cambiare il nome dell’aeroporto internazionale della capitale libanese, ora dedicato a Hariri, e farlo ritornare a un semplice Aeroporto Internazionale di Beirut. Complicata e divisiva è la memoria in Libano.
Il corteo di sei auto percorre una delle arterie del centro di Beirut, nella parte nord della città. è un convoglio importante, le macchine di scorta servono per la sicurezza di Rafiq al Hariri, da pochi mesi ex premier dopo oltre dieci anni alla testa del governo libanese. Alla guida della terza vettura, una Mercedes blindata, c’è proprio Rafiq al Hariri. Sul sedile accanto, una delle persone a lui più vicine, l’ex ministro dell’economia Basil Flihan. È il 14 febbraio del 2005, giorno di San Valentino, una ricorrenza laica molto sentita in tutto il mondo arabo. Una giornata tipica dell’inverno beiruttino. Luminosa, un po’ fredda. Dopo aver partecipato a una sessione del parlamento, Rafiq al Hariri passa quasi un’ora al Cafè Place de l’Etoile. Sono le 12:45. il miliardario libanese chiede di tornare a casa. La sua scorta prepara il percorso. Non è sempre lo stesso. Le misure di sicurezza attorno alla figura principale della politica libanese sono alte.
Le macchine attraversano Rue Minet al Hosn, nel cuore della Beirut finanziaria, e si avvicinano all’albergo Saint George, uno dei simboli della Beirut da cartolina spazzata via dalla guerra civile. Sono le 12:55. L’esplosione è di una potenza inaudita. Il cratere che si forma nella strada ha un diametro di dieci metri e una profondità di due. Persone, edifici, macchine, tutto viene investito da una carica di quasi due tonnellate di esplosivo.
Le macchine del corteo sono accartocciate. E la conta definitiva dei morti sarà possibile solo alcune settimane dopo l’attentato che segna la storia libanese del dopo-guerra civile. Alcuni feriti, gravissimi, non sopravviveranno che pochi giorni. Il bilancio è terribile: 22 morti, tra cui colui che era il bersaglio dell’attentato. Rafiq Hariri. Anche 5 impiegati dell’hotel Saint George sono tra le vittime, assieme a otto persone del convoglio.
Il numero dei feriti dà il senso della potenza dell’attacco. Oltre duecento persone, per la precisione 226. La scena che si presenta ai soccorritori e ai cittadini di Beirut, è simile a quella prodotta da un terremoto.
Per il Libano è una data indimenticabile. Una di quelle cesure della storia di cui i contemporanei ricordano tutto. Cosa facevano, dov’erano in quel preciso momento. I paragoni, già subito dopo l’attentato a Rafiq al Hariri, dicono molto. Come fu, per l’Italia, il rapimento di Aldo Moro. O come fu l’uccisione, nel pieno centro di Stoccolma, del leader svedese Olof Palme.
Il paragone immediato, però, è con le stragi di mafia. Il cratere nel cuore di Beirut ricorda il cratere nell’autostrada che conduce a Palermo, all’altezza di Capaci. L’attentato al giudice Giovanni Falcone, alla magistrata Francesca Morvillo, sua moglie, e agli uomini della scorta. Non è stata, però, una bomba piazzata sotto il manto stradale a provocare il massacro di San Valentino, a Beirut. E’ un’autobomba. L’esplosivo è stato stipato in un furgone Mitsubishi Canter, parcheggiato due minuti prima del passaggio del convoglio di Hariri da un attentatore suicida di cui fino ad ora non sappiamo nulla. Perché di lui (infatti l’unica cosa che si sa è che era un uomo) non rimane nulla se non il naso.
Ma per arrivare alla verità sull’attentato a Hariri ci vorranno anni di indagini. Indagini che prima investono le autorità libanesi. E poi coinvolgeranno le Nazioni Unite.
I depistaggi, infatti, cominciano subito. Già un’ora e un quarto dopo la terribile esplosione, arriva una telefonata nella redazione beiruttina di Al Jazeera. È la prima rivendicazione di un sedicente (e si scoprirà poi inesistente) gruppo islamista denominato Vittoria e Jihad nella Grande Siria. Chi parla al telefono indica dove i giornalisti possono trovare una videocassetta lasciata nella zona dell’attentato. È la rivendicazione. Al Jazeera trasmette il video. Nel filmato un uomo, Abu Adass, recita la formula dei martiri, lancia parole di fuoco contro Hariri, dice che sarà ucciso per sostenere la battaglia dei resistenti sunniti. Si suppone sia l’attentatore suicida.
Ma gli investigatori capiranno presto che si tratta di un depistaggio. Uno dei tanti.
Beirut è sotto choc. Hariri è la personalità più di spicco del Libano della ricostruzione dopo la guerra civile.
Rafiq Baha Eddine al Hariri compare sulla scena politica libanese dopo una carriera di successo nel mondo imprenditoriale, costruita mattone per mattone – è proprio il caso di dire – nel settore delle costruzioni in Arabia Saudita. Hariri nasce da una famiglia dalle modeste possibilità a Sidone, in una delle città più importanti del Libano meridionale, il I novembre 1944. Studia economia all’università araba di Beirut, ma poi lascia gli studi ed emigra, come fanno molti libanesi. È la metà degli anni Sessanta. Lavora fin da subito nel settore delle costruzioni sino a che non si mette in proprio. Nasce la sua prima, piccola società, la Ciconest. Di tornare in Libano non se ne parla. La guerra civile scoppia nel 1975 e travolge il Paese. Hariri, invece, si sta trasformando in un uomo d’affari sempre più importante. E potente. Acquisisce alla fine degli anni Settanta la cittadinanza saudita, si lega a Fahd, uno dei principi più di rilievo della famiglia reale di Ryadh. La sua ascesa è inarrestabile. È l’attore più importante nel settore delle costruzioni in Medio Oriente. Negli anni Ottanta entra nella classifica dei cento uomini più ricchi del mondo. La sua fortuna si divide tra l’Arabia Saudita e il Libano, la patria a cui si sente sempre legato. Ha mandato milioni di dollari in aiuti, in Libano, durante la guerra civile.
Tanto legato al suo paese, Hariri, da far sentire tutta la sua influenza nelle trattative che nel novembre del 1989 a Taif, proprio in Arabia Saudita, segnano la fine della guerra civile. Il Libano disegnato nell’accordo di Taif è un compromesso tra i due Paesi che metteranno tutto il loro peso nella ricostruzione. L’Arabia Saudita e soprattutto la Siria. Rafiq al Hariri, in questa fase, rappresenta l’uomo che può mettere d’accordo tutti. Ha alle spalle un patron politico, l’Arabia Saudita. È capace di trattare con i siriani. È un businessman che potrà lavorare alla ricostruzione. Hariri è un musulmano sunnita, e non è un dettaglio da poco. Gli accordi di Taif rivedono, infatti, gli equilibri di potere tra le sette che compongono il quadro politico del Paese. La suddivisione dei poteri rimane formalmente la stessa. Il presidente della repubblica è un cristiano. Il primo ministro un sunnita. Lo speaker del parlamento uno sciita. Ma sono i pesi specifici che cambiano. E il peso specifico dei sunniti si rafforza. Proprio con Hariri, che nel 1992 diventa il primo ministro del dopoguerra libanese, sotto la presidenza di Elias Hrawi, l’uomo espressione del compromesso di Taif. Sostenuto dai siriani, il presidente Hrawi risiedeva in uno degli appartamenti di Hariri prima che il businessman diventasse premier.
La ricostruzione può partire. Con Hariri di ritorno in Libano, con Hariri primo ministro, con Hariri che vanta amicizie importante anche in campo occidentale, prima fra tutte quella con il presidente francese Jacques Chirac. Nel 1994 nasce una società per la ricostruzione di Beirut. Solidere. È una società mista, privata-pubblica, ma il ruolo di Rafiq al Hariri dentro Solidere è così forte da farne il braccio di una ricostruzione che vuole rinverdire i fasti della città. Una Singapore nel Mediterraneo, come disse lo stesso premier. Gli investimenti sono molto pesanti, così come gli interventi che stravolgono l’impianto urbanistico del centro storico e soprattutto il fronte a mare. Le polemiche crescono, e crescono le accuse a Hariri di non rispettare la storia urbana e sociale di Beirut, di sostenere un sistema corrotto, e di avere interessi personali, privati nella ricostruzione del centro storico della città targata Solidere. E di soldi ne girano tanti. Bisogna rimettere in piedi 1200 edifici, ripulire la città dai rifiuti tossici, mettere su il più grande progetto al mondo di ricostruzione urbana.
Ma non è tanto la questione di Solidere a segnare il destino di Hariri. È la crisi dei rapporti con la Siria, che con il passare degli anni si fanno sempre più tesi. Hariri, che per alcuni è stato l’architetto, per altri uno degli attori degli accordi di Taif, sente sempre di più il peso della tutela siriana. Damasco ha sempre più potere in Libano. Potere anche militare, visto la presenza di decine di migliaia di suoi soldati nel paese.
La stella di Rafiq al Hariri comincia a perdere luce già alla fine degli anni Novanta. E in particolare quando si deve decidere il nuovo presidente della Repubblica. La scelta cade su Emile Lahoud, cristiano maronita, ovviamente, considerato l’uomo di Damasco in Libano. La frizione con Hariri è immediata. Tanto che il tycoon libanese è costretto a dare le dimissioni da primo ministro. La sua assenza dal potere esecutivo durerà però solo due anni, sino alle elezioni del 2ooo, che Hariri prepara con cura, metodicamente. E vince. Anzi. Stravince. Ritorna in sella come primo ministro.
Ma la crisi all’interno del sistema politico libanese non finisce con la vittoria di Hariri alle elezioni politiche. La Siria non vuole perdere la sua influenza, così forte da fare del Libano una sorta di protettorato. A Damasco è salito al potere un altro Assad, il giovane Bashar, figlio di Hafez, il presidente che ha retto il paese per decenni. Nei rapporti tra Siria e Libano, però, non cambia molto. Anzi. Bashar al Assad mette tutto il suo peso sul presidente Lahoud, il grande avversario di Hariri e alleato di Hezbollah, il partito libanese sciita che sostiene l’alleanza con Damasco. Lo scontro sotterraneo scoppia quando la Siria rende pubblico il suo diktat. Lahoud deve rimanere presidente della repubblica per altri 3 anni, oltre i termini del suo mandato, che scadrebbe nel novembre del 2004. Occorre riformare la costituzione libanese. Rafiq al Hariri si oppone. Viene convocato da Assad a Damasco, alla fine di agosto 2004. L’ultimatum dei siriani è chiarissimo. Bashar al Assad gli dice che, se Hariri non cede o chiede aiuto ai francesi, la Siria distruggerà il Libano.
Hariri torna a Beirut, molto preoccupato, e capisce che deve entrare nel fronte dell’opposizione contro la Siria che si sta compattando. Passano pochi giorni, e il 2 settembre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approva la risoluzione 1559. Sponsor: francesi e americani. Chiede il ritiro delle forze straniere dal Paese (la Siria), ed elezioni presidenziali libere in cui non vi sia l’influenza straniera. Lo scontro tra Siria e Libano è arrivato al Palazzo di Vetro di New York. A novembre del 2004, tre mesi prima della sua uccisione, Rafiq al Hariri presenta le sue dimissioni da primo ministro. Il presidente della Repubblica Emile Lahoud le accetta. È stato appena confermato capo dello Stato grazie alla riforma costituzionale pretesa dai siriani.
In quei tre mesi, Rafiq al Hariri viene pedinato da cinque uomini. Sempre più frequentemente. Tra di loro ci sono quelli che, alla fine di gennaio del 2005, compreranno nella città di Tripoli, a nord di Beirut, un furgone Mitsubishi Canter. Pagato in contanti, poco più di 11mila dollari. Gli uomini che l’hanno acquistato hanno chiesto anche uno sconto di 250 dollari. Era una vettura rubata in Giappone, arrivata in Libano via Dubai, in vendita in un negozio di Tripoli. È il furgone stipato di esplosivo della strage di San Valentino.
Gli uomini hanno fornito generalità false. Fanno parte di un gruppo di cinque uomini di Hezbollah, cinque operativi, come si dice in gergo. I loro nomi sono negli atti d’accusa del Tribunale Speciale per il Libano. È un tribunale internazionale unico nel suo genere, istituito dalle Nazioni Unite con una risoluzione del consiglio di sicurezza del 2007. L’unico tribunale internazionale che si occupa di reati di terrorismo, nello specifico dell’attentato del 14 febbraio del 2005 a Rafiq al Hariri. Perché le sue implicazioni costituiscono una “minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”. In contumacia, il tribunale accusa di atti di terrorismo Salim Jamil Ayyash, Hassan Habib Merhi, Hussein Hassan Oneissi and Assad Hassan Sabra di essere gli organizzatori e gli esecutori dell’attentato. Il quinto, Mustafa Amine Badreddine, è morto, ucciso nel bombardamento dell’aeroporto di Damasco nel 2016.
Sul banco degli imputati, sin dall’arrivo in Libano degli investigatori mandati dalle Nazioni Unite, non c’è solo Hezbollah. C’è la rete dei servizi di intelligence siriana, presente in maniera capillare nel paese dei cedri.
Le accuse del Tribunale Speciale per il Libano, che continua sino al 2019 ad ascoltare testi e famigliari delle vittime, sono un altro sasso nello stagno della politica libanese, già segnata dalla pesante crisi socioeconomica, e dalle imponenti manifestazioni di piazza dell’autunno del 2019. D’altro canto, i cambiamenti in Libano sono stati spinti anche dai movimenti popolari, dalle manifestazioni di piazza che fanno superare i confini tra le comunità che compongono il mosaico nazionale.
È successo anche nel 2005, proprio come reazione popolare all’attentato a Rafiq Hariri. Ai suoi funerali partecipano almeno 150mila persone. Beirut è invasa dalle bandiere nazionali con il cedro, l’albero simbolo del Paese e dell’unità. Ma è il 14 marzo del 2005 della prova di forza.
A un mese dall’assassinio di Rafiq al Hariri, il Libano scende per strada non solo per lui, ma anche (e soprattutto) contro la Siria. Un milione, forse più, dicono i testimoni oculari. Un milione, e forse più, pigiati tra la piazza dei Martiri e la vicina piazza Riad el Sohl, dove Hezbollah aveva concentrato i suoi, di manifestanti, pochi giorni prima, l’8 marzo. Piazza dei Martiri diviene il centro fisico di quella che viene subito definita la rivoluzione dei cedri. L’inizio della primavera libanese. Più ancora, l’inizio di quel risveglio arabo che avrebbe riempito le piazze solo qualche anno più tardi, nel 2011.
Il primo risultato dell’attentato di San Valentino del 2005 a Beirut è tutto a sfavore della Siria. La pressione si fa pesante non solo per le dimostrazioni popolari a Beirut, ma anche per le ripercussioni diplomatiche, regionali e internazionali. Damasco è costretto a ritirare subito le sue truppe. 40mila soldati. L’ultimo militare siriano abbandona il Paese il 25 aprile, nella cerimonia formale che i vertici militari libanese e siriano organizzano a pochi chilometri dal confine, nella base aerea di Ryak. Lontano dalle piazze.
Il Libano, però, non trova pace nel 2005. Gli attentati contro personalità politiche e culturali continuano. Nel mirino ci sono, ancora una volta, coloro che hanno alzato la voce contro la presenza siriana nel Paese. All’indomani della vittoria elettorale del figlio di Rafiq Hariri, Saad, viene ucciso Samir Qassir, uno degli intellettuali più coraggiosi del Libano. Uno dei simboli della rivoluzione dei cedri. Muore il 2 giugno del 2005, per un congegno piazzato sulla sua Alfa Romeo parcheggiata nel quartiere cristiano di Ashrafeya, a Beirut. La bomba scoppia quando lui gira la chiave nella toppa dell’accensione. La storia non è finita. L’ombra dell’attentato a Rafiq al Hariri lambisce la morte di Samir Qassir. Di professione giornalista.