Sempre in attesa che si apra una porta

Anni in carcere, senza vedere luce del sole, alberi, vita, eppure Alaa Abd-el Fattah è sempre riuscito ad avere uno sguardo ipermetrope nei confronti del mondo. Di lunga durata. Come quando scrive di cambiamento climatico legandolo indissolubilmente al capitalismo e alle diseguaglianze. Queste righe fanno parte di un articolo scritto dopo la liberazione (parziale) del 2019, dopo cinque anni in prigione, e pochi mesi prima di essere di nuovo arrestato. Alaa è oggi lunedì 17 ottobre al giorno 199 del suo sciopero della fame. In solidarietà, digiuna di nuovo  Flora Cappelluti, che ha deciso di farlo il 17 di ogni mese. La ringrazio di cuore. Prima di dare la parola ad Alaa, ricordatevi che se volete partecipare al digiuno solidale di 24 ore, basta mandare una email a info@www.invisiblearabs.com

Da Il peso del mondo, in Alaa Abd-el Fattah, Non siete stati ancora sconfitti, hopefulmonster editore 2021, pp.225-226.

“Il cambiamento climatico, i modelli di consumo che lo hanno provocato e le forme di disuguaglianza che stanno dietro alle battaglie combattute per scongiurarlo, come quella contro l’uso delle automobili e la tecnologia dei combustibili fossili,sono invenzioni umane che possiamo modificare e trasformare senza far ricorso a miracoli o profeti. Questa lunga storia di resistenza forse non ha portato a grandi vittorie sul modello capitalista, ma è sempre riuscita a limitarlo e a migliorare le condizioni di vita della maggioranza. E, cosa più importante, questa resistenza è l’unica attualmente in grado di unire le persone a livello globale prendendo il posto di lotte e conflitti. Abbiamo bisogno di trovare rifugio in un viaggio alla ricerca della salvezza, perché il viaggio stesso può porre fine alla nostra condizione di divisione e conflitto. Questa situazione potrebbe anche mitigare le conseguenze della catastrofe o almeno imporre qualche modifica al sistema capitalista come hanno fatto, ad esempio, i movimenti di sinistra che hanno introdotto il welfare state all’indomani della Seconda Guerra Mondiale.

Questo è un problema globale. L’individuo il cui raggio d’azione è estremamente limitato e localizzato non può risolverlo se non creando nuovi modi di organizzazione trasversali ai diversi continenti. Per realizzare queste forme di organizzazione dobbiamo prima tirarci fuori da assurde liti e rifiutare ogni forma di rozzo naziona-lismo. Dobbiamo rivendicare l’arena dell’azione locale, non come uno spazio per accumulare miseri guadagni, ma come uno spazio per discutere di un futuro migliore per tutti.”