Carta, penna, parole. La scrittura censurata delle prigioni

Per la scrittura dal carcere nella sua dimensione globale, Antonio Gramsci rappresenta un esempio alto, altissimo. Un vero e proprio modello filosofico, di pensiero, letterario. Ci se ne accorge appena si esce dai confini del Belpaese, quando Gramsci non è solo un nome citato più e più volte, ma soprattutto un corpus conosciuto, studiato, citato a ragione. La scrittura dal carcere non si è, ahimè, estinta con le lettere e i quaderni dal carcere di Gramsci. Tutt’altro. Le parole tentano ancora di uscire dalle celle, nonostante i sistemi carcerari di dittature e autocrazie tentino di soffocare anche la minima idea di comporre il pensiero su un pezzo di carta. Nell’era del digitale, della parola che viaggia su piattaforme da noi considerate evanescenti, inconsistenti, un pezzo di carta e una penna divengono tra i desideri più ambiti, dopo la libertà dalla costrizione e dalla tortura.

Silenzio dalle prigioni. Nessuna parola deve alzarsi in volo e superare le alte mura delle carceri. Anche se dentro – dentro le celle, nelle stanze degli interrogatori e delle torture, nelle limitate ore d’aria e lungo i bracci dei reparti – le voci si levano alte. Spesso sono grida, oppure pensieri ossessivi che rimangono nella testa dei prigionieri chiusi nelle celle d’isolamento.

Basta che non si scriva e non si legga. Nessuna parola nero su bianco. Nell’era evanescente del digitale, del consumo compulsivo di dati, è ancora la carta a far paura alle dittature. Alle autocrazie, ai regimi più o meno illiberali. Carta e penna sono vietate, o soggette a un estenuante negoziato. Eppure, carta e penna sono gli oggetti necessari per scrivere le lettere alle famiglie. Ai propri cari. Perché le visite nei parlatoi sono centellinate, se va bene. Proibite, nella maggior parte dei casi. Oppure carta e penna sono gli strumenti necessari per mettere giù i pensieri che affollano la mente, e riconquistare in questo modo il tempo che scorre. E poi c’è la carta dei libri, l’inchiostro delle riviste. Perché anche il semplice gesto di leggere e sfogliare pagine è considerato un pericolo.

Parliamo dell’Egitto di oggi. Di Iran e Turchia. Potremmo parlare dell’Egitto di ieri, della Nigeria degli anni Sessanta, della Polonia degli anni Ottanta. O dell’Italia del fascismo e del suo prigioniero più famoso, Antonio Gramsci.

Proprio Gramsci è divenuto, nel corso dei decenni, un simbolo, oltreconfine. Nelle università americane e britanniche. Nei circoli intellettuali di tutto il mondo, soprattutto di quello non occidentale. E anche tra gli arabi. Il Gramsci delle lettere e dei quaderni dal carcere non è solo molto tradotto e ancora di più letto, diviene una figura di riferimento per intere generazioni, in particolare quelle più recenti.

Com’è riferimento per Alaa Abd-el Fattah, il prigioniero più noto tra i circa sessantamila detenuti di coscienza che affollano fino all’inverosimile le carceri egiziane. Numeri, questi, forniti dalle associazioni internazionali per la difesa dei diritti umani, come Amnesty International. Alaa Abd-el Fattah, o @alaa, com’è conosciuto nella realtà virtuale, non è solo la figura iconica della rivoluzione di piazza Tahrir del 2011. È una delle menti politiche più lucide che è possibile trovare in tutta la regione araba, e che occorre leggere – soprattutto noi italiani – per comprendere cos’è veramente successo e cosa sta accadendo in Egitto in questi ultimi anni. Sette degli ultimi anni @alaa li ha passati nel carcere di massima sicurezza di Tora, al Cairo. È ancora lì dentro, dopo gli ultimi due anni in detenzione cautelare, sino a che – alla scadenza dei termini – le autorità del tribunale d’emergenza (non un tribunale ordinario) hanno deciso di rinviarlo a giudizio per accuse che i suoi avvocati non possono ancora vedere per studiare il suo caso.  L’ennesimo, per un uomo che è stato limitato nella libertà da tutti coloro che si sono succeduti al potere al Cairo, a cominciare da Hosni Mubarak. E la sentenza, il 20 dicembre 2021, è arrivata, un oltraggio alla giustizia, al diritto e ai diritti. Cinque ulteriori anni di carcere per Alaa Abd-el Fattah, da cui non verranno scontati i due anni di carcere preventivo. E quattro anni agli altri due imputati di presunti reati, l’avvocato di @alaa, Mohammed Baker, arrestato in un palazzo di giustizia quando due anni fa era andato a difendere i diritti del suo assistito. E Mohammed Ibrahim, Oxygen come lo conosce il mondo del web, blogger tra i più noti, a cui viene vietato da anni di incontrare i suoi familiari e che ha già tentato il suicidio.

Gramsci, dunque. Lo stesso Gramsci a cui per parecchio tempo fu negata carta e penna “dato che – scriveva nel 1928 in una delle sue lettere contingentate – passo per essere un terribile individuo, capace di mettere il fuoco ai quattro angoli del paese o giú di lí”. @alaa lo cita poco meno di un secolo dopo, in una lettera del 2019, uno degli scritti contenuti in Non siete stati ancora sconfitti, da poco pubblicato da hopefulmonster editore in contemporanea con l’edizione in inglese di Fitzcarraldo, risultato di un sorprendente lavoro collettivo di collazione, selezione e traduzione delle sue parole, spesso chiuse nel carcere di Tora. Per l’edizione in italiano, è Monica Ruocco ad aver tradotto dall’arabo le parole di Alaa Abd-el Fattah. ARCI e Amnesty International sezione italiano hanno dato il loro sostegno per la pubblicazione di un testo che Wired.it, nella recensione di Philip Di Salvo, ha definito il “libro più potente” del 2021.

“Non riesco davvero a sforzare la mia immaginazione con sogni post-rilascio ma, sai, cerco di trovare una ragione per essere un minimo ottimista di fronte all’ondata di destra che sta sommergendo il pianeta, e i cui effetti prima o poi arriveranno anche qui”, scrive Alaa Abd-el Fattah. “Certo, mi sforzo di applicare la teoria di Gramsci riguardo “il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà”, ma qui c’è una tale negazione della volontà che devo fare esercizio di ottimismo della ragione prima di incasinare i miei compagni”.

Tutti i sistemi autoritari, del passato e dell’oggi, sono accomunati dall’incapacità di gestire il proprio rapporto con l’atto del pensare. L’esercizio del pensiero, del dubbio, della confutazione è per questi sistemi insopportabile: può essere come l’acqua che marcisce le deboli fondamenta dell’autocrazia, che solo sulla violenza e la repressione può mantenere – fin quando possibile – il proprio potere. L’esercizio del pensiero è  quella forza dei fragili che impone, alla tirannia, di togliere dalla vista della società, o meglio, di coloro che sono (ancora) liberi, i corpi dei dissidenti e rinchiuderli dentro le mura delle carceri perché restino invisibili.

Non potendo più disporre di un corpo, di un corpo fisico, il prigioniero dà alle parole – unica parte di sé che prova a far uscire dalle mura del carcere  – un volume nel mondo. Conserva, in questo modo, le tre dimensioni del suo corpo attraverso le parole che imprime su un foglio e prova a contrabbandare oltre il carcere. Passa dal corpo al corpus letterario.

È quanto di più rivoluzionario nel tempo evanescente della traccia digitale. Parole impresse su un supporto che, oggi, appare anacronistico. Carta e penna erano sempre nelle mani di Nawal al Sa’dawi, come un simulacro. Li teneva stretti anche in tutti gli interventi pubblici e le interviste che ha rilasciato nella sua lunga vita, sino alla morte al Cairo nel 2021 a un passo dai 90 anni. Carta e penna che vengono negate all’icona del femminismo egiziano quando, alla fine dell’estate del 1981, viene arrestata assieme a un migliaio di oppositori alla politica dell’allora presidente Anwar al Sadat.

È Nawal al Sa’dawi stessa a raccontarlo, nelle Memorie dalla prigione che pubblica dopo il suo rilascio. Ogni giorno il secondino entrava nella cella della prigione di al Qanater, a nord del Cairo, in cui era rinchiusa assieme alle altre detenute politiche, e la minacciava. Le diceva: se trovo carta e penna nella tua cella è molto più pericoloso che se trovassi una pistola. Dietro sua richiesta, Dhuba, la prostituta della cella accanto, le avrebbe portato un grande rotolo di carta igienica e la sua matita per truccarsi gli occhi. È difficile scrivere con una matita per truccarsi gli occhi sulla carta igienica: se si preme troppo, essendo molto fragile, si rompe. Le memorie della prigione di Nawal al Sadawi sono state scritte su un rotolo di carta igienica con una matita da trucco.

Zehra Dogan, artista curda costretta all’esilio dalla Turchia dopo una detenzione durissima, ha impresso invece i suoi disegni sul retro delle lettere (lunghe, composte di molti fogli) che le inviava un’amica. La potenza dei disegni di  Zehra Dogan, poi costretta all’esilio dopo una detenzione durissima, non ci trascina solo all’interno dell’inferno della Prigione n. 5, ora pubblicato da Becco Giallo. Interroga su un mondo invisibile in cui “tutto il male del mondo” si concentra sui corpi inermi dei prigionieri. Così è anche per i racconti  dell’iraniana Sepideh Gholian, ‘colpevole’ dei resoconti giornalistici sulle proteste dei lavoratori della più grande raffineria di zucchero del paese, quella di Haft Tappeh. Arrestata assieme al leader sindacale Esmail Bakhshi, la giovanissima Sepideh Gholian – nata nel 1994 – ha avuto un breve rilascio su cauzione per poi essere di nuovo arrestata e costretta a una peregrinazione in diverse carceri dell’Iran. I suoi Diari da carcere sono pubblicati da poco grazie all’impegno di Gaspari, allo stesso tempo libreria e casa editrice di Udine, con l’aiuto dell’associazione “Librerie in Comune” di Udine e del festival vicino/lontano.

La “scrittura dalle prigioni” egiziane, iraniane, turche arriva dunque, in questi ultimissimi anni, ai lettori italiani attraverso un numero sorprendente di libri che compongono quasi un canone, assieme alle memorie di chi li aveva preceduti nelle celle di tutto il mondo. La lista è lunghissima, spazia dai memoriali ai testi di riflessione politica e teorica, dalle opere narrative alle poesie sino alle denunce dell’oppressione.  Gramsci e Rosa Luxemburg, Nelson Mandela, il Nobel per la letteratura Wole Soyinka, l’indonesiano Pramoedya Ananta Toer, e i russi della letteratura concentrazionaria. I dissidenti dell’Europa orientale, prima del crollo del Muro di Berlino. Vaclav Havel e la sua riflessione sui “senzapotere”. Adam Michnik, arrestato nel dicembre 1981 assieme a migliaia di altri esponenti del sindacato Solidarność, uno dei dissidenti polacchi più duri nei confronti di un altro generale  e ministro della difesa autore nel dicembre del 1981 di un golpe militare, Wojciech Jaruzelski.

Sono, tutte, pagine fondamentali per scoperchiare un universo chiuso, sconosciuto, serrato a quattro mandate, in cui al prigioniero viene tolto tutto, a cominciare dal controllo del proprio corpo. Il tempo invece, scandito dalla reclusione, ha tutta un’altra valenza. “Un prigioniero conta tutto, tranne il tempo. Un prigioniero scopre il tempo”, A dirlo è Ahmet Altan, uno dei più importanti scrittori turchi contemporanei, nel suo diario dal carcere, uscito da Solferino nel 2018 con il titolo Non rivedrò più il mondo. E’ un tempo infinito, scandito anche dalla continua riflessione sui propri atti politici, sulle dissidenze e sulle rivoluzioni, sulle libertà.

Può la libertà essere un reato per il quale passare anni e vita in una cella, spesso in isolamento. È Alaa Abd-el Fattah a porre una domanda che interroga tutti: “dicono che siamo in prigione perché non siamo stati in grado di decidere, perché la portata dei nostri sogni era troppo grande. Come se questo fosse un crimine.”

Questa riflessione amplia l’articolo che ho scritto per l’Espresso, sul numero in edicola il 27 dicembre 2021.

 

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