Cinque camion entrati a Gaza, ieri 19 maggio, dopo l’annuncio del premier Benjamin Netanyahu che Israele avrebbe concesso una moderata quantità di prodotti umanitari dentro Gaza. Un po’ di cibo e qualcos’altro. Ne entravano, prima del 7 ottobre, cinquecento al giorno. Ne sono stati permessi ieri 5. Un centesimo, di quelli necessari ‘a pieno regime’. Un granello, un’inezia umiliante dopo 80 giorni in cui nella Striscia di Gaza non è entrato uno spillo. Nulla, né acqua e né cibo né medicine né anestetici.
Dei cinque autoarticolati, due contenevano – però – non oggetti per la vita, ma oggetti per la morte, in quello che è ormai un campo di morte e di morti. Contenevano non farina, ma sudàri. Sudàri, lenzuoli funerari, proprio quelli che appenderemo sabato 24 maggio alle finestre, ai balconi, alle ringhiere. Che esporremo in piazza come si espone alla piazza un genocidio.
Non sale solo l’insonnia, di fronte a immagini fredde, anonime e, allo stesso tempo, perfettamente funzionali alla contabilità della morte. Sale la nausea, di fronte all’ignavia dei decisori. Di coloro che, ora, solo ora, dopo un anno e mezzo di annientamento di Gaza, di bombardamenti, distruzione, e corpi palestinesi fatti a pezzi, scrivono nei documenti ufficiali che non si può più tollerare questo scempio. Che Israele deve far entrare gli aiuti. Mi verrebbe da dire, come fossero elemosina, come fossero foraggio per alimentare chi è dento Gaza, per dare un po’ di cibo prima di venir giustiziati. L’ultimo pasto, insomma.
Se per noi, per la nostra tradizione, sindoni e sudari sono la pietà per i morti e la protezione delle salme dagli occhi del mondo, c’è chi fa entrare i sudari per continuare a consumare lo scempio in diretta.
È ora di fermare la strage, sì, certo. Ed è ora che la strage si fermi fermando l’impunità di Israele. Sanzioni, processi, isolamento.
Questa è anche una risposta a chi pensa che un gesto così – esporre sudari – sia un gesto fragile rispetto all’enormità del genocidio. Sì, lo è, un gesto fragile. I simboli sono così, fragili. O almeno così sembrano, salvo poi mostrare tutta la loro ‘potenza’ nel rappresentare l’indicibile. Lo scandalo, e la nostra vergogna.