200 giorni. In sciopero della fame. 200 giorni.
Non c’è da aggiungere altro. Se non che oggi, a Londra, ci sarà una veglia di protesta di fronte al Foreign Office, per chiedere la liberazione di Alaa, a cui parteciperanno Mona e Sana Seif, le sorelle di Alaa. E in Italia la fiammella per rompere la cortina di silenzio attorno ad Alaa Abd-el Fattah continua a essere accesa. Oggi digiunano due attivisti per i diritti umani, entrambi di Amnesty International Italia, che hanno già più volte scelto di rinunciare al cibo per 24 ore in solidarietà con Alaa. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, e Paolo Pignocchi, di Amnesty International Italia – Coordinamento Europa – Circoscrizione Marche. Chi segue questo blog sa già che Paolo ha fatto una scelta di raro impegno: ha scelto di digiunare una volta alla settimana in solidarietà nei confronti di Alaa.
In Europa c’è la guerra. Altrove, fuori dall’Europa, ci sono le guerre e le crisi e le occupazioni “di sempre”. C’è tanto di cui parlare, oltre il destino individuale di un uomo che da 200 giorni è in cella, privato di tutti i diritti, compresi quelli che le convenzioni internazionali riconoscono ai detenuti. Perché, dunque, parlare di un singolo, di un individuo, di un uomo? Il perché lo sappiamo tutti, o almeno lo dovremmo sapere. Perché in Egitto c’è una violenza sistemica, una repressione sistemica, e il calvario in corso di Alaa Abd-el Fattah è il risultato della violenza sistemica del regime. Perché Alaa è il nome di uomo che condivide con le altre decine di migliaia un destino che riguarda ognuno di noi. Ognuno di noi, non solo in Egitto, potrebbe chiamarsi Alaa. Essere Alaa.
La violazione sistemica dei diritti ci riguarda perché la standardizzazione al basso è già arrivata in Europa. Ed è arrivata perché – soprattutto negli ultimi vent’anni – i decisori europei hanno pensato che il destino di Alaa, dei prigionieri di coscienza, dei torturati, dei desaparecidos e degli ammazzati non riguardasse ognuno di noi.
Me lo sento dire anche qui a Betlemme. Mi sento fare la stessa domanda che mi facevano dieci anni fa: perché l’Europa non è più l’Europa? Perché al netto del suo colonialismo ha persino smesso di essere un modello, contemporaneo, per il rispetto dei diritti umani? Non ho risposte certe o credibili: penso solo, d’istinto, che siamo diventati così perché non difendiamo Alaa, e Ahmed Douma, e Abdel Moneim Aboul Futouh, e Marwa Arafa, e Mohammed Baker, e Anas Beltagy, e…e…e…e…e, fino a raggiungere quota sessantamila (al ribasso) prigionieri di coscienza. Vittime del regime.
Ieri le autorità carcerarie di Wadi al Natrun hanno ancora una volta vietato l’ingresso di una radio per Alaa. Una radiolina è da anni, e non da giorni, uno degli strumenti di umiliazione da parte dei carcerieri. Ma la cosa più grave ancora è la punizione collettiva attraverso la radio: se ad Alaa vietano la radio, la vietano a tutti gli altri detenuti che con lui condividono una cella. Mi è difficile persino immaginare tanta crudeltà e tanta stupidità messe insieme. Crudeltà e stupidità che si accompagnano a una banalità del male costante, che si esprime nel requisire a una madre, Laila Soueif, la mamma di Alaa, la lettera che suo figlio le aveva scritto. Togliere quella lettera a una madre che segue a distanza, con tutto il dolore immaginabile, lo sciopero della fame del figlio. Una madre che non può far altro se non sostenere la dignità di suo figlio, e di tutti i figli di tutte le madri che sono detenuti nelle carceri d’Egitto.
Sono 200 giorni.
200 giorni.