Chissà cosa avrebbe detto Lina Ben Mhenni di queste celebrazioni dei 10 anni dall’inizio delle rivoluzioni e delle rivolte nella regione araba. Chissà cosa avrebbe detto della Tunisia di questi ultimi giorni e, soprattutto, cosa avrebbe fatto nel suo Paese, segnato da una nuova ondata di proteste e di richiesta di ‘pane e rose’, lavoro e democrazia. E invece oggi siamo qui a ricordare la sua scomparsa, a ricordare che è passato un anno dalla sua morte, la morte di una giovane donna di 36 anni che ha incarnato, in tutto e per tutto, il modello di chi ha fatto dissidenza e opposizione e rivoluzione nel Medio Oriente e in Nord Africa.
Ricordare Lina Ben Mhenni, oggi, significa ricordare anche che le parole, per chi ha partecipato con coraggio e determinazione a un processo politico ancora in corso nei Paesi arabi, sono importanti. Sono le pietre su cui si costruisce la loro storia senza alcuna concessione alla retorica che, invece, è imperante in questi giorni. Lina Ben Mhenni contestava con durezza la definizione della rivoluzione tunisina come “la rivoluzione dei gelsomini”. Diceva (ricordo a memoria) che non si può parlare di una rivoluzione appaiandola al profumo dei fiori, quando per riconquistare la democrazia ci sono stati morti, feriti, vittime che hanno pagato il prezzo di una battaglia civile e politica con il proprio sangue. Sangue versato per la rivoluzione della dignità, come lei la chiamava.
Le ho ricordate spesso, le parole di Lina Ben Mhenni, soprattutto in questi giorni che dovevano essere usati per una riflessione che non solo parlasse del 2011 a Tunisi, al Cairo, a Tripoli, a Casablanca, a Homs e Damasco, a Manama, a Sana, ma parlasse di noi, di Roma e Berlino e Londra e Parigi e Madrid e Washington e Mosca. Di noi che siamo sempre impreparati ad affrontare ciò che la Storia ci getta in faccia, perché non siamo capaci di cogliere i segni – già potenti e chiari – negli anni che precedono gli accadimenti non più eludibili, come le rivoluzioni arabe o la pandemia.
Per ricordare Lina Ben Mhenni, e con lei tutte le persone che – con la stessa profondità di analisi e la stessa determinazione – hanno costruito le rivoluzioni arabe, ecco la biografia personale e politica che avevo scritto qualche mese fa, per Wikiradio. E per lei, per una delle ‘arabe invisibili’ che più ho ammirato, un fiore rosso fuoco come l’ibisco.
LINA BEN MHENNI (Tunisi, 22 maggio 1983 – Tunisi, 27 gennaio 2020)
Il 22 maggio 1983 nasceva a Tunisi Lina Ben Mhenni, definita la voce della rivoluzione tunisina che in un solo mese, tra il dicembre del 2010 e il gennaio del 2011 ha posto fine al regime del presidente Zine el Abidine Ben Ali. La prima delle rivoluzioni arabe che come un domino avrebbero segnato la storia recente della regione. Lina Ben Mhenni è stata una dissidente, una giornalista, una docente universitaria. Una figura a suo modo rappresentativa di centinaia, migliaia di giovani che, attraverso anche lo strumento dei blog e dei social network, hanno segnato un nuovo impegno civile e una nuova politica nei paesi arabi.
E anche la vita, l’esistenza stessa di Lina Ben Mhenni è a suo modo rappresentativa. Quasi simbolica. Non solo perché è stata interrotta a 36 anni, quando è morta nel gennaio del 2020 dopo una lunga, dolorosa convivenza con il lupus, la malattia autoimmune che l’aveva colpita sin da bambina. La dissidente e attivista tunisina ha incarnato, infatti, il percorso di chi, giovane, ha cercato nei primi anni Duemila di opporsi ai regimi autoritari in nome di diritti, libertà, e soprattutto dignità.
È proprio la dignità la parola scelta da Lina Ben Mhenni per spiegare le proteste che dalla fine di dicembre 2010 scuotono la Tunisia. La chiama, infatti, la rivoluzione della dignità, rifiutando in modo netto tutte le definizioni usate dai cronisti. Definizioni a suo dire superficiali. Non vuole che si chiami, per esempio, la rivoluzione dei gelsomini. Non si può definire con un fiore profumato, che ricorda la pace, una protesta che ha avuto il suo bagaglio di lutti, dolore, sangue. Non si può neanche chiamare la rivoluzione di Facebook, o addirittura la rivoluzione di twitter. L’influenza di internet è stata considerata in modo esagerato, usa dire nelle conferenze a cui sempre più spesso, dopo il 2011, è invitata in giro per il mondo.
Internet – dice – è stato uno strumento per aggregare gli oppositori, che attraverso la rete, sì, sono entrati in contatto e si sono conosciuti. E che però sono subito dopo scesi nelle piazze e nelle strade per portare la loro protesta davanti ai palazzi del regime autoritario del presidente Zine el Abidine Ben Ali.
Sembra una contraddizione, a prima vista. Lina Ben Mhenni è una blogger. È diventata famosa in tutto il mondo per il suo diario virtuale, intitolato A Tunisian Girl. Una ragazza tunisina.
Per il suo coraggio sul web, per aver fatto controinformazione online riceve premi prestigiosi. Sfiora addirittura il premio Nobel per la pace nel 2011, nel pieno delle rivoluzioni arabe, assegnato poi a un’altra donna protagonista delle rivolte, la yemenita Tawakkol Karman.
Una blogger ridimensiona la portata di internet nelle rivoluzioni più ritwittate, più condivise della storia. Come mai? Perché? La ragione principale sta nel fatto che Lina Ben Mhenni conosce nel profondo cos’è successo in quegli anni nel web in Tunisia, in Marocco, in Egitto, in Bahrein, in Libano. Lei, la “ragazza tunisina”, fa parte a pieno titolo di quel gruppo transnazionale di blogger che hanno aperto una finestra su una regione che sino a quel momento appariva, almeno a chi la osservava distrattamente in Occidente, un mondo fermo. Forse non tranquillo, ma per niente vivace. E invece la grande ricchezza di una nuova generazione di arabi si nasconde proprio tra le pieghe del web, un pianeta ancora poco sconosciuto ai diversi regimi al potere. Lina Ben Mhenni è parte di questa comunità.
È praticamente coetanea di Alaa Abdel Fattah, icona della rivoluzione egiziana. Così come di molti dei blogger che avevano aperto i loro diari virtuali nei primi anni Duemila. Alaa Abdel Fattah in Egitto, con l’aggregatore di blog manalaa.net. Ahmed al Omran in Arabia Saudita, con Saudi Jeans. Mazen Kerbaj in Libano col suo particolarissimo blog artistico Kerblog. Sono solo alcuni nomi di una lista lunga, sempre più lunga, fatta di centinaia di diari virtuali, scritti in diverse lingue, suddivisi in blog politici o artistici o intimistici. Tutti, comunque, segnalano la voglia di avere voce. E lo fanno ben prima delle rivoluzioni arabe. Anzi, preparano il terreno fertile per la creazione di una comunità di dissidenti che si sarebbe poi incontrata in piazza. Fuori dal web.
La tecnologia digitale è infatti solo uno degli strumenti della dissidenza che, però, si fa nelle piazze e nelle strade. I blog, i social network sono il mezzo attraverso il quale gli oppositori si mettono in contatto, lanciano gli scioperi, cercano di aggirare le forze di polizia.
Lina Ben Mhenni apre il suo primo diario virtuale nel 2007. A 24 anni. Si chiama Night Clubbeuse, è un blog che si occupa della vita notturna di Tunisi. Un diario virtuale concentrato sulla dimensione esistenziale, se si vuole. Niente a che vedere con A Tunisian girl, con il blog che l’avrebbe resa famosa durante la rivoluzione. È lei stessa a raccontare cosa la porta a cambiare, a spostare la sua attenzione sul piano sociale e politico. Sono le proteste nel bacino minerario di Gafsa, nel sud della Tunisia, nella primavera del 2008. Proteste sociali, di lavoratori, represse nel sangue dalle autorità. Proteste che, dice Lina Ben Mhenni, hanno fatto clic nella sua testa. D’altro canto, lei viene da una famiglia di intellettuali dell’opposizione. Suo padre, Sadiq Ben Mhenni, comunista, attivista per i diritti umani, tra i fondatori della sezione tunisina di Amnesty International, nelle carceri del regime ha trascorso sei anni. E Lina fa parte di questa storia. Lo racconta il padre, che spiega di non aver mai trattato sua figlia come una bambina, non averle nascosto gli incontri con i suoi amici, impegnati come lui. Lina assisteva a quegli incontri, e ascoltava. Le proteste sociali di Gafsa pongono un problema serio. Il problema dell’informazione in Tunisia. Pilotata dal regime di Ben Ali, quella ufficiale, quella della tv. Soffocata, invece, l’informazione che proviene da altre fonti. Più dirette, ma anche senza possibilità di arrivare al grande pubblico. Non è la prima volta che succede. I fatti del 2008 a Gafsa si inseriscono in una sequenza di proteste e repressioni di cui si prova a parlare sul web. Già dal 2001. Lina Ben Mhenni non è, infatti, come si diceva prima, una voce unica nel panorama della cosiddetta cyberdissidenza. Né di quella araba, né tantomeno di quella di un piccolo paese come la Tunisia. Al contrario. La voce di Lina Ben Mhenni si inserisce in un filone, quello dell’opposizione online, che ha le sue origini nel 2001, quando nasce il primo sito contro il regime di Ben Ali. È una rivista online, si chiama Tunezine, l’ha creata un dissidente che si firma ettounsi, il tunisino. Economista di formazione, Zuheir Yahyaui, la persona che si nasconde dietro lo pseudonimo di ettounsi, viene arrestato nel 2002, si fa un anno e mezzo di carcere, subisce torture e maltrattamenti, fa lo sciopero della fame, viene rilasciato per le pressioni internazionali, ma muore a soli 37 anni per una crisi cardiaca nel 2005. Il suo corpo debilitato non ha retto i maltrattamenti e l’esperienza del carcere. Per i giovani tunisini, Yahyaui è il primo martire della cyberdissidenza. Corre l’anno 2005, la rivoluzione tunisina è in preparazione, grazie alla piattaforma offerta dalla Rete, allo sviluppo dei primi magazine online, e alla nascita dei blog. Dei diari virtuali. Ma come mai la dissidenza elettronica si sviluppa e cresce proprio nella piccola Tunisia, addirittura in modo più capillare di quanto, negli stessi anni, sta succedendo in Egitto, in Libano, in Bahrein? Le piccole dimensioni del Paese aiutano, certo, la diffusione di internet cafè e di una cultura d’opposizione online. Ma la Tunisia è anche l’unico caso di una sorta di trasformazione informatica tutta calata dall’alto, quella che il presidente Zine el Abidine Ben Ali sogna per il suo paese, il primo tra quelli africani a collegarsi a internet nel 1996. Secondo la visione del presidente, il futuro della Tunisia – appena dieci milioni di abitanti stretti tra due colossi come l’Algeria e la Libia – si sarebbe dovuto costruire sull’informatica. Creando una forza lavoro qualificata a basso costo. E invertendo, in questo modo, la rotta dell’emigrazione: i tecnici sarebbero rimasti a Tunisi, le aziende europee avrebbero portato lavoro grazie a una delocalizzazione informatica. Il sogno di Ben Ali è quello di portare dentro le famiglie computer venduti a prezzi bassi, una sorta di versione tunisina del “pc in ogni casa” propugnato alcuni decenni prima da Bill Gates. Il presidente Ben Ali vuole addirittura portarne un milione, di computer, dentro le case tunisine entro il 2009, lo stesso anno in cui la giovane Lina Ben Mhenni apre il blog per il quale diventerà famosa. Quello intitolato A Tunisian Girl. Una ragazza tunisina.
Lina Ben Mhenni utilizza diverse lingue per il suo diario virtuale, come succede spesso per i blog della sua generazione. L’arabo, il francese, l’inglese. A Tunisian Girl è uno spaccato del Paese che non ha posto nell’informazione ufficiale, e di quello che succede oltreconfine. Le accuse delle violazioni dei diritti in Tunisia rimbalzano nei post di Lina Ben Mhenni, fino a che, il 17 dicembre del 2010, un venditore ambulante tunisino, Mohammed Buazizi, si dà fuoco nella cittadina di Sidi Buzid, contro le vessazioni della polizia. Non è il primo caso. È già successo in Tunisia. È successo anche in Egitto. L’autoimmolazione è un segno che il limite è stato valicato. Lina Ben Mhenni parte per Sidi Bouzid per vedere con i propri occhi e, attraverso il suo blog, informare della situazione con i suoi video. Si era allora nella fase del giornalismo dei cittadini, com’era definito dagli stessi cyberattivisti, che provavano a rompere il silenzio dei mezzi di informazione gestiti direttamente dai regimi, a superare censura e propaganda, e a fornire informazioni di diverso tipo a un pubblico più vasto. Il regime di Ben Ali, d’altro canto, aveva anche bloccato l’accesso, in Tunisia, a siti internazionali, compresi quelli che si occupano di diritti umani.
Lina Ben Mhenni diventa anche fonte interna di notizie per i giornalisti internazionali a cui viene impedito l’accesso in Tunisia. Le proteste montano, soprattutto all’inizio di gennaio. Sino a che, nel giro di pochi giorni, accade l’inimmaginabile. Travolto dalle manifestazioni che non si fermano, anzi, si autoalimentano, il presidente Ben Ali lascia precipitosamente il Paese, riparando in Arabia Saudita, un esilio durato sino alla sua morte, il 19 settembre del 2019. La rivoluzione tunisina, quella che per Lina Ben Mhenni è la rivoluzione della dignità, è la prima, ed è la prima a travolgere un regime autocratico che da decenni imbrigliava il Paese.
Dopo la rivoluzione, Lina ben Mhenni non smette però di essere una voce critica nel difficile percorso di transizione politica e istituzionale della Tunisia. I suoi interventi, quelli all’interno del Paese e quelli nelle conferenze internazionali, sono tutti dedicati ai diritti. Ma anche a stigmatizzare la corruzione.
Lei ha una solida impostazione politica laica e progressista. Le sue critiche si appuntano su en-Nahda, il partito islamista che vince subito le elezioni democratiche dopo la rivoluzione e che segna la transizione politica. Critiche che continua a fare sino al giorno prima di morire, sul suo blog. Partecipa alle dimostrazioni contro l’integralismo in crescita. le arrivano minacce di morte, prima anonime su Facebook, poi all’interno della sua università. Lei accusa i settori salafiti, l’estremismo integralista. Dal 2013, le autorità la mettono sotto scorta. Una guardia del corpo la accompagna, ma questo non basta a evitare che alcuni poliziotti a Djerba la picchino, nonostante il suo compromesso stato di salute. Lei deposita una denuncia contro di loro. Le associazioni internazionali segnalano il suo caso.
Se c’è stata una dote di Lina Ben Mhenni riconosciuta da tutti, è stata la costanza del suo impegno sulla difesa dei diritti. Di ognuno. Non solo dei suoi. Fino ai suoi ultimi giorni di vita. Diritti di genere, diritti di cittadinanza, diritti dei più deboli. Come i detenuti delle carceri tunisine, per i quali – assieme al padre – raccoglie in due anni almeno 45mila libri, per sostenere la diffusione della cultura e, in questo modo, consolidare il senso della cittadinanza.
Così come si occupa, con forza, del diritto alla salute e del sistema sanitario tunisino, andando oltre la sua malattia e trasformando anche quella in una battaglia per i diritti. Colpita da bambina dal lupus, una malattia autoimmune, Lina era entrata e uscita più volte dall’ospedale. Vittima di una forte insufficienza renale, è costretta alla dialisi, e nel 2007 subisce un trapianto di rene, rene donato da sua madre, Emna ben Ghorbal, insegnate di arabo, anche lei coinvolta nell’impegno civile. Lungi dal mantenere la malattia in una dimensione di riserbo e privata, Lina la espone, anche sul suo blog.
Il rapporto con un corpo ferito, pieno di cicatrici, violato è al centro delle sue riflessioni pubbliche. A volte per affermare di aver fatto pace con quel corpo ferito dagli aghi, dalle cicatrici, dagli apparecchi posizionati per aiutarla nella malattia. A volte per far conoscere ai suoi lettori la sofferenza della vita quotidiana, il dolore, le notti insonni, il sostegno costante della sua famiglia. Di sua madre che le aveva donato il rene, e di suo padre che fino all’ultimo le infonde la carica, la forza di andare avanti.
Anche della sua battaglia contro il lupus e l’insufficienza renale, in sostanza, Lina Ben Mhenni fa una battaglia per i diritti. Compreso il diritto a mostrare un corpo che non era nel canone del corpo cosiddetto perfetto. Lo fa, per esempio, nel febbraio del 2010 sul blog, con una foto della sua pancia piena di ematomi dovuti alle medicazioni, e soprattutto segnata dalla cicatrice del trapianto di rene. Pubblica la foto per celebrare il terzo anniversario dell’operazione, una prudente rinascita a nuova vita di cui Lina Ben Mhenni dimostra di conoscere tutta la difficoltà e gli ostacoli. E infatti, dopo un decennio il rene smette di funzionare, deve rientrare in ospedale, affrontare l’ennesimo calvario. Tutta la difficoltà e il dolore li descrive lei stessa, sul suo diario virtuale: “sì, ho vissuto l’esperienza della prigione, e credetemi, non c’è niente di più duro che essere prigioniera del proprio corpo”.
Lina Ben Mhenni muore all’età di 36 anni il 27 gennaio 2020, piegata dalla malattia che l’ha accompagnata per la gran parte della sua breve vita. Il giorno prima di morire, la ragazza tunisina, la ragazza della rivoluzione della dignità, affida al suo blog parole dure verso il suo paese, un paese per il quale ha lottato con generosità ed estrema determinazione. Un vero e proprio monito per il futuro della Tunisia. “Siamo un popolo che non impara dal suo passato e non ricorda la lezione della storia, come se fossimo un popolo dalla memoria corta, o forse senza affatto memoria”.
Eppure il suo paese, la Tunisia, le riconosce immediatamente il ruolo ricoperto non solo nella sua opposizione al regime del presidente Ben Ali prima della rivoluzione del 2010-2011. Le riconosce anche un ruolo nella difesa dei diritti e delle libertà.
Per lei, il presidente eletto pochi mesi prima della sua morte, Kais el Sayed, decreta funerali di Stato, dopo essere andato di persona a casa Ben Mhenni per porgere le condoglianze ai suoi genitori. Una decisione che potrebbe sorprendere, vista la lontananza politica tra un presidente conservatore, e Lina Ben Mhenni, donna laica. Ma anche il presidente conservatore, un praticante musulmano molto devoto alla sua fede, e allo stesso tempo un indipendente, è un prodotto di quella rivoluzione che ha trovato una delle sue testimoni e delle sue protagoniste, sul fronte progressista, in Lina Ben Mhenni. Un ruolo che lo stesso presidente Kais el Sayed le riconosce: “ci sono donne di cui la storia non si dimentica. Ci sono donne che fanno la storia”, ha dichiarato dopo la morte della blogger.
Anche il funerale di Lina Ben Mhenni, come tutta la sua vita, è il segno di una libertà ricercata sino all’ultimo. E di una libertà affermata. Perché, come ha scritto la sua amica Hind Meddeb, giornalista e documentarista, “sono state audacia e libertà a guidare le scelte di Lina per tutta la sua vita”.
Il corpo di Lina Ben Mhenni viene riportato dall’ospedale, dov’era morta, fino alla sua casa nel quartiere di ez Zahra. E da casa parte il corte funebre, che subito mostra come anche il funerale di Lina Ben Mhenni è come tutta la sua vita. Senza ipocrisie, con prese di posizione chiare. A portare la bara, quasi tutte donne, per un funerale che rompe la tradizione per la quale il commiato con chi muore è un affare di uomini, mentre le donne sono a distanza, ai margini, spesso a casa, a piangere per il lutto e per l’assenza. Stessa cosa per l’orazione funebre, anch’essa affidata alle donne. E donne e uomini assieme sono presenti a una cerimonia in cui si affollano almeno mille persone. Moltissimi giovani, i coetanei di Lina Ben Mhenni, i cyberdissidenti, gli amici con cui la “ragazza tunisina” ha condiviso la piazza, la strada, non solo e non tanto il mondo virtuale. Riuniti in una giornata di sole tra gli alberi di Jellaz, nel più importante cimitero della capitale dove sono seppelliti anche coloro che, per i tunisini, sono i martiri della rivoluzione.

Non conoscevo la storia di questa donna straordinaria, grazie per averla raccontata così bene