Chiuderla, ma non subito. Il piano che Benjamin Netanyahu ha presentato al gabinetto di guerra lo scorso giovedì contempla anche l’Unrwa. Quello che il premier israeliano pensa dell’ Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi è, infatti, anche all’interno di un documento di principio sul dopoguerra a Gaza, ancora vago, ancora opaco sul ruolo dei palestinesi – e di quali palestinesi – sul territorio palestinese. Altrettanto opaco è riguardo a quali paesi dovrebbero ricostruire Gaza, e soprattutto sui doveri di Israele in quanto potenza occupante e belligerante.
Su due argomenti, invece, l’ambiguità si dirada. Il primo: la smilitarizzazione di Gaza, con una ulteriore fascia di sicurezza tra Israele e il territorio di Gaza. Il secondo argomento: proprio l’Unrwa, l’agenzia dell’Onu costituita nel 1949 dall’Assemblea Generale dell’Onu, peraltro l’unico organismo deputato a rinnovarne il mandato sino a che non sarà data soluzione giusta alla questione palestinese.
Netanyahu vuole chiuderla, titolano i giornali, italiani e non. Un tono assertivo che non contempla il fatto che Israele non è titolata a chiudere un’agenzia dell’Onu, così come nessun altro paese al mondo, nessuno Stato membro delle Nazioni Unite potrebbe farlo. Tanto meno potrebbe la potenza occupante, Israele, avere voce sulla chiusura di un’agenzia dell’Onu che gestisce l’assistenza dei palestinesi rifugiati, una parte dei quali nei campi profughi sotto occupazione.
L’Unrwa è nata, subito dopo il 1948, su un fatto storico e su una contingenza. Il fatto storico è la nascita dello Stato di Israele, la prima guerra arabo-israeliana, la cacciata della popolazione palestinese (la nakba, la catastrofe). La contingenza è altrettanto incisa nella storia nazionale dei palestinesi: bisognava soccorrere, aiutare, sostenere i profughi, dare l’essenziale agli oltre 700mila palestinesi espulsi dalla Palestina mandataria, sparsi tra la Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme est e tre paesi oltre i confini, Libano, Siria e Giordania.
L’Unrwa, dunque, incarna la stessa questione israeliano-palestinese. Non solo perché è nata, in sostanza, in conseguenza e in contemporanea. Ma soprattutto perché è diventata, nel corso dei decenni, l’istituzione che – di fatto e involontariamente – rappresenta i palestinesi attraverso i servizi che dà loro. E’ anzitutto l’Anagrafe dei palestinesi del rifugio che rappresentano i due terzi della popolazione palestinese, escludendo dal computo i due milioni di palestinesi che ora vivono all’interno di Israele e che del paese hanno la cittadinanza. Se i circa 6 milioni di palestinesi iscritti all’Unrwa – in quanto rifugiati del 1948 e del 1967 – posseggono uno straccio di documento che attesta il loro nome e cognome, la loro situazione sanitaria, la loro scolarità, lo si deve a un’agenzia dell’Onu, non a uno Stato. Se, infatti, i paesi arabi in cui si è concentrato il rifugio palestinese – Libano, Siria e Giordania – hanno accolto i profughi, è stata l’intera comunità internazionale, proprio attraverso l’agenzia, a prenderli in carico, sin dalla sua istituzione l’8 dicembre 1949. L’Unrwa, negli anni, si è fatta carico della naturale crescita demografica di questa prima comunità di rifugiati palestinesi. Ha puntualmente iscritto nei suoi registi i figli dei rifugiati, nati lontano dalle loro case, nei territori dove i loro padri, le loro madri, i loro nonni avevano trovato rifugio e accoglienza.
È già il nome dato all’agenzia a riassumerne il ruolo, la funzione, la necessità: agenzia per il soccorso e l’assistenza dei rifugiati della Palestina nel Vicino Oriente. Comprende la definizione dei rifugiati come vittime che hanno bisogno di assistenza, e comprende il territorio di cui sono parte (la Palestina). Il legame tra la figura del rifugiato e la Palestina è sottolineato anche dalla durata del mandato dell’agenzia, la cui esistenza dipende dalla conclusione politica della questione, e cioè il ritorno al luogo d’origine di cui il rifugiato ha diritto. Così come ha diritto a ritornare in possesso delle sue proprietà o a ricevere per queste una congrua compensazione: questo specifico punto è altrettanto politico, come lo è il diritto al ritorno.
Nonostante una coltre di silenzio sulla questione delle proprietà dei rifugiati palestinesi in Israele e nel Territorio Palestinese Occupato, in questi decenni è stato costruito sostanzialmente un catasto che comprende sia le proprietà immobiliari, i terreni e le case, sia i beni mobili. I primi studi sono stati quelli prodotti da singoli specialisti con il sostegno di diverse istituzioni, come lo studio pubblicato dalla Lega Araba nel 1966, elaborato da Yusif Sayigh, economista e per alcuni anni membro del comitato esecutivo dell’Olp, che definisce la dimensione complessiva delle perdite dal punto di vista economico. Sette miliardi e mezzo di sterline, al valore della metà degli anni Sessanta, composti da terreni, coltivazioni, bestiame, case. Altrettanto dettagliati gli studi che hanno messo assieme le proprietà palestinesi nella Gerusalemme a ovest della Linea Verde: poco meno di seimila edifici per massima parte di proprietà della media borghesia palestinese.
Successivamente, sono stati diversi organismi delle Nazioni Unite a comporre l’intero quadro delle proprietà palestinesi, mettendo assieme i documenti individuali di proprietà e la loro mappatura. È facile, dunque, comprendere quanto la questione della vita o della morte dell’Unrwa sia uno dei pilastri della stessa questione palestinese. Ed è per questo che la strategia del governo israeliano va ben oltre il caso dei 12 impiegati dell’agenzia indicati da Tel Aviv come partecipanti all’attacco terroristico del 7 ottobre. L’Unrwa, peraltro, ha già rimosso gli impiegati, dopo le accuse inviate a New York da Israele, cui mancano ancora – secondo quando detto da Philippe Lazzarini in una intervista – le prove circostanziali. E le Nazioni Unite, dal canto loro, hanno già costituito una commissione per indagare sulle accuse di non neutralità da parte dell’agenzia.
Nonostante le forti misure decise dall’Unrwa e dall’Onu per difendere la credibilità dell’agenzia nel suo complesso, ancora prima ancora di stabilire la colpevolezza dei 12 impiegati, sedici paesi donatori hanno deciso di sospendere il loro sostegno finanziario all’intera organizzazione, per la quale lavorano 35mila palestinesi come impiegati, solo un terzo dei quali nella Striscia di Gaza: il numero così alto di impiegati, dagli insegnati ai medici agli operatori sociali e amministrativi, si lega alla presenza capillare dell’agenzia nella società del rifugio, attraverso le scuole che forniscono l’istruzione all’intera popolazione rifugiata, come anche una primaria assistenza sanitaria e i servizi sociali. Si parla, ufficialmente, di un danno da quasi mezzo miliardo di dollari, in un momento nel quale l’Unrwa è l’unica agenzia in grado di fare qualcosa per la popolazione di Gaza, per due terzi rifugiata e dunque iscritta nei suoi registri. L’esperienza di quasi 75 anni di storia, da parte di Unrwa, la rende un organismo insostituibile per aiutare i civili di Gaza, ormai nella quasi totalità sfollati e spinti verso sud, verso il cul de sac di Rafah. E ben poco possono e potranno fare le altre agenzie umanitarie dell’Onu, che hanno avuto nell’Unrwa il tessuto connettivo che ha messo insieme tutto, dagli aiuti alimentari all’assistenza ai minori, dalla sanità alla scuola.
Si è fatto in questi giorni il nome di un’altra agenzia, il Programma Alimentare Mondiale, come possibile sostituto dell’Unrwa. Un nome fatto non a caso: il Pam non è solo l’agenzia che si occupa nei fatti di far arrivare gli aiuti alimentari (ma da settimane, a Gaza, non entra nulla o quasi, e la fame sta diventano l’altra causa di morte, dopo i bombardamenti). Il Pam (o nella sigla in inglese Wfp) ha alla sua testa da pochi mesi – per la precisione dall’aprile 2023 – una direttrice, Cindy McCain, che porta un cognome molto illustre, negli Usa. La vedova di John McCain, per due volte candidato repubblicano alle presidenziali. Cindy McCain è stata protagonista, nelle ultime elezioni, di una svolta che ha aiutato Joe Biden a essere eletto, con il suo endorsement pubblico. In questi mesi di guerra su Gaza, la direttrice del Wfp è stata al centro di aspri confronti pubblici con una parte dello staff dell’agenzia che l’hanno accusata di avere una posizione troppo vicina a Israele, potenza belligerante.
Netanyahu, nel suo piano di giovedì scorso per il dopoguerra (a bombardamenti pesanti ancora in atto su Gaza) ha detto che Israele lavorerà per rimpiazzare l’Unrwa con altre “organizzazioni umanitarie internazionali responsabili”. Ma una personalità israeliana di alto livello aveva fatto sapere lo scorso gennaio al Times of Israel che il governo si sarebbe opposto a una “dissoluzione immediata dell’Unrwa”, proprio per quella capacità, insostituibile sul terreno, di distribuire aiuti e di evitare una “catastrofe umanitarie che potrebbe forzare Israele a cessare” la guerra contro Hamas.
Chiuderla, ma non subito. Semmai, cominciare a dare segnali, come la minaccia di chiudere i conti correnti bancari dell’Unrwa in Israele e il suo quartier generale a Gerusalemme, o di non concedere visti ai suoi funzionari, come sta succedendo in questi giorni. La strategia di forti pressioni sull’agenzia, in verità, va avanti da anni, da parte di Israele. Perché l’Unrwa, con la sua gestione dei campi profughi nel Territorio Palestinese Occupato, non solo a Gaza ma in Cisgiordania e Gerusalemme, ha calmierato il disagio, la sofferenza, la fame, la disoccupazione, la mancanza di scolarizzazione. Tutti problemi che sarebbe stata costretta ad affrontare, come nei suoi doveri, la potenza occupante. Israele. Potenza occupante a cui l’Unrwa, peraltro, comunica tutto, compresi i nomi dei suoi impiegati, com’è suo mandato e come ribadito anche da Lazzarini nella più recente lettera all’Assemblea Generale dell’Onu, quella del 22 febbraio. “Come tutti gli organismi Onu nel mondo, l’Unrwa deve fare affidamento sui governi ospitanti, o in questo caso su Israele in quanto potenza occupante” per questioni legate alla sicurezza, ha scritto Lazzarini. E ha aggiunto: “Al fine di sostenere la propria neutralità, l’Unrwa condivide sistematicamente l’elenco del proprio personale con i governi ospitanti nei suoi cinque campi operativi e, nel caso di Gaza e della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, anche con le autorità israeliane. Quando abbiamo individuato segnali che potessero esserci tunnel sotto le nostre sedi, ho costantemente informato le autorità israeliane, protestato con le autorità de facto ed espresso preoccupazioni nei miei rapporti all’Assemblea Generale”.
Dunque? Dunque la questione è politica. “Gli appelli odierni del governo di Israele per la chiusura dell’Unrwa non riguardano la neutralità dell’Agenzia. Si tratta invece di cambiare i parametri politici di lunga data per la pace nel Territorio palestinese occupato stabiliti dall’Assemblea Generale e dal Consiglio di Sicurezza”, ha detto Lazzarini nella stessa lettera. “Cercano di eliminare il ruolo dell’Unrwa nel proteggere i diritti dei rifugiati palestinesi e nel testimoniare la loro condizione che perdura nel tempo”, ha proseguito, sottolineando il nodo di fondo. “Il mandato dell’Unrwa incarna la promessa di una soluzione politica”. Promessa mai mantenuta per decenni, ragione per la quale “l’Unrwa, in quanto agenzia umanitaria, è stata lasciata a riempire il vuoto derivante dall’assenza di pace o addirittura di un processo di pace”.
A confermare a distanza qual è il vero centro della questione, è Filippo Grandi, alto commissario dell’Unchr, l’agenzia che ha il mandato su tutti i rifugiati a livello globale, esclusione fatta per i palestinesi. Dal 2010 al 2014, Grandi era stato a sua volta alto commissario dell’Unrwa, e prima ancora, nei precedenti quattro anni, numero due della stessa agenzia: un lungo periodo segnato, peraltro, dal cambio al governo della Striscia, con la presa del potere di Hamas, e dalle guerre su Gaza. La questione dei rifugiati “si mescola con quelle che riguardano i confini di sicurezza, Gerusalemme, e tutti gli altri punti basilari del conflitto israeliano-palestinese. Ed è dunque lì che occorre risolverla”, ha detto l’alto funzionario Onu a Mina al-Oraibi di The National, il quotidiano di base negli Emirati Arabi, in una intervista a latere della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera lo scorso 19 febbraio.
Simbolicamente, l’Unrwa è anche l’organismo che legittima l’Olp, nella misura in cui l’Olp non rappresenta solo i palestinesi che, nel Territorio Palestinese Occupato, vivono fuori dalla dimensione dei rifugiati. Rappresenta quella parte della popolazione palestinese che dichiara, con la propria esistenza, l’eredità della terra e delle proprietà immobiliari. La questione palestinese non si può conchiudere dentro Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza, dove peraltro l’autorità esercitata dall’Anp è talmente fragile da essere ormai quasi inesistente. Va oltre i confini di Israele/Palestina, com’è evidente anche nel fatto che per l’Onu è l’Olp, e non l’Autorità Nazionale, a incarnare la rappresentanza dell’intera popolazione della Palestina. Lo hanno capito bene le associazioni dell’estrema destra israeliana che all’inizio di gennaio 2024 si sono riunite alla Knesset, ospitate dal sottocomitato per la politica estera e la diplomazia pubblica. Emblematico quello che ha detto Noga Arbel, ricercatrice presso il Kohelet Policy Forum, ilcentro studi più influente sulla maggioranza politica del sesto governo Netanyahu. “L’Unrwa sminuisce l’esistenza dello Stato di Israele, ed è attualmente guidata da Hamas [sic!]. Il sistema educativo palestinese è la più pericolosa minaccia per lo Stato di Israele, e l’Unrwa è il centro del problema. Se permetteremo di continuare a perpetuare il problema dei rifugiati palestinesi, invece di risolverlo, la minaccia potrà solo crescere”.
La storia è solo cominciata, insomma, e i prossimi capitoli non si concluderanno con il cessate il fuoco. L’Unrwa è considerato da Netanyahu e dalla destra israeliana, con la sua sola presenza, un vero e proprio ostacolo politico. Perché l’Unrwa non è solo a Gaza, dove pure si occupa dell’80% della popolazione. È fuori da Gaza, dove nei campi sono oltre quattro milioni i rifugiati iscritti nella sua anagrafe. E quei milioni di palestinesi dicono, con i loro documenti di identità e di proprietà, che la questione è ben più complessa.
Le foto fanno parte del Palestine Museum Digital Archive: https://palarchive.org.