I segni politici delle città

È un tempo individuale tutto scritto nel presente, il tempo delle città. O almeno ce lo immaginiamo così. Ed è giusto che così sia. È il tempo individuale, il tempo di una vita, quello a cui riconosciamo senso attraverso le strade che percorriamo nella trama di una città ampia, estesa.

Sembra una contraddizione, a pensare ai segni affastellati della storia che abbiamo imparato a riconoscere come fossero tasselli, o tessere di un mosaico. Il caso delle statue rimosse, distrutte, oppure gettate in acqua com’è successo a Bristol, dimostra però che la storia dei segni urbani è riconoscibile solo d’istinto, come le briciole di pane che Pollicino segue per tornare a casa. Per sentirsi a casa. Non fa parte, però, di un racconto compiutamente collettivo, che della Storia conosca il percorso, per nulla lineare, e le chiavi di accesso.

È questo il rebus che non si riesce a sciogliere, ad ascoltare il brusio, il rumore di questi giorni. Solo fermandosi sugli snodi della Storia, e non soffermandosi sulle statue, possiamo invece comprendere il senso profondo di quello che nelle città sta succedendo. Nelle città, ancora una volta: lo spazio in cui i cambiamenti politici, le rivoluzioni della polis hanno il loro luogo principe. Ancora una volta, invece, il tempo “furioso”, come lo ha definito Mariangela Gualtieri nel suo “9 marzo 2020”, l’ha vinta sull’imperativo di leggere con attenzione e pazienza ciò che questo singolare presente ci sta suggerendo.

Ecco, allora, la mia personale lettura.

Statue e cartelli stradali, il piccolo segno di un racconto.

Qualche giorno fa ho parlato, sempre su questo blog, di quanto la toponomastica sia stata quasi sempre usata da chi era al potere per sostenere, anche visivamente, una propria narrazione. E di quanto cancellare la toponomastica precedente sia necessario, per chi è al potere, per giungere all’obiettivo: imporre la propria versione della Storia. Necessario, certo, ma terribilmente miope.

Nel post di qualche giorno fa mi ero dimenticata di aggiungere l’ultimo elemento di cronaca, che solo in parte si compie nella cronaca. Nel pieno delle manifestazioni che si sono svolte in tutti gli Stati Uniti sotto lo hashtag Black Lives Matter, vi è stato un episodio simbolico che svela anche, allo stesso tempo, che le dinamiche del potere negli USA sono tutt’altro stabili.

Dopo la spavalda passeggiata di Donald Trump a Lafayette Square, di fronte alla Casa Bianca, la sindaca di Washington (DC) – com’è nei suoi poteri – ha usato i “segni della città” per dire al presidente, dunque a una autorità federale, che i giochi politici e istituzionali stavano (stanno) cambiando. Non ha solo deciso un gesto da writer come quello di far scrivere sull’asfalto della 16ma strada “Black Lives Matter” a lettere giganti, e gialle, come una freccia che indica il percorso di una lotta verso la Casa Bianca. Ha cambiato lo stesso nome della piazza antistante la residenza del presidente degli Stati Uniti in Black Lives Matter Plaza. Così da costringere la presidenza, in tutte le sue comunicazioni in cui si indica l’indirizzo, a moltiplicare lo slogan all’infinito.

Non è stato solo un gesto. È stata l’affermazione di una presenza: di una sindaca di colore, all’interno di un gruppo sempre più esteso di primi cittadini di colore negli USA. È stata l’affermazione di un potere democratico che risponde, in modo istituzionale ma con i gesti tipici di una ribellione, alla necessità di un cambiamento radicale nei comportamenti del potere politico, giudiziario, di polizia.

La decisione di Muriel Bowser raccoglie ciò che le piazze e le strade hanno detto, ribellandosi a un comportamento diffuso della polizia statunitense, e ne fa uno strumento politico che usa i segni, i simboli della città.

C’è un concetto di Roland Barthes che amo molto, e che ho citato più volte quando mi sono occupata di Gerusalemme come di un vero e proprio linguaggio dell’abitare, del convivere, e del cancellare l’Altro. Lo si trova in “Semiology and urbanism”.

“La città è un discorso, e questo discorso è effettivamente un linguaggio: la città parla ai suoi abitanti, noi parliamo alla nostra città, la città dove siamo, semplicemente abitandola, attraversandola, osservandola. Il problema, però, estrapolare una espressione come “linguaggio di una città” dalla sua fase puramente metaforica. È molto semplice parlare metaforicamente del “linguaggio di una città” come se parlassimo del linguaggio del cinema o dei fiori. Si compirà il vero salto scientifico quando potremo parlare del linguaggio della città senza metafora”.

Probabilmente, ancora a decenni di distanza da quel testo di Barthes, non ci siamo ancora liberati della metafora. Noi. Non certo la città.

Non c’è rivoluzione senza città.

Tunisi, Cairo, Manama, Khartoum, Algeri, Baghdad, Beirut… L’elenco è lungo e aperto, in quello che ormai si configura come il decennio del Secondo Risveglio Arabo. Non c’è rivoluzione senza i centri urbani, siano essi le capitali, le grandi città, i centri rilevanti per il farsi delle singole storie nazionali.

Anche in queste città, i “segni” sono diventati oggetto dello scontro. Non parlo della statua di Saddam Hussein. Difficile, anche se possibile, è spiegare la distruzione della statua di Saddam Hussein nel 2003 a Baghdad come – semplicemente – un gesto rivoluzionario. L’Iraq era stato appena invaso dalle truppe anglo-americane. Troppi significati politici, interni alla storia dell’Iraq e giunti a Baghdad attraverso l’ennesima guerra coloniale, si sono affastellati in quel gesto.

C’è invece un altro gesto eclatante in terra araba, che ha certo più rilevanza. Nell’immaginario collettivo occidentale non è probabilmente rimasto niente, o quasi, di quell’atto incredibile. Ma nella memoria degli egiziani, e in generale degli arabi, la distruzione della sede dello NDP nel centro del Cairo è stato il punto di non ritorno della rivoluzione.

Era il 28 gennaio del 2011. Il quarto giorno della rivoluzione iniziata con un altro gesto tutto dentro la grammatica urbana del Cairo, l’occupazione di piazza Tahrir, sotto l’incombente palazzo del ministero dell’Interno, il Mugamma. A poche centinaia di metri, tra il Museo Egizio e il prestigioso Nile Hilton hotel, salgono repentine le fiamme dalla sede dello NDP, che ha tenuto il potere in Egitto per decenni e decenni. Uno dei palazzi simbolo. Anzi, il palazzo simbolo del potere, soprattutto del potere della famiglia Mubarak e dei suoi clientes. Il palazzo dello NDP brucia come un cerino. Il Cairo è cambiato.

L’immagine che dice molto, assieme a quella del palazzo dello NDP che è ormai una torcia, è la fila dei camion, dei cellulari pieni di poliziotti che abbandonano Piazza Tahrir, verso il Ponte 6 Ottobre. Un convoglio lunghissimo di camion, il potere armato che abbandona un altro dei luoghi simbolo del potere  burocratico, politico, come il ministero dell’interno.  Al posto della polizia, appaiono i cingolati e i carriarmati delle forze armate egiziane. La gente li saluta, sale sui cingolati, sventola le bandiere egiziane. E poi saccheggia i palazzi del potere. Porta via di tutto.

È l’affermazione della rivoluzione, attraverso un gesto che cancella un luogo del potere.

La storia di questi dieci anni, dal 2011 a oggi, ci ha detto che non sarebbe bastato dare fuoco, rendere scheletro, distruggere il palazzo dello NDP, il palazzo del potere, per mettere al sicuro la rivoluzione. Il potere, quello delle forze armate egiziane e del suo complesso economico-industriale, quello della grande burocrazia e della politica consolidata in oltre mezzo secolo di governo, ha resistito all’incendio e ha imposto un’autocrazia con cui noi facciamo affari. A cui noi italiani mandiamo fregate e caccia, senza alcuna vergogna verso quelle decine di migliaia (sessantamila almeno) di dissidenti politici o semplici malcapitati che sopravvivono o muoiono nelle carceri egiziane.

Non basta un palazzo bruciato, non basta una statua, neanche tanto iconica, per ricostruire il racconto di un Paese, di una società, di uno Stato. Magari bastasse…

Bisogna invece cogliere altri segni, nella città. i segni della vita comune che cambia, del disagio che diviene insopportabile, della dignità che cede alla difficoltà del vivere, della rottura di un contratto sociale che non ha saputo riformarsi e reggere l’urto dei cambiamenti del mondo. Al Cairo, ad Algeri, a Beirut, nella Baghdad del 2019 questi segni c’erano tutti. Ci sono ancora tutti. Ma il processo rivoluzionario (che non è un ossimoro) non è ancora riuscito ad averla vinta su un potere che prova a salvare se stesso fin quando sarà possibile. Senza alcun tentativo di cambiare, neanche seguendo la vecchia litania del Gattopardo.

Risignificare la città

La riappropriazione dello spazio politico urbano da parte dei settori esclusi in toto o in parte dalla gestione del potere passa, nella Storia, sempre dallo spazio urbano. Non è solo perché, in modo verrebbe da dire tautologico, la protesta si dispiega nelle piazze e nelle strade, in particolare nei centri storici, frutto di una stratificazione violenta e complessa. Spesso, in Europa, di una gentrificazione che non porta nuovi abitanti, ma semplicemente palazzi imbelliti, belle scatole vuote. È perché, soprattutto, occupare quegli spazi vuol dire risignificarli e, in questo modo, appropriarsene dal punto di vista politico. Basta guardare a quali sono, o sono stati, i luoghi deputati delle proteste, da Beirut al Cairo, da Baghdad ad Algeri, per comprendere nel profondo quanto le rivolte trovino nei simboli urbanistici e architettonici una delle cifre più importanti a definire le stesse richieste politiche.

È così da noi? E’ quello a cui stiamo assistendo in Italia? Le città stanno risignificando se stesse, imponendo alla vista la presenza di nuovi corpi individuali e sociali? Forse sì, ma si tratta – non vorrei sbagliarmi – di un processo che non passa attraverso le statue. Anzi. Le statue che diventano il centro del dibattito mi ricordano tanto la moglie di Lot (che nella Bibbia non ha nome) trasformata in una statua di sale per essersi voltata indietro a guardare la città di Sodoma che bruciava. Stiamo guardando indietro, invece di fermarci a guardare di fronte a noi il presente, e anche i segni del futuro. Quali sono questi segni che sicuramente le nostre città stanno esprimendo, alcune volte con forza? E perché preferiamo gettare le nostre energie su di un simbolo, sin troppo facile da leggere e interpretare, anziché concentrarci su tutto ciò che andrebbe fatto per rendere la nostra Storia coloniale intellegibile e diffusa, e fornire allo stesso tempo le chiavi di accesso a un presente sempre più complesso?

Nella foto, Sarah Hegazy felice al concerto dei Masrouh Leila. Aveva scelto di esibire una bandiera arcobaleno. Per quel gesto, molto più forte dell’abbattere una statua, Sarah Hegazy è stata arrestata, torturata in carcere. Unica colpa: essere un’attivista Lgbt. Si è uccisa due giorni fa, a Toronto in Canada, dov’era stata costretta a emigrare. In esilio.

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