L’albero-piazza

Con l’umanità, il dolore, il cuore, l’anelito alla giustizia e tutto lo sdegno di cui sono capace per l’ignavia del ‘nostro’ mondo, ecco qui poche righe dalle pagine del mio libro (Il Gelso di Gerusalemme) dedicate a Jabalia e ai suoi sicomori, nel più grande campo profughi palestinese dentro la Striscia di Gaza. Mentre, lontano dall’Italia, scorrono le immagini dell’orrore perpetrato nei confronti della popolazione palestinese nel nord della Striscia di Gaza, dove il cosiddetto Piano dei Generali viene condotto senza ostacoli internazionali dalle truppe israeliane. La massa di civili (ammassati, appunto) forzata a lasciare case e rifugi di fortuna è addirittura oltre la memoria della vergogna e dell’orrore di Srebrenica. Famiglie separate dagli uomini e dai bambini, dai maschi, notizie di esecuzioni sommarie, uccisioni, cecchini in azione: tutto non mediatizzato, fatto all’oscuro delle opinioni pubbliche. E il Tribunale penale internazionale è ancora muto, dopo oltre cinque mesi, sui mandati di cattura. Avremo forse la fortuna (il dovere) un giorno di raccontare ciò che ora succede, ma non supereremo mai la vergogna di aver assistito a distanza all’orrore. Senza fare il possibile per fermarlo.

“Se avete la fortuna, come palestinesi di Gaza, di lasciare la Striscia e viaggiare a nord verso Jaffa o a nord-est verso Gerusalemme, dovreste tenere gli occhi aperti per cercare tracce dei sicomori,” scrive Atef Abu Saif, affidando al suo diario il racconto di un’altra terribile guerra israeliana su Gaza, quella del 2014. “Se ne vedete uno, dovete cercare di immaginare il villaggio palestinese che un tempo sorgeva intorno al sicomoro. È stata mia nonna a raccontarmelo. La piazza di un villaggio palestinese, soprattutto se vicino alla costa, era sempre costruita intorno a un singolo sicomoro, un albero enorme che svettava sul villaggio come un minareto.”10

C’era dunque più di un sicomoro a Jabalia, il più grande campo profughi della Striscia di Gaza, una vera e propria città, prima di essere decimata, frantumata dai bombardamenti israeliani del 2023-2024. Atef Abu Saif, scrittore e, poi, ministro della Cultura nei governi dell’Autorità nazionale palestinese a Ramallah, se ne era accorto solo durante la guerra del 2014, di quell’albero di via Bahar. “Il mio minareto personale; mi chiama per dirmi: ‘Atef, sei a casa’. Solo quando l’odore delle sue foglie mi riempie le narici mi rendo conto di essere quasi arrivato. Allora mi rilasso, le spalle si abbassano di qualche millimetro, il battito cardiaco rallenta e sento di essere sopravvissuto a questa passeggiata.”11

(10) Atef Abu Saif, The Drone Eats with Me: A Gaza Diary, Beacon Press, Boston 2016 (ed. digitale).

(11) Ibidem.

Queste righe sono prese dal primo capitolo de Il Gelso di Gerusalemme. L’altra storia raccontata dagli alberi (Feltrinelli 2024)

La foto (mia) è del sicomoro dell’Orto Botanico di Palermo