Una bandiera ad Aqaba, vista dall’Amerigo Vespucci

Aqaba dall’Amerigo Vespucci, la nostra splendida nave-museo, veliero che fa diplomazia navale, brano di storia italiana. A sinistra della lancia, tirata a lucido come tutto il Vespucci (mi hanno spiegato che occorre declinarlo al maschile), si intravvede una enorme bandiera in cima a un pennone collocato nel centro di Aqaba.

Confesso di aver pensato, di lontano, alla bandiera giordana. Ad Amman, l’enorme vessillo svetta su gran parte della capitale, e si inserisce in quell’utilizzo della bandiera nazionale che è rappresentazione, collante identitario, politica. E invece un caro amico, forte di una cultura profonda e pluridecennale dell’area, mi ha fatto notare che no, non è la bandiera giordana. O meglio, è alla radice di tutti quei vessilli nazionali – compreso il giordano – che nascono dalla bandiera della Rivolta araba del 1916, brandita da Hussein bin Ali, sharif della Mecca e poi alla guida degli arabi contro l’impero ottomano ormai agli ultimi brandelli di vita.

È, per intenderci, la storia in cui Lawrence d’Arabia si inserisce, con tutte le contraddizioni di un funzionario dell’imperialismo britannico che, però, aveva imparato a essere con chi avrebbe dovuto solo utilizzare per le mire di Londra nel ‘Medio Oriente’.

E ad Aqaba si arriva proprio, alla fine di una lunga strada nel deserto, attraverso un cammino segnato dalle alte colline di roccia rossastra che chiudono il porto. Colline che protessero il porto e lo resero un avamposto strategico fondamentale nella prima guerra mondiale. Lungo la strada che declina verso Aqaba, si vede ancora la ferrovia dello Hejaz, la grande operazione ottomana che da Istanbul e poi Damasco arrivava sino ai luoghi santi, sino a Medina, una storia talvolta dimenticata ma essenziale per capire le vie, i passaggi, i percorsi, i legami.

Il nostro immaginario, seppur formato e sviato attraverso il viso pieno di trucco di Peter O’Toole nei panni di un indimenticabile e affascinante Lawrence, trova sicuramente appagamento in questo viaggio fino ad Aqaba seguendo l’antica strada, la strada attraverso il deserto. Persino attraverso il pauroso bagno di realtà di continue tempeste di sabbia che mi sono toccate in sorte.

La bandiera della Rivolta araba del 1916 ha tutti gli ingredienti che poi sarebbero stati usati in molti vessilli nazionali. Un triangolo rosso vicino all’asta, e poi – dall’alto verso il basso – nero, verde, bianco. E vederla ad Aqaba, in questi giorni – gli ennesimi – così importanti per la questione di Gaza e del suo genocidio, ha veramente il sapore di una storia segnata dai sassi bianchi e luccicanti della favola di Pollicino. Citazioni su citazioni, tracce di un percorso che a volte si è perso.

C’è una questione mai troppo sottolineata, in questi giorni segnati dalle parole di Donald Trump che imporrebbero – questo dice… – lo svuotamento di Gaza e la deportazione dei palestinesi dalla Striscia, come fosse un novello imperatore romano che vuole un colonna a imperitura memoria. Una colonna su cui far disegnare dagli artisti dell’epoca la sofferenza delle popolazioni deportate, la loro umiliazione, la grandezza di Roma. La questione aperta è la reazione ‘degli arabi’: degli Stati, dei decisori, delle popolazioni. Perché Gaza tutto ha cambiato, nel mondo e nella regione. C’è ancora tutto da capire, e non darei nulla per scontato. Per ora, basta soffermarsi ancora una volta su una bandiera vista dal mare, da un veliero bellissimo ancorato alla banchina di Aqaba, là dove in un pugno di pochissimi chilometri condividono lo stesso tratto di costa Egitto, Israele, Giordania, Arabia Saudita.