Siamo noi a scegliere gli alberi? Oppure, sono gli alberi a scegliere quale umano seguire, nelle tappe della sua vita? Per dirla meglio, non sono forse gli alberi a poter raccontare il passaggio terreno degli umani? A volte da osservatori delle nostre disastrose avventure. A volte, molte volte, forse soprattutto, come vittime nostre.
Raccontano, le piante, di quando gli uomini hanno per esempio deciso l’irrilevanza di un albero, l’hanno abbattuto, bruciato, o peggio ancora gettato via in discarica assieme a un assemblaggio caotico di cose. Cose considerate inutili.
In quel momento, nel momento in cui la storia umana si “libera” degli alberi, viene meno anche un brano importante della narrazione. Perché c’è una storia che è oltre il passaggio degli umani, a cui gli alberi assistono come testimoni, più spesso come vittime sacrificali, e che ci dice altre, diverse cose sulla terra che attraversiamo, come individui e collettività. Come specie.
Di fronte a me, c’è un alberello di hibiscus. Bello ma non rigoglioso. Le foglie sono piccole, non grasse come quelle degli hibiscus in Egitto. L’alberello è in un giardino – per meglio dire un insieme di aiuole – che gli umani hanno disegnato. Fa parte della loro, di storia, e non ha molti anni (umani) d’età. E’ stato piantato su una collina alta in Giordania, ai margini del Mar Morto. Ottocento metri sul livello del mare Mediterraneo, la collina è però ben oltre mille metri sopra il lago che chiamiamo volgarmente mare e che segna la depressione più nota del pianeta, quattrocento metri sotto il livello di quel vero mare che dista appena trecento chilometri. Il lago che chiamiamo mare, il mare Morto, è ormai anche quello un incavo d’acqua sempre più prosciugato perché quasi nessuna linfa più riceve dal Giordano, il fiume da cui origina e che è di fatto essiccato.
Sulla depressione, il Nebo non sembra più una collina, e la collina diventa così una montagna, e la montagna è più di una montagna. È una sommità su cui pesa il mito di un profeta che, da qui, non è voluto entrare nella terra considerata promessa. Mosè ha preferito immaginarla, di lontano, oltre la foschia e il deserto che sembrano uguali – o tali li pensiamo – alla foschia e al deserto di migliaia di anni fa. Anni (umani) fa.
Accanto al piccolo, giovane arbusto di hibiscus, c’è un pino. L’albero ha seguito il vento forte che spira spesso da sud-est, qui. Si è piegato, ha ceduto al vento. Un umano è venuto in suo soccorso. Un caso fortuito, per l’albero. L’umano ha messo sotto il tronco piegato quella che a prima vista sembra una grande pietra, e che invece è la base di una colonna la cui circonferenza è stata scavata dal tempo, e forse dal vento. Sessanta centimetri di diametro. Meno di un metro di altezza.
La colonna non è bastata, però, ad aiutare il pino, e così un altro umano ha pensato di piantare un palo di metallo e forgiare alla sommità un anello per proteggere, sorreggere il tronco e consentirgli di proseguire il suo cammino. La sua crescita. Come una stampella di due metri e mezzo di altezza che serve l’albero. E non ha altro fine, verrebbe da pensare, se questo pensare fosse lo stesso che abbiamo inseguito nel nostro tempo umano, soprattutto nel nostro tempo umano contemporaneo.
Il pino prosegue il suo cammino, nello spazio aereo del piccolo convento francescano del Monte Nebo. Vivo, piegato. Né utile né inutile. Vivo, in questo caso (anche) grazie a chi, nella nostra specie, ha pensato che quell’albero avesse lo stesso diritto che noi abbiamo all’esistenza, a essere aiutato, curato. Un altro destino ha colpito il mio gelso a Gerusalemme, forte e rigoglioso quando un umano ha pensato di tagliarlo. Di quel gelso è rimasto un troncone, testimonianza incontrovertibile di quanto forte e rigoglioso fosse quell’albero che produceva frutti, bacche nere. Forse sporcavano la pietra bianca con cui era stato pavimentato il cortile d’ingresso del palazzo. Forse quelle more nere tingevano di viola il bianco della pavimentazione. Forse, nell’idea dell’umano che l’ha tagliato, il gelso sporcava la pietra. Senza pensare che era stata la pietra ad aver modificato il giardino pieno di alberi da frutto pensato e organizzato da un altro umano. Del gelso di Gerusalemme è rimasto il troncone, così simile – nelle misure – alla base dell’antica colonna che invece qui al Monte Nebo, a poche decine di chilometri di distanza in linea d’aria, ha sorretto e dunque salvato il pino piegato dal vento del sud.
La tomba di padre Michele Piccirillo è accanto all’hibiscus e al pino piegato dal vento, in un giardinetto all’ombra di un altro pino, basso e frondoso. C’è chi si ricorda che sia stato proprio abuna Michele, il più importante archeologo che ha scavato a riportato alla luce mosaici e storia del paese, a mettere la base della colonna antica sotto al tronco del pino. Accanto alla sua, c’è la tomba di fra’ Girolamo Mihaic, il pioniere del Monte Nebo, la persona che fece acquisire nel 1933 il santuario alla Custodia francescana di Terrasanta. Due frati arrivati dalla periferia occidentale del Mediterraneo, fra Girolamo dall’isola di Brac, in Croazia. Frate Michele dalla frazione di un piccolo paese di campagna della provincia di Caserta, Casanova di Carinola.
Una siepe addossata alla ringhiera di ferro circonda i due semplici simulacri, e i cespugli di margherite gialle chiudono il lato corto delle tombe interrate. Ciò che attrae l’attenzione, però, non sono né la siepe né i cespugli. Sono, invece, due vasi. Uno poggiato alla base della lapide di pietra di abuna Michele. È un vaso di roselline color rosa scuro. L’altro vaso è appeso alla ringhiera in ferro battuto, all’esterno del piccolo fazzoletto di terra che ospita le tombe. Un vaso di plastica marrone sbiadito dal tempo. All’interno, una piantina forte di gerani rosa, appena più chiari delle roselline. Come il tramonto verso il Mar Morto.
Ogni pezzo di vita vegetale, nel giardino del conventino francescano del Nebo, è un elemento di perfezione preso a prestito dal pianeta. Inserito in una costruzione tutta umana che, però, ha tenuto conto di un paesaggio che anche oggi appare in tutto il suo lunghissimo percorso. Un paesaggio che sembra immobile solo perché l’umano non ha potuto antropizzarlo quanto avrebbe voluto. Paesaggio antichissimo, così sembra al nostro sguardo, solo perché desertico. Le piante sono, così, più visibili perché, poche e rade, punteggiano le colline – appunto – desertiche. Le definiremmo glabre, ma chissà se è poi giusto pensarle glabre, spoglie.
Paesaggio antico. Pieno. Il crema della sabbia e delle rocce si alterna al rosso ferroso della terra.
Noi, umani, non ci siamo, se non in quelle zone, costruite, che puntellano il paesaggio. Spesso come elementi estranei e disarmonici.
