205 giorni, qualcosa si muove (ma non in Italia)

Da 205 giorni Alaa Abd-el Fattah è in sciopero della fame. Quasi sette mesi di sostanziale  silenzio nel mondo dell’informazione generalista, in particolare in Italia. Perché, d’altro canto, interessarsi di un prigioniero di coscienza che ogni giorno che passa rischia di morire nelle carceri del regime di Abdel Fattah al Sisi? E’ forse italiano? Ha forse legami con l’Italia?

Se non fossimo miopi, qualcosa avremmo saputo, detto, e fatto. Lo chiarisce assai bene Naomi Klein con un suo long read, una sua lunga inchiesta sul prossimo COP27, che aprirà tra pochi giorni a Sharm el Sheikh, uno dei luoghi simbolo di come si può sfruttare una meraviglia della natura e trasformarla in meta turistica a prezzi stracciati, a costi altissimi per l’ecosistema. Greenwashing a police state: the truth behind Egypt’s Cop27 masquerade dice, già nel titolo, qual è il nodo da sciogliere: vogliamo avallare il tentativo dell’Egitto di al-Sisi di lavare, con un po’ di pittura verde addosso, le macchie relative alle pesantissime violazioni dei diritti umani e civili in corso da anni? Emergenza climatica e diritti sono intimamente legati, e fare la COP27 in Egitto è stato un errore madornale. Sarebbe ancor più pesante non subordinare la COP27 egiziana alla liberazione dei prigionieri di coscienza. Alaa Abd-el Fattah compreso.

Non è solo Naomi Klein a essere entrata in campo (peraltro è lei ad aver firmato l’introduzione all’edizione in inglese di Non siete stati ancora sconfitti, i quaderni dal carcere di Alaa pubblicati in italiano da hopefulmonster). La pressione sembra stia subendo un’accelerazione – speriamo! – perché ormai non c’è più tempo da perdere. Il Parlamento europeo ha appena approvato una risoluzione in cui chiede la liberazione dei prigionieri di coscienza e fa esplicitamente il nome di Alaa Abd-el Fattah. E a Westminster, davanti alla sede del Foreign Office, il sit-in a tempo indeterminato di Sana Seif, una delle sorelle di Alaa, si sta sorprendentemente allargando. E’ arrivato anche Khaled, il figlio che Alaa non vede da un anno per non traumatizzarlo, viste le condizioni in cui poteva vederlo nel carcere di massima sicurezza di Tora al Cairo, in cui è stato rinchiuso sino al maggio scorso. E ci sono altre persone che hanno deciso di piazzare una tenda accanto a quella di Sanaa. Ha le sembianze di OccupyWestminster, chiosa sui social Mona Seif, l’altra sorella di Alaa.

In Italia oggi, domenica 23 ottobre, digiuna ancora una volta Farid Adly, giornalista, pilastro di Anbamed, l’aps sulla multiculturalità che segue sin dal primo giorno lo sciopero della fame di Alaa. Grazie, di nuovo!

Chi vuole aderire al digiuno solidale di 24 ore, mandi una email a info@www.invisiblearabs.com