COP27: greenwashing per l’Egitto?

Tradurre in italiano una pratica ahimè diffusa è stavolta un po’ difficile, e se qualcuno può darmi una mano l’accetto volentieri. La pratica è quella del greenwashing, in questo caso. Spruzzare un po’ di verde, il tanto che basta, per rifarsi il trucco e trasformarsi in un ecologista convinto. E’ una pratica che conosciamo bene. L’abbiamo vista utilizzata più volte, negli scorsi decenni, a tutti i livelli: dal piccolo paese alla grande potenza, dall’ente locale all’organizzazione sovranazionale.

Ora accade che la COP27, e cioè la 27a conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici,  si terrà dal 6 al 18 novembre 2022 a Sharm El Sheikh, in Egitto. Come se i diritti ambientali riguardassero Marte, un altro pianeta dei diritti, senza alcun rapporto con i diritti civili, sociali, umani. Come se la politica ambientale non avesse nulla a che fare con i diritti individuali e collettivi. Dunque, nonostante l’Egitto sia accusato da tutte le organizzazioni di difesa dei diritti umani di una lunga lista di violazioni pesantissime, la COP27 si svolgerà in Egitto. A Sharm el-Sheikh, peraltro, dove i danni all’ecosistema provocati dall’impatto del turismo di massa sono sotto gli occhi di tutti, da decenni.

Chi ha vissuto al Cairo conosce bene il tasso di inquinamento dell’aria in una megalopoli di venti milioni di persone, la difficoltà persino di respirare. Chi ha vissuto al Cairo ha incontrato, anche solo sfiorato la povertà e le condizioni di vita proibitive di larghi strati della popolazione. Bene, si dirà, dunque è giusto che la COP27 si svolga in un paese dove la situazione ambientale è così profondamente problematica, proprio per affrontare i problemi. Vero, verissimo, se affrontare l’emergenza climatica si coniugasse con un sistema democratico e non opaco. Se, per esempio, la questione climatica venisse affrontata all’interno di una concertazione nazionale. Peccato che le ONG egiziane, quelle che si occupano dei diritti, non possano partecipare alla COP27, come denunciato da un articolo del Guardian: la decisione di chi sarà ammesso dipende dal regime. E l’ONU si guarda bene dal dire qualcosa.

Noi non abbiamo, dunque, niente da dire? Il mondo arriverà a Sharm, ben lontano dal Cairo e dalle carceri in cui almeno sessantamila prigionieri egiziani vivono alla mercé del regime, e noi non abbiamo nulla da dire, nessuna pressione da esercitare? Noi non possiamo processare gli assassini di Giulio Regeni, e partecipiamo in silenzio alla COP27?

Già, velleitario porre queste domande in piena campagna elettorale. Ma l’ignavia non porta mai buoni frutti. Presenta sempre un conto salato.

Alaa Abd-el Fattah è al giorno 147 di sciopero della fame. Quasi cinque mesi, un tempo infinito.

Prosegue  il digiuno solidale per Alaa.  Oggi digiuna ancora  Alessandra Icardi, che come altre persone durante questi tre mesi di digiuno solidale per Alaa hanno deciso di partecipare più volte alla staffetta

Chi vuole aderire al digiuno solidale di 24 ore a staffetta, iniziato il 28 maggio scorso e continuato sino a oggi senza interruzioni, può mandare una email a info@www.invisiblearabs.com