo Stato e quel percorso politico-istituzionale che si ruppe con la distruzione del secondo tempio da parte dell’imperatore Tito. Occorre, parallelamente, costruire velocemente il rapporto tra storia (recentissima) e mito, anche per dimostrare in maniera evidente, attraverso una targa su un incrocio stradale, “il cambio di regime”. Non è dunque un caso se il viale che costeggia le Mura costruite da Solimano il Magnifico, e dedicato al sultano ottomano, viene rinominato in onore dei paracadutisti israeliani.

La storia di Gerusalemme, come accade dappertutto, viene ricostruita ogni volta da chi della città ha il controllo. Sostituendo anche i nomi delle strade. Negli ultimi anni, però, alla sostituzione dei nomi si è affiancata anche la sostituzione della lingua, nella segnaletica stradale. Anzitutto, sempre più spesso lo stesso nome di Gerusalemme viene semplicemente traslitterato. Yerushalaim, la versione ebraica, è la stessa che compare nelle scritte arabe, dove sempre più raramente compare il nome della città nella millenaria tradizione araba, Al Quds. E così succede, con sempre più frequenza, con i nomi dei quartieri”.

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