“La nostra non è una mediazione, ma è un manifestare interesse, vicinanza e ascolto perché il conflitto possa trovare dei percorsi di pace. Tutto il resto sono attese che abbiamo tutti quanti, nello sperare che la guerra finisca, o speculazioni”. È lo stesso don Matteo Zuppi, il cardinale Zuppi, a definire al suo ritorno in Italia la missione di due giorni in Ucraina, compiuta gli scorsi 5 e 6 giugno. Non è uno sminuire il significato del viaggio che il presidente della Conferenza Episcopale Italiana ha compiuto a Kiev, la sua visita a Bucha e la preghiera per le vittime, il suo incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy. È la descrizione – precisa – di una via, di una direzione: i “percorsi di pace”, appunto, di cui parla l’arcivescovo di Bologna.
I titoli dei giornali hanno dato, invece, un altro senso, decisamente irrealistico. Il senso di una missione impossibile, e del fallimento prevedibile. Come se la pace non fosse una ricerca continua. Bisogna mettersi a cercarla, la pace. A cercare dove è stata rinchiusa, la pace. Un passo dopo l’altro, lento, costante, senza sosta.
Una mediazione non viene comunicata a noi giornalisti. Tanto meno la si mette nero su bianco in un comunicato stampa. Non c’è mediazione, dunque. C’è stata una visita, molto sotto i riflettori. Ci sono state parole importanti. Anzitutto, però, ci sono stati – in quest’ordine – gesti e poi incontri. La visita a Bucha. L’incontro con Zelenskyy. Poi il resto – vale a dire il possibile viaggio a Mosca – si dovrà preparare, e quando si riuscirà a organizzarlo lo sapremo con una comunicazione ufficiale.
Del resto, del percorso, dei passi uno dopo l’altro non sapremo nulla, o quasi. Fa parte delle mediazioni, e cioè della creazione di canali tra nemici. Perché la pace, è banale dirlo, si fa non solo tra nemici, ma tra coloro che – reciprocamente – vengono considerati i “cattivi”, i “terroristi”, i “nazisti”. La costruzione di canali di comunicazione ha necessità di tempo e di discrezione, di un estenuante lavoro di tessitura che fa a botte con il lavoro di cronaca.
Anche la diplomazia umanitaria, quella che è già al lavoro da tempo tra Ucraina e Russia, e di cui il Vaticano ha già comunicato di far parte, è uno dei passi. Un tassello, necessario ma non risolutivo. Fa parte di quei rivoli che consentono ai “nemici” di parlarsi, magari a distanza, o di far comunicare tra di loro attori – russi e ucraini – che sono nei ranghi operativi e non in quelli decisionali.
Qual è, dunque, la notizia? La prima è che papa Francesco ha scelto di percorrere una strada che può portare a una mediazione, o meglio, alla facilitazione di una mediazione che certo non potrà fare solo il Vaticano. E lo ha fatto scegliendo una persona, don Matteo Zuppi, che da decenni si occupa di mediazioni. Un esperto, potremmo dire, se non fosse che l’esperienza è solo uno degli elementi che caratterizzano il passato e il presente del presidente della CEI. L’esperienza – fondamentale – è quella che don Matteo Zuppi ha compiuto, come tutti sanno, in Mozambico, con la Comunità di Sant’Egidio. La guerra civile, incomprensibile se non la si inserisce nel contesto globale della “guerra fredda” che ora torna d’attualità, si è conclusa oltre trent’anni fa con un percorso di ricostruzione del Mozambico e di riconciliazione. Ancora più interessante però, alla luce dell’invasione russa dell’Ucraina, è la mediazione di cui don Matteo Zuppi si è fatto promotore e parte per la fine della guerra civile in Burundi, nella seconda metà degli anni Novanta. La dimensione internazionale, già presente nella mediazione sul Mozambico, è ancor più evidente per il Burundi, e si coniuga con una dimensione regionale determinante, grazie alla presenza di Nelson Mandela.
Di quel processo di pace per il Burundi abbiamo saputo pochissimo, e non solo perché la nostra attenzione all’Africa è episodica e minima. Abbiamo saputo pochissimo perché così sono le mediazioni che riescono (nonostante i problemi che in Burundi risalgono in superficie, in questi ultimi tempi): le mediazioni durano anni, sono estenuanti, sono lavori di ricamo su una tela slabbrata e fragilissima.
In questi giorni in molti, me compresa, hanno pensato ad altre missioni impossibili. In particolare a quelle compiute da un altro cardinale, Roger Etchegaray, la cui peregrinazione pluridecennale nei luoghi di conflitto non si è limitata alla missione a Baghdad nel febbraio del 2003, alla vigilia dell’invasione anglo-americana dell’Iraq, madre di tutti i disastri occidentali in Medio Oriente. Nel caso di Etchegaray, il senso è tutto nella risposta che diede a Francesco Strazzari: «Vado avanti come un asino…Un asino portò Gesù di Nazareth, il giorno delle palme. Non so grandi cose, ma so che porto il Cristo sul mio dorso e ne sono fiero più che essere basco. Vado avanti a piccoli passi, in silenzio, con gioia».
E’ in particolare un viaggio di anni precedente alla visita a Baghdad che dovrebbe colpirci. È il viaggio che il cardinale Etchegaray compie a Osijek nel novembre del 1991. Siamo in Slavonia, nel pieno della fase della decennale guerra dei Balcani che ha la Croazia come terra martire. Il massacro dell’ospedale di Vukovar a opera dei soldati serbi dell’esercito jugoslavo e delle milizie paramilitari serbe è da poco stato compiuto. Il senso lo racconta lo stesso cardinale ai giornalisti riuniti per il Giubileo del 2000. “Ricordo di avere celebrato una messa in nome del Papa nella Slavonia Orientale, alla cattedrale d’Osijek, crivellata da granate ancora fumanti. Per ragioni di sicurezza non vi era nessuno attorno all’altare se non un pugno di giornalisti: è per mezzo di loro che, quel giorno, ha potuto essere espressa la solidarietà della Chiesa con tutto un popolo che soffriva”. Il papa era Giovanni Paolo II. L’anno era il 1991, di novembre. Il gesto di vicinanza alle vittime, di ascolto delle vittime, era anche in questo caso la pietra sulla quale costruire il percorso.
Nel caso dei Balcani, il percorso ha avuto in fondo un solo risultato, nel Kosovo nel 1999: la diplomazia umanitaria che ha consentito di salvare la vita del leader indipendentista e pacifista kosovaro, Ibrahim Rugova, portato a Roma. Questo non significa che il percorso non sia stato giusto intraprenderlo, e che già vale la pena, a prescindere, accendere la speranza di poterla trovare, la pace.
Oltre la speranza, ci sono i passi. Il prossimo, almeno quello a cui sarà data visibilità, è il possibile viaggio a Mosca. Si farà? Chissà. Di certo, la Comunità di Sant’Egidio ha già aperto da decenni una strada possibile per le relazioni con la chiesa ortodossa russa. È uno dei dossier più importanti, per la comunità ecclesiale con sede in Trastevere, ed è una costante nel percorso già segnato dagli Incontri internazionali delle religioni che ogni anno sono un canale aperto di rapporti, incontri, facilitazioni “in presenza”.
La foto è di Bragaglia-Minnicelli dal sito della Chiesa di Bologna
L’articolo di Paola Caridi è anche sul sito di Lettera22. Dal 20 giugno sarà disponibile in tutte le librerie il libro di Paola per Feltrinelli Kids, Pace e guerra. Proteggere i diritti e costruire la democrazia.