“L’Egitto sta lasciando morire l’uomo della rivoluzione”, titolava ieri un articolo di Laura Cappon sul Domani, uno dei pochissimi, rari quotidiani italiani che hanno dato spazio alla vicenda di Alaa Abd-el Fattah. Già in questo titolo, così conciso e secco, c’è tutto. C’è chi compie una (mala)azione, e cioè chi (il regime egiziano) sta lasciando morire in una cella un uomo che chiede, attraverso lo sciopero della fame, il rispetto dei suoi diritti, della legalità, dello Stato di diritto. C’è Alaa, persona e anche simbolo involontario di una rivoluzione che ha segnato l’intera regione araba. C’è la nostra insipienza dal punto di vista politico e strategico, di comunità internazionale e di paesi “democratici” complici del doppio standard sui diritti in nome di una stabilità che ora si sbriciola proprio in Europa, sul fronte ucraino. Non c’è nessuna stabilità a prezzo dei diritti: la storia europea lo dice forte e chiaro, perché la stabilità del continente è solo il risultato di un assetto democratico nato dalle macerie della Seconda guerra mondiale.
Una parola sulla stampa che di Alaa non parla, salvo rarissime eccezioni (Il Domani, Il Manifesto, alcuni siti di informazione attenti alle questioni dei diritti e alcune trasmissioni radio). C’è molto da affrontare in questo tempo di guerra in Europa, ci sono le famose priorità, i pesi e contrappesi su una pagina. Non mettere neanche una riga, però, significa non aver capito cosa succede in Egitto, con cui firmiamo accordi per la fornitura di armamenti. Significa nascondere sotto il tappeto che a novembre, in Egitto, si svolgerà il Cop27: si affronterà l’emergenza climatica, come se fosse staccata dai diritti umani e non solo umani. Significa non capire che ciò che è successo negli scorsi anni, anche a un cittadino italiano, ci riguarda eccome, a prescindere dal passaporto. Nel caso di Alaa, peraltro, si parla di un uomo che è anche cittadino britannico, che ha un passaporto di serie A.
Alaa ci riguarda, come ci riguardava Mandela, e tutta la schiera di prigionieri di coscienza che riempiono le carceri del mondo. Coprire questa storia con il silenzio non ci salverà. Ci renderà solo più colpevoli.
Oggi 10 giugno digiunano per Alaa:
Giulia Beatrice Filpi – giornalista, traduttrice, poeta.
Marta Bellingreri – giornalista indipendente, studiosa di genere, scrittrice, ha realizzato con il fotografo Alessio Mamo reportage sui fronti di crisi nella regione araba.
Simona Brambilla
Alessio Russi
Il digiuno solidale a staffetta non è finito. Anzi. Proprio ora c’è bisogno di dare un segno di coscienza civile e di vicinanza ad Alaa. Per aderire al digiuno, basta mandare una email a info@www.invisiblearabs.com e indicare il giorno in cui si vuole digiunare.