Fatemi anzitutto dire grazie a chi ieri ha risposto con sollecitudine ed empatia alla richiesta di adesioni per il digiuno solidale di 24 ore a staffetta per Alaa. La catena non si spezza, e questi sono giorni importanti. Alaa è al giorno 83 di sciopero della fame, come prigioniero di coscienza nelle carceri egiziane, per i suoi diritti di persona e di cittadino. Sua sorella Mona, che sta cercando di fare del suo corpo il rispecchiamento del corpo di Alaa, digiuna da 12 giorni. E in Italia oggi, 23 giugno, digiuna per la seconda volta Paola Colombo, presidente dell’associazione Vicino/Lontano che organizza l’omonimo festival a Udine. Il festival ha ospitato lo scorso maggio un incontro importante su Alaa Abd-el Fattah e i prigionieri di coscienza, in Egitto e ovunque si trovino.
A Londra si è svolta una veglia di fronte al ministero degli esteri e del Commonwealth. Un conforto importante, non solo per la famiglia. E una pressione che si somma alle altre in corso, compresa la firma di nomi noti dello spettacolo e della letteratura sotto una lettera pubblica che chiede la sua liberazione. Un minimo passo avanti è stato fatto ieri, quando la responsabile degli esteri del governo britannico, Liz Truss, ha risposto a una interrogazione parlamentare, affermando che l’esecutivo “sta lavorando alacremente per assicurare il rilascio” di Alaa, da pochi mesi cittadino britannico. Liz Truss ha anche indicato un momento in cui porrà la questione al governo egiziano, e cioè in occasione della prossima visita del ministro degli esteri egiziano a Londra. Suppongo che la visita sia per il passaggio di consegne tra Londra e Cairo per la prossima conferenza sul clima, COP27, prevista a novembre a Sharm. Un’occasione importante per subordinare il passaggio morbido di consegne alla liberazione di Alaa?