Chi, se non noi?

Un salice spoglio, in una terra che appare altrettanto spoglia. E due persone che aspettano, sotto l’albero, a cui – sembra, almeno all’apparenza – non danno la giusta attenzione. Chi, tra noi, ha dato però, a sua volta, così importanza a un salice spoglio, il vero terzo personaggio di “Aspettando Godot”? Accanto al suo tronco, in una “terra desolata”, Estragon e Vladimir riempiono l’aria di parole, in attesa del fantomatico Godot. Tutti, peraltro, personaggi maschili, e questo – ora – ha un suo preciso significato.

Non è dato sapere, però, cosa pensa il salice. Non solo testimone, non solo attore (in molti sensi). Il salice come coscienza critica, molto probabilmente. Il suo silenzio – o meglio, la nostra incapacità di comprenderne il linguaggio – è una macchia indelebile sulla nostra, di coscienza e di responsabilità. Gaza è lì, desolata, neanche i suoi alberi ci sono più. E noi, all’apparenza senza più parole, attendiamo che qualcosa succeda. Che qualcuno, per meglio dire, faccia qualcosa in nostra vece.

Attesa. Attesa è la parola chiave di questi ultimi giorni e settimane. Da quando il cessate il fuoco è stato rinnegato da Israele che aveva, a gennaio, sottoscritto l’intero accordo in tre fasi. Salvo poi rimangiarselo, come la stampa israeliana scrive da mesi, accusando Netanyahu e la sua coalizione di governo di aver abbandonato al loro destinogli ostaggi israeliani, nelle mani di Hamas a Gaza.

Attesa. O anche anticipation, perché la parola inglese mi sembra contenga un elemento importante: le aspettative, le previsioni, un non so che di attivo che – invece – l’attesa mette da parte. Come per i protagonisti di Aspettando Godot, insomma, l’attesa è immobilità, assenza di storia, incapacità di agire in qualsiasi modo. Congelamento.

È la stessa sensazione che si vive qui, a est del Mediterraneo. Non solo in Italia. Si trattiene il respiro, si tenta di comprendere perché si è arrivati così tanto in là. Com’è possibile che siano passati non settimane o mesi, ma addirittura un anno e mezzo senza che la politica – in ogni angolo del mondo, oltre quello occidentale – si sia espressa a un’altezza tale da fermare il più orrendo dei massacri, perché compiuto in un vero e proprio catino da cui nessuno più uscire. Nessuno. Un formicaio su cui è facile (facile?) gettare bombe come fossero sassi in uno stagno. Tutto fermo, tutto immobile, mentre il tempo passa e la conta dei morti aumenta, i crimini si sommano, la crudeltà anche, e non si vede all’orizzonte un sussulto di senso morale, umanità, assunzione di responsabilità da parte della società israeliana nella sua maggioranza.

E se qui, a est del Mediterraneo, tutto è chiarissimo ed è parola comune, senza bisogno di tante spiegazioni, è ormai evidente che qualcuno o qualcosa debba tirare fuori anche noi dalla pozza d’acqua stagnante in cui siamo immersi (noi, europei, dal senso di colpa e dalla complicità esplicita, politica nei massacri in corso). Oppure che qualcuno prosciughi la pozza maleodorante, una vera e propria palude, fermando il genocidio. Chi? E quando?

Se qualcosa ho imparato dagli alberi, oltre a chiedere perdono, è ad avere uno sguardo laterale e fermo. E a farmi domande scomode, intercettando un altro linguaggio: a chi tocca fermare un genocidio con statura morale e strumenti pacifici se non a chi, nella propria formazione individuale e di comunità, è stato formato e formata – nella scuola del secondo dopoguerra – a impedire che succedesse ancora una volta? Chi, se non noi?

Ad Amman ci sono le zagare. Profumatissime.