Per Michela Murgia

È il giorno dopo. Il giorno dopo il funerale di Michela Murgia celebrato a Roma nella chiesa di Santa Maria in Montesanto, dove il quadro dedicato alla Vergine del Carmelo è opera di Plautilla Bricci, una pittrice del Seicento, una delle rare arrivate a ornare un luogo sacro ai cattolici. E’ la cosiddetta Chiesa degli Artisti, per i romani.

Per la casualità della vita, la chiesa di piazza del Popolo mette insieme due delle tante parti di Michela Murgia: l’arte e la fede. Nessuna delle due assunte come dogmi, semmai campi in cui vivere praticando (e ricercando) la libertà. La chiesa degli artisti, e una delle chiese dedicate alla Madonna. Sarà perché il suo libro che ho più amato è – ed è ancora – Ave Mary, ma questo legame tra arte e fede è stato consolatorio oggi, il giorno dopo.

La consolazione è volutamente ricercata perché in tante/tanti/tantu [semicit. di Chiara Valerio] sentiamo la mancanza di Michela Murgia: la rivoluzionaria, l’eretica, l’antifascista, la femminista, l’intellettuale pubblica, la libera, la coerente, la costante, la persona colma di dignità. Soprattutto, colei che si faceva capire da chiunque, come dimostra lo spettro socio-culturale della centinaia e centinaia di persone che in silenzio (più o meno o affatto religioso) sono rimaste – composte – ad “assistere” al suo funerale fuori dalla chiesa, tra via del Babuino, via del Corso, piazza del Popolo.

Popolo, gente, persone, arrivate alla spicciolata, puntuali, con passo veloce, rimaste impassibili di fronte all’impossibilità di entrare in chiesa, rimaste – soprattutto – ferme, fuori, in attesa, perché erano comunque venute a portare rispetto, molte con i libri di Michela in mano, a volte branditi, a volte abbracciati. Il silenzio non è riuscito a farsi strada, nei tg che hanno dovuto parlare del funerale di Michela Murgia, lasciando il passo ai lunghi, infiniti, catartici applausi che a più riprese lo hanno rotto, quel silenzio in cui – a tratti – irrompeva il brusio dello streaming del funerale che in molti cercavamo di seguire sui telefonini.

“Hai sentito che è morta la giornalista [sic!] che mi piaceva?”, mi aveva detto qualche ora prima T., che la sua cittadinanza italiana se l’è acquisita accudendo per decenni persone anziane e malate. Perché ti piaceva? “Non mollava, per le sue idee. Non mollava, e lo diceva chiaramente. Per i diritti civili, per gli emarginati.” Non mollava mai, anche se le sue idee non erano quelle di T., e talvolta neanche io ero d’accordo. Questo, però, non ha avuto mai importanza: non credo, d’istinto, che Michela Murgia cercasse di essere ecumenica. Forse, a pensarci bene, neanche eretica. Libera, sì. Libera, sempre, e ben intuendo il prezzo da pagare.

Non è, questa, la regola che dovremmo seguire tutti, e soprattutto noi, che abbiamo scelto di esercitare il mestiere del libero pensiero? Quand’è successo che questa regola l’abbiamo messa da canto, nel cassetto, dimenticandoci di esercitarla in ogni momento? Quand’è che ci siamo persi?

“Maria ha fatto solo quello che ha voluto, nei tempi e nei modi che ha deciso, a condizioni stabilite da lei, costringendo di fatto a piegarsi alla sua libertà di dire sì tutto il sistema che la circondava e pretendeva di dettarle legge. Affonda anche qui l’originaria natura destabilizzante del cristianesimo e Maria lo capisce molto bene. Il canto liberatorio del Magnificat che l’evangelista le mette sulle labbra a casa della cugina Elisabetta rappresenta a tutti gli effetti un inno al sovvertimento dello status quo. Il Dio che ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili ha anche destabilizzato una volta per sempre la gerarchia patriarcale tra l’uomo e la donna, facendo di una ragazza la massima complice della salvezza del mondo.”

È, questa, l’analisi dell’Annunciazione a Maria da parte dell’Angelo: la descrizione illuminante di uno spostamento dell’asse, da Maria passiva serva di Dio a Maria che decide il suo destino, sfidando costumi e tradizioni, e mettendo in conto anche castigo e morte. È uno dei passi di Ave Mary che più descrivono, a mio parere, il metodo di Michela Murgia: soffermarsi, non cedere a un avvolgente conformismo che non ci consente più di guardare, guardare oltre le stanche parole. Stravolgere lo sguardo. Invertire la prospettiva, oppure – quando serviva – rimanere ferma, tetragona sui fondamenti del vivere civile.

L’esempio che più dovrebbe farci riflettere, proprio oggi, è quando Michela Murgia – vox clamans – si schierò apertamente contro la nomina del generale di corpo d’armata Francesco Paolo Figliuolo a commissario straordinario per l’emergenza Covid-19. Era il 2021, appena due anni fa, e c’era Mario Draghi come presidente del consiglio dei ministri, non certo Giorgia Meloni. Un generale con le stellette, un militare era stato chiamato a gestire un’emergenza sanitaria, civile, inverando anche in Italia ciò che la storia del peacekeeping italiano aveva già sperimentato in Paesi lontani, troppo lontani dal nostro comodo Occidente. Protezione civile, aiuto ai civili, sulle spalle dei militari, dimenticando l’elemento fondamentale dello Stato: sono i civili, e non i militari, a decidere tutto, persino l’entrata in guerra di un paese. Fummo pavidi, forse per una battaglia che consideravamo persa, forse perché c’era Michela a esprimere il disagio di molti. Ci serva d’insegnamento, ora che Michela Murgia è morta e la sua eredità deve passare necessariamente di mano. Non a una, non a uno. Certo a ciascuna e a ciascuno.

È la vigilia dell’Assunzione, della Madonna assunta in cielo. Ed è anche per questo che la figura di Maria torna così prepotente, nello scrivere di Michela Murgia (ci siamo seguite a distanza, incontrate poco, scritte pochissimo, ed è “tutto” in qualche avvolgente abbraccio l’affetto e la stima).

L’Assunta, così ben descritta da Michela, così meravigliosamente rappresentata nel catino absidale di Santa Maria in Trastevere, la sento come un manto morbido su di lei, oggi, ora.

Penso all’Assunta, ancora una volta, perché Michela Murgia ne parla diffusamente, e anche perché mi ricorda un altro agosto romano, un Ferragosto giorno dell’Assunta in una Santa Maria Trastevere (quasi) vuota, in una messa a suo modo intima. La Tomba di Maria è lontana, nella “mia” Gerusalemme, ed è – al contrario della chiesa transtiberina – uno dei posti più tristi della Città Tre Volte Santa (o troppo santa). Luogo fuori dalla Città Vecchia, ai piedi del Monte degli Ulivi, niente a che vedere con la ri-santificazione degli altri luoghi cristiani, visitati, amati, compresa la chiesa di Sant’Anna che accoglie i pellegrini della domenica delle palme. Sola, la Tomba di Maria, e sola quella lunga scalinata che occorre scendere, e non ascendere, per andare giù alla pietra su cui dice la leggenda che Maria di Nazareth fu adagiata. Meglio l’Assunta, dorata e incoronata e illuminata.

Due i brani che vorrei leggeste.

Chiara Valerio e il suo geniale parlare di Michela al futuro, nello spazio dedicato ai ricordi dopo benedizione della salma.

“Una delle cose più difficili da bambini è coniugare i verbi, dividere il passato dal presente e dal futuro. Così è difficile adesso parlare di Michela Murgia al passato. Ne parlerò al futuro.

Michela Murgia canterà i BTS per la strada con le cuffie, come in quel video anni ’90 dove cambia lo sfondo ma il protagonista fa sempre la stessa cosa, o anche come il pezzo di “Forrest Gump” in cui Forrest Gump corre e cambia lo sfondo. Michela Murgia dirà che lei è Tom Hanks.

Michela Murgia anche oggi mangerà al “Cambio”, prenderà le uova strapazzate, dirà che sono o non sono della giusta consistenza con l’alterigia della nobildonna inglese che non sarà mai.

Michela Murgia telefonerà ancora raccontando un fatto e chiedendomi accanitamente “Che ne facciamo di questo? Che ne facciamo?” E io risponderò: “Quello che ne facciamo sempre di tutto, Michè, NIENTE!” E scoppieremo a ridere.

Michela Murgia farà un video e lo monterà, da sola, perché essendo cresciuta in una delle tante province italiane, porta in sé il profilo del nerd. Inoltre, credendo Michela Murgia solo al futuro, ha sempre vissuto sé stessa come un’adolescente appassionata di giochi, dispositivi, novità tecnologiche e musica pop.

Chiamerò Michela Murgia una volta tanto per darle ragione, che in effetti sì, il futuro è l’unico tempo che esiste, perché i desideri sono al futuro, e lei mi dirà che sono una svenevole sciacquetta sentimentale aggiungendo: “Ma che ti abbiamo fatto studiare a fare?”

Michela Murgia dirà che questo posto è troppo piccolo, “ci hanno sottovalutato e sabotato ancora una volta”. Sussurrerà torva, parlando di sé stessa al noi e del noi, noi tutti, come sé stessa, come se la società sia un problema suo. Spoiler: avrà ragione Michela Murgia anche domani, la società è un problema di ciascuno di noi, e in questo consiste il gesto politico di Michela Murgia.

Ma con i gesti Michela Murgia sarà una performer anche dopodomani e il mese prossimo; dopo l’interpretazione del “bollino delle banane” sulla copertina del numero di Vanity Fair sul queer, che ha curato, mi aspetto altre sorprese, altre maschere, metamorfosi e scherzi. Le dirò che è riuscita a far diventare la parola “queer” appassionante come la parola… “resilienza”. Guarderà in alto, sconsolata. Si coprirà gli occhi con una mano. Sbufferà. Michela Murgia intonerà un altro pezzo dei BTS.

Michela Murgia non sgrasserà ancora una volta il brodo di carne, così che il giorno dopo nessuno di noi lo avrà ancora digerito. Vale questo anche per la pasta alle vongole con la bottarga.

Michela Murgia canterà, a questo proposito, “Butter” dei BTS solo per creare eco, connessioni, rimandi, per fare ridere, per ridere, e per convincere gli astanti che senza i BTS non c’è politica e manco cucina.

Michela Murgia tirerà fuori dal frigo sette o otto brodini di pesce diversi e farà una “fregola” indimenticabile. Michela Murgia dirà che pronuncio male il sardo. Sa fregua.

Ribadirà che la cucina è politica, i BTS sono politica, le donne sono politica, i sanpietrini sono politica, ridere è politica, vestirsi è politica, scrivere è politica, parlare è politica, ascoltare è politica, dissentire è politica, dirà e che è politico usare la propria libertà per liberare gli al-tri. Le dirò che è una frase di Toni Morrison, lei mi risponderà che è anche di Toni Morrison.

In italiano abbiamo la parola tempo, gli inglesi, oltre a time hanno tense e weather. Allora siccome Michela Mur-gia se ne andrà prima del tempo, perché non c’è tempo, e perché come sappiamo tutti, essendo stati bambini, è difficile coniugare i verbi, allora oggi per Michela Murgia usiamo il tempo atmosferico. Così domani pioverà Michela Murgia o splenderà Michela Murgia o Michela Murgia sarà ventosa o nebbiosa o afosa o fresca e ventilata. C’è tanto weather per Michela Murgia e per tutti noi. Vabbé Miche’ tutte e tutti e tutt*, facciamo che una volta l’ho detto.

E don Matteo Zuppi, nel suo messaggio personale letto durante il funerale.

“Desidero unirmi a voi in questa Liturgia di saluto, quando sperimentiamo dolorosamente il limite della vita ma anche dove siamo aiutati a guardare oltre. Affidiamo a Dio Michela. Il libro della sua vita non è finito e le sue pagine continuano a essere scritte con lettere di amore in quella lingua universale dello Spirito che rivela la grandezza di ogni persona e l’eterno che è nascosto in tutti noi. Ed è un libro che Michela ha scritto con passione e esigente ricerca di assoluto, vissuta per davvero non per compiacimento di sé o perché aveva tempo da perdere. Non lo aveva e non lo ha avuto tempo da perdere. “Ti ho pensato tanto in questi giorni delicati, pregando per la tua missione di pace e ringraziando che in questo tempo difficile cercate strade possibili per salvare vite. Prego per te e per chi anche stanotte avrà paura in un rifugio, con i suoi bambini. Fai il meglio che sai”. E come risposta alla mia domanda sulla sua condizione aggiunse: “La qualità di vita è alta, non ho dolori e sono amata. Il resto è il lavoro del sorcio: rosicchiare ogni giorno un giorno in più”. Mi aveva colpito che si preoccupava degli altri in un momento così difficile per lei. Ma questo è il segreto dell’amore, che poi è il segreto di Dio. E Dio è libertà proprio perché ama e vuole essere amato non da servi, ma da amici, perché l’amore vero unisce, genera legami strettissimi possibili solo se è libero, gratuito. Anche quando non eravamo d’accordo Michela con la sua ricerca appassionata ci aiutava a trovare i veri motivi e a non essere scontati né supponenti. Oggi mi e ci sembra impossibile che tanta forza di vita, più forte di quella malattia che era sua (hai ragione, Michela, la fragilità è nostra, sempre dentro di noi, non è un alieno che ci ruba il benessere) sia finita. Marta e Maria avevano accolto e amato quel maestro che entrava a fare parte della loro casa e la rendeva una circolarità di amore che include tutti e tutti valorizza. Gesù le visita non come ospite ma come familiare, fratello d’anima che ci fa credere ai legami d’anima, perché siamo generati non dal sangue ma dallo Spirito. E per questo la Chiesa è famiglia di Dio, con i legami di amore che Lui per primo viene a creare, pensandosi in relazione con noi e chiedendoci di viverli tra di noi e con il prossimo, cioè l’altro. Chiunque. “Se tu fossi stato qui non sarebbe morto”, dicono a Gesù Marta e Maria. Gesù piange con loro e con noi di fronte alla morte. Michela alla fine, che è il suo inizio, “capirà” pienamente quello che cercava con tutta se stessa e troverà tutte le risposte. Certamente discuterà su qualcosa ma nell’amore pieno, senza riserve, senza paura. Capirà quello che Gesù ci insegna a vivere sulla terra, cioè ad amarci senza ideologia ma nel comandamento del suo amore, cominciando dai suoi fratelli più piccoli, i poveri, le vittime, i soli. Capirà che è proprio vero che “sarà una comunione continua, senza intervalli” e vivrà il passaggio dal “non ancora” al “già”. In pace. Michela, continua a pregare per noi.”