Due libri, uno di Robert Louis Stevenson (Treasure Island) e l’altro di Oscar Wilde (Stories). E poi una lettera e un articolo. Il pacco è arrivato pochi giorni fa all’ufficio romano di Amnesty International. I mittenti: Ines Zerilli e Arturo Gianluca Di Giovine. Studente e docente. Destinatario: Alaa Abd-el Fattah, nel carcere di Wadi al-Natroun.
Me ne ha parlato Riccardo Noury. Ne parliamo anche a voi, che seguite la campagna di solidarietà per Alaa, giunto a 128 giorni di sciopero della fame. Un tempo infinito, un tempo stretto, un tempo che oggi provo a riempire con gli abbracci che ci arrivano per posta fisica, o per posta virtuale. E che, per quanto possibile, facciamo arrivare alla famiglia di Alaa.
Condivido dunque l’articolo arrivata da Orta Nuova, nel foggiano, assieme alle lettere indirizzate ad Alaa. E condivido il link al profilo FB di Mona Seif, dove la sorella di Alaa ha postato la sua lettera del 28 luglio, consegnata alla madre, Laila Soueif. C’è, in questa lettera piena di fragilità, Alaa nel modo in cui abbiamo imparato a conoscerlo attraverso la sua scrittura, con tutto ciò che questo significa: profondità di analisi, assenza di ipocrisie, chiarezza e anche durezza. E per noi italiani, una sferzata, quando i nomi di Gramsci e di Dante compaiono. Perché – per esempio – uno dei libri impossibili da far passare attraverso le maglie della censura sono proprio i Quaderni gramsciani perché nel titolo c’è “carcere”. Alaa ha nel suo bagaglio culturale coloro che dovrebbero essere i nostri numi tutelari, e che spesso abbiamo dimenticato….
Poi ci sono i messaggi come questo, che arrivano per le vie virtuali: “Il pensiero del digiuno con Alaa va anche ad Alaa Qaddoum di Gaza e a tutte e tutti le e gli Alaa del mondo”.
Non siamo ancora stati sconfitti. Non siamo soli, e soprattutto Alaa non è solo.
Oggi digiuna, ancora una volta e di questo lo ringrazio di cuore, Alessio Mamo.
