Betlemme. Correva l’anno 2020. In fondo, l’ultimo Natale di un’era fa, di un tempo in cui sembrava tutto ‘normale’, nonostante occupazione, apartheid, spaccatura nella politica palestinese. Poi, i natali sono stati praticamente resi impossibili nella cittadina palestinese in cui Gesù era stato dato alla luce, il Gesù storico e quello religioso, Gesù venerato dal cristianesimo e profondamente rispettato come profeta Issa dall’Islam. Prima la pandemia da covid, poi un breve respiro, e infine l’annus horribilis del 2023, il 7 ottobre, l’attacco di Hamas e Jihad Islamico, i bombardamenti israeliani su Gaza, il genocidio dei palestinesi nella Striscia, la repressione militare in tutto la Cisgiordania, Betlemme compresa.
Nella foto di Wikimedia Commons, c’è anche l’albero di Natale che a Betlemme, proprio al limitare della piazza della Mangiatoia, era divenuto consuetudine, rito per i turisti e i pellegrini che portavano un po’ di ristoro nei bilanci familiari dei palestinesi, di quelli cristiani e di quelli musulmani. Di questo albero, dell’albero di Natale divenuto da poco un rito, spesso artificiale, non parlo nel mio libro dedicato agli alberi, Il Gelso di Gerusalemme.
Ma degli ulivi sradicati dagli israeliani per costruire il Muro di Separazione ne parlo, certo. Di quel legno d’ulivo ricavato dagli alberi sradicati sono piene le botteghe di souvenir e i laboratori che danno lavoro e dunque ristoro alle famiglia palestinesi. E’ il legno con cui si fanno i presepi che sono già in molte case italiane, e che legano con un filo invisibile il Natale qui e il Natale lì dove tutto è cominciato. A Betlemme, appunto.
