Alaa al giorno 104 di sciopero della fame.

Sono passati 104 giorni, tre mesi e mezzo, da quando Alaa Abd-el Fattah ha iniziato lo sciopero della fame per vedere affermati i suoi diritti di persona, cittadino egiziano, cittadino britannico, essere umano.
“Non è solo un numero”, ci ricorda sua sorella Mona Seif. “Questi giorni sono stati presi dalla salute e dalla vita di Alaa, mentre tenta di far sentire la sua voce e quella dei prigionieri politici nelle carceri egiziane.”
It is not just a number. They are days taken from Alaa ‘s health and life as he tries to get his voice and that of political prisoners in Abdelfattah Alsisi’s prisons heard
Remember them .. talk about them .. pressure your governments to make them a priority when dealing with #Egypt

Non so, non credo che Alaa abbia la possibilità di vedere la luna dalla sua cella. Stanotte c’era la superluna, visibile dall’Italia. Conservo questa foto della luna sul mare di Sciacca per Alaa, che un giorno spero di fargliela vedere.

 

Oggi digiuna per la seconda volta Caoimhe Butterly, che spero presto di conoscere in presenza. Per ora, la sua è infatti una presenza solo virtuale, ma forte e solidale. Uno dei fili forti come i fili da pesca, che uniscono da un mese e mezzo molte e molti di noi, attraverso il digiuno solidale a staffetta di 24 ore per Alaa.

E per finire alcune righe della mia introduzione a “Non siete stati ancora sconfitti”, il libro di Alaa Abd-el Fattah, pubblicato lo scorso ottobre da hopefulmonster editore nella collana che dirigo, “La Stanza del Mondo” (traduzione dall’arabo di Monica Ruocco).

“Le pagine dedicate da Alaa ai corpi resi invisibili, ai corpi dimenticati, ai corpi violati e considerati solo oggetti proprietà delle guardie carcerarie e dei torturatori, sono parole impresse sulla pietra. Corpi annichiliti, come quello di Omar, un altro prigioniero, che racconta dell’esperienza nella cella d’isolamento come la più vicina all’essere seppellito vivo. Riecheggiano le parole scritte da Rosa Luxemburg alla sua amica Sophie Liebknecht, oltre un secolo fa, nel dicembre del 1917: “Sembra di essere rinchiusi in un sepolcro”.

C’è, però, anche un viaggio nel sogno di un Egitto che non sia ostaggio di chi offende i corpi e la dignità della persona. Non è un sogno che rifugge dal reale. Al contrario. Nel reale, della prigione e dell’umanità dolente fuori e dentro le mura del carcere, è totalmente calato. È un sogno ineluttabile, per così dire, quello che fa dire ad Alaa quel “non siete stati ancorasconfitti” che dà il titolo a questo libro prezioso e necessario. Poiché, ed è qui che le parole di Alaa Abd el-Fattah echeggiano la lunga tradizione della “scrittura della prigione”, “nessuno potrà ostacolare i potenti, né riuscirà a definire i margini di libertà e giustizia, né potrà fissare gli spazi di bellezza e la possibilità di una vita comune tranne i deboli, che insistono sul fatto che il significato dovrebbe prevalere, anche dopo la sconfitta”. È nei deboli la risposta e la più importante sfida all’autocrazia.”

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