Piero Calamandrei votò no all’adesione al Patto Atlantico. È una pagina non molto nota, se non agli storici del secondo dopoguerra. Calamandrei faceva parte, a cavallo tra l’Assemblea costituente e la prima legislatura, di quella corrente politica che – con tutte le differenze al proprio interno – si qualificava come la Terza Forza, una terza forza progressista che si collocava tra i partiti che aderivano al blocco occidentale atlantista e la sinistra che guardava ancora all’Unione Sovietica.
La sua dichiarazione di voto alla Camera dei deputati nella primavera del 1949 è, vista con gli occhi del 2025, l’ennesima lezione di uno dei padri della costituzione. Ed è una lezione che si fonda su un dubbio, lo stesso che in questi anni più recenti abbiamo tutti. “Che cosa posso fare io, quale contributo posso portare io, piccolo uomo, atomo effimero, per allontanare dal mio Paese questo flagello?” Il flagello a cui si riferisce Calamandrei è la guerra, un incubo che si profila subito all’orizzonte, appena due anni dopo la fine del conflitto mondiale, quando i blocchi contrapposti, Stati Uniti contro Unione Sovietica, si consolidano nel giro di pochissimo tempo.
La discussione sull’adesione dell’Italia al Patto Atlantico ha il suo culmine nei tre giorni di seduta continuata, dal 16 al 18 marzo 1949. È la prima legislatura della repubblica italiana uscita dalla seconda guerra mondiale e fondata sulla resistenza al nazifascismo. È la prima legislatura ancora piena dei grandi nomi della storia italiana del dopoguerra, De Gasperi, Nenni, Togliatti, tra gli altri.
Erano avversari ma mai nemici, usciti da esili e prigionia, rifugi e confini, povertà e lutti familiari. Usavano la carta riciclata della camera dei fasci e delle corporazioni perché carta non ce n’era. Negli archivi (che dovremmo tutti ricominciare a frequentare) quei foglietti, su cui il marchio del fascismo era stato cancellato alla bell’e meglio, e che erano pieni delle parole dei discorsi parlamentari vergati a mano, dicono più di altre mille parole sulle difficoltà quotidiane di un paese uscito bombardato, semidistrutto, in lutto.
È una discussione accesa, profonda. Si scontrano non solo due concezioni ideologiche del mondo e del suo futuro, due blocchi ormai quasi cristallizzati. C’è anche il senso reale di un passo nell’ignoto, verso un nuovo capitolo della storia del dopoguerra.
Piero Calamandrei prende la parola nel pomeriggio del 16 marzo. È l’ultimo rimasto dei deputati di Unità socialista, l’ennesima tessera della frammentazione del socialismo italiano, deflagrato con la scissione di Palazzo Barberini di due anni prima. Esprime il suo voto contrario all’adesione dell’Italia al Patto Atlantico. Tra i motivi, il primo è da una prospettiva tutta europeista. Addirittura federalista. “Sotto l’aspetto della politica europea – sostiene Calamandrei -, noi socialisti federalisti pensiamo che un patto militare, anche se difensivo, che trasforma gli Stati europei in satelliti di uno dei blocchi che si fronteggiano, e dà al suolo europeo la funzione di un trinceramento di prima linea per eserciti che stanno in riserva al di là dell’Atlantico, allontani la nascita di quella Federazione occidentale‘ europea, politicamente e militarmente unita e indipendente, che noi auspichiamo né alleata né ostile, ma mediatrice tra i due blocchi opposti, e capace di conciliare in una sua sintesi di democrazia socialista due esigenze per noi ugualmente preziose e irrinunciabili, quella della libertà democratica’ e parlamentare, e quella della giustizia sociale”.
Una cosa è l’Europa, una cosa è il Patto Atlantico, dunque. Un’analisi impeccabile, che oggi, a poco meno di ottant’anni di distanza, cede il posto a una confusione di fatto tra un’Europa politica (di cui la difesa comune è parte) e uno strumento militare come dovrebbe essere la Nato.
Prosegue Calamandrei con un preoccupazione che ha poco a che fare con i blocchi, le ideologie, le questioni tecniche. “Più che argomenti ideologici e politici, qui sono in giuoco motivi morali e religiosi”, dice, riportando tutto al tempo difficile, difficilissimo, in cui si stava decidendo di far parte di un’alleanza militare, a soli quattro anni dalla fine della guerra. “Questa è una scelta che impegna la nostra anima”, ed è sorprendente sentirlo in un’aula parlamentare, con gli occhi dell’oggi. “Il problema di coscienza che ciascuno di noi si pone è lo stesso: mentre su di noi si addensa l’ombra di un’altra catastrofe, che cosa posso fare io, quale contributo posso portare io, piccolo uomo, atomo effimero, per allontanare dal mio Paese questo flagello? Son certo, voglio esser certo, che tutti gli uomini che seggono in quest’Aula, e primi quelli. che sono al banco del Governo, si pongono il problema negli stessi termini: si tratta di fare il bene dell’ltalia e di salvare la pace”.
La pace. Salvare la pace ad appena quattro anni dalla fine della guerra più spaventosa
“Tutti in questo siamo d’accordo. Ma io temo che, quando si dice che con questo patto militare la guerra si allontana, si ricade in quel tremendo equivoco del vecchio motto illusorio: si vis pacem para bellum, che gli uomini ciechi continuano a ripetere senza accorgersi da cento, tragiche esperienze che per voler la pace non c’è altra via che quella di prepararla coi trattati di commercio e di lavoro, che stringono tra gli uomini legami di solidarietà, e che chi prepara la guerra, anche a fini che crede difensivi, non fa altro, senza accorgersene, che volere la guerra”.
La più profonda e articolata smentita a chi pensa che la politica estera, persino oggi, si possa fare e poggiare sulla deterrenza. Senza politica, senza una politica complessa e visionaria, la deterrenza può essere solo l’illusione di gestire più facilmente le crisi.
Sono andata a recuperare le parole di Calamandrei dopo essere stata ospite di Linea Notte del Tg3, condotta da Ilaria Capitani (che ringrazio per invito e domande), con Ilaria Sotis, Roberto Sommella, Andrea Cangini.
(se avessi sottomano la mia tesi di laurea, che era proprio sulla Terza Forza e il Patto Atlantico…. è in questi momenti che capisco la parte buona e comoda del digitale)
Il consiglio d’ascolto è obbligato, perfino banale, ma necessario: Smisurata preghiera, Fabrizio De Andrè, nella versione live del suo ultimo concerto.