Di nuovo su Sheikh Jarrah, tanto per rompere il silenzio

Quindi, nel silenzio (quasi) completo della stampa italiana, a est del Mediterraneo succede questo, in tre aree ben precise del Territorio palestinese occupato. La Cisgiordania settentrionale è in subbuglio, soprattutto nelle zone attorno alle due principali città palestinesi, Jenin e Nablus. È un’area ad alta intensità di colonie israeliane, ed è una delle aree in cui Fatah è più forte. Fatah, è meglio precisarlo, e non l’Autorità Palestinese, il cui ‘indice di gradimento’ è crollato ai minimi storici. Avvisaglie di un rialzo della tensione si erano avute negli scorsi mesi nel paese di Silat al-Harithiya, nella zona di Jenin, soprattutto quando un tribunale israeliano ha deciso la demolizione della casa di un palestinese sospettato di aver partecipato all’uccisione di un colono israeliano. La pratica della demolizione delle case dei responsabili di attacchi contro israeliani è comune da decenni. Gli scontri si sono intensificati negli scorsi giorni: un ragazzo palestinese di 17 anni, Mohammed Abu Salah,  è morto dopo essere stato colpito alla testa da un proiettile sparato dalle forze israeliane.

Silat al-Harithiya dista una cinquantina di chilometri da Nablus, ma quella strada attraversa una delle zone più ad alta tensione della Cisgiordania. Passa,  per esempio, per Sebastia, dove lo storico movimento dei coloni Gush Emumin diede inizio a una pratica – illegale per il diritto internazionale e per gli accordi di Oslo – di cui vediamo da anni e decenni i risultati. Costruire colonie di insediamento in un territorio occupato. A Nablus, l’8 febbraio scorso, l’esercito israeliano compie un raid dentro la città, e uccide tre palestinesi dentro una macchina. Tre appartenenti alle Brigate dei martiri di al-Aqsa, la fazione armata di Fatah. L’Autorità Nazionale si affretta a condannare l’omicidio extragiudiziale; uno dei suoi leader,  Azzam al-Ahmed, dice in una intervista che le forze di sicurezza palestinesi avevano tentato di bloccare i soldati israeliani, ma senza riuscirci. La tensione è altissima, continua a essere altissima, in Cisgiordania: lo si capisce chiaramente dalla serie di piccole notizie che si rincorrono, in questi giorni. Gli scontri tra palestinesi e forze israeliane che entrano nei villaggi e nei campi profughi aumentano, un po’ a macchia di leopardo, nell’area di Jenin, Nablus, Ramallah, ma anche attorno a Gerusalemme. Ieri è stato ucciso un altro palestinese, Nehad Barghouti, nel paese di Nabi Saleh.

L’Autorità Nazionale Palestinese di Mahmoud Abbas è ai minimi storici, riguardo al consenso interno. La voce della strada accusa l’Anp di collaborare con gli israeliani sul piano della sicurezza, e di reprimere il dissenso. È così soprattutto da quando, mesi fa a Khalil/Hebron, è stato ucciso dalle forze di sicurezza palestinesi Nizar Banat, voce dissacrante contro il potere a Ramallah. La frattura tra l’Anp e la popolazione palestinese è ogni giorno che passa sempre più profonda, mentre le fazioni continuano a pensare (lo fanno da anni) alla successione a Mahmoud Abbas. Intanto il carovita morde anche le famiglie palestinesi, causa covid e chiusure. E la gente ha cominciato a protestare. A Khalil/Hebron, cuore commerciale della Cisgiordania, le manifestazioni contro il carovita si susseguono da giorni e giorni, protagonisti i commercianti, i trasportatori, i consumatori.

E Gerusalemme? Gerusalemme non è per nulla in pace. I riflettori dei media internazionali sono spenti, ma le videocamere e i telefonini locali registrano molto di quello che succede a Sheikh Jarrah. Non è in questi giorni, com’era nella scorsa primavera, la casa dei Kurd al centro degli scontri quotidiani, di giorno e di notte, che vanno avanti nell’ultima settimana. È la casa dei Salem, che hanno un ordine di espulsione che sarà reso operativo a marzo. È a poche centinaia di metri dai Kurd, sempre attorno alla zona che per i coloni israeliani è il cuneo attraverso il quale penetrare nel quartiere sorto alla fine dell’Ottocento attorno alle ville imponenti delle famiglie palestinesi musulmane (vedi foto dell’archivio Matson del 1931, consultabile online nell’incredibile archivio alla Library of Congress statunitense). Il quartiere lo avevano costruito gli Husseini, i Nashashibi, le famiglie palestinesi musulmane che contavano, in un’area vicino alla porta di Damasco in cui si trovavano edifici religiosi musulmani sin dai tempi di Saladino, Salaheddin al-Ayyubi, come descritto da una delle studiose più note e importanti,  Ruth Kark, nel bel saggio scritto assieme a Shimon Landman, “The Establishment of Muslim Neighbourhoods in Jerusalem, Outside the Old City, During the Late Ottoman Period”, Palestine Exploration Quarterly, 112:2, 113-135.

Uno dei deputati più radicali della Knesset, Itamar Ben Gvir, ha messo un gazebo di fronte alla porta della casa dei Salem, trasformandolo nel suo ufficio all’aperto. È arrivato a dargli solidarietà anche il vicesindaco di Gerusalemme, Arieh King, che vive in una colonia israeliana nel cuore di un altro quartiere palestinese della parte orientale e occupata della città, Ras al-Amud. Gli scontri a Sheikh Jarrah sono continui, la presenza della guardia di frontiera israeliana anche,  bande di ragazzi che vengono dall’altro lato della Road no. 1 compiono raid contro le macchine palestinesi, tra gomme squarciate e vetri rotti. Tutto rintracciabile senza grande fatica su twitter, che contiene un vero e proprio archivio di video fatti con i telefonini. Tra  aprile e maggio scorso, Sheikh Jarrah aveva già vissuto l’alta tensione, attorno alla questione della casa al-Kurd. Ora l’atmosfera sembra diversa, più incattivita. Il nodo di fondo, però, è sempre lo stesso. Le case.

Le case che i coloni radicali israeliani rivendicano perché, nel caso del piccolo agglomerato di Umm Haroun,  in cui si trova anche la casa della famiglia al-Salem, hanno i documenti di proprietà degli antichi proprietari ebrei di fine Ottocento. La legge israeliana consente loro di entrare in possesso di quelle case. Non consente, però, alla famiglia al-Salem di ritornare a casa loro a Jaffa, da cui sono dovuti scappare nel 1948 per poi rifugiarsi a Sheikh Jarrah. Perché c’è una legge, israeliana, “del proprietario assente”. I proprietari palestinesi che non si trovavano a casa loro durante la guerra, non possono riaverla, neanche se hanno il documento di proprietà. A Gerusalemme ovest, nel 1948,  le proprietà palestinesi rappresentavano il 40% dell’intero patrimonio immobiliare. La Linea Verde ha creato un di qua e un di là, nel 1948-49. Gli ebrei che vivevano a est (non molti) sono andati a ovest ed è stata data loro una casa. I palestinesi da ovest sono andati a est (erano tanti, ad avere case, belle case, ville a ovest) e hanno trascorsi gli ultimi settant’anni in altri edifici,  messi a disposizione prima dall’autorità giordana e poi dall’Unrwa, l’agenzia Onu che si occupa dei rifugiati palestinesi. Storia complessa, ma bisogna conoscerla, per evitare di prendere abbagli, e trasformare una questione in un  mero affare immobiliare

Qualche consiglio di lettura, a questo proposito. Il bellissimo libro collettivo Jerusalem 1948. The Arab Neighborhoods and their Fate in the War, curato da Salim Tamari. E l’articolo di Peace Now che spiega nei dettagli la storia della casa della famiglia al-Salem, del rione di Umm Haroun e di Sheikh Jarrah. Qualcosa su Sheikh Jarrah e il diritto alla città lo troverete anche in Gerusalemme senza Dio, edizione aggiornata e tascabile, in libreria dal 3 marzo. E sì, potete prenotarlo, per esempio sul sito delle librerie Feltrinelli.

 

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