Il genocidio di Gaza. Mangiare le nostre macerie morali

Non sappiamo neanche più usare le parole. Le consideriamo parole vecchie per guerre che pensiamo diverse da prima.

E in parte è vero. Sono ancora più bastarde di prima.

Pensiamo di non avere più una lingua adeguata che ci racconti ciò che vediamo, da spettatori. L’orrore, mostrato come un videogioco, comodamente seduti di fronte a uno schermo nella frescura delle nostre case.

Siamo proprio sicure, sicuri di non avere parole, lingua, grammatica? Oppure ci sono le parole, ma non c’è più la capacità, il coraggio di usarle? Genocidio, appunto. Oltre la guerra, oltre la pulizia etnica.

Genocidio: la distruzione di un gruppo.

Genocidio: distruggere un gruppo che non si considera più umano. Parte di noi.

Il gruppo dei cattivi, da bandire, rinchiudere in un cerotto di terra che chiamiamo striscia. Striscia di Gaza. Come non fosse neanche più una terra. Terra antichissima.

Tutto è permesso, anche un genocidio, se l’altro è il cattivo. È questa la logica stringente. Al buono tutto è permesso, per annichilire, distruggere il cattivo. Neutralizzare il cattivo.

Si comincia con strumenti differenti dalle armi: si comincia con le parole, usate per trasformare il nemico in “cattivo”. Così cattivo da non essere più umano.

Ma chi lo decide, chi è il buono e chi è il cattivo? Chi si dà, con un’arroganza infinita, la patente di buono, di cane da guardia, di difensore dell’ordine costituito al quale tutto è concesso, anche il genocidio? Israele si è dato la patente di buono. Di buono che è costretto a uccidere, a massacrare, a distruggere, ad annichilire. Lo fa, ma non vorrebbe farlo, sostenuto dalla nostra ipocrisia lontana. Pulita. Lontana dagli schizzi di sangue che ci sporcherebbero il vestito e l’anima.

Io non penso al futuro. Non me lo posso permettere, da italiana, da europea, da occidentale, ma anche da mediterranea, da chi ha visto Gaza, per mia fortuna. Penso a come fermare un genocidio, e so che posso farlo – solo con le altre e gli altri. So che è il mio imperativo, il mio dovere.

Io non penso al futuro. Ma penso a cosa ci sarà dopo il genocidio. Alle macerie morali. A come mangiarle e digerirle, accoglierle. Perché assumere le nostre macerie morali serve a ri-definire, risignificare, dare senso e corpo alle parole necessarie. Pace. Che parola svilita. Pace. La pace che definisce non il buono o il cattivo, ma il reo, il colpevole, l’assassino, il genocidiario. In questo caso, l’uso del maschile è dovuto. Perché è ancora una volta un tempo di genocidio in cui gli uomini sono protagonisti, e le donne si sono spesso ricavate ancora una volta un ruolo da ancelle.

Attenzione, però. A definire il reo, il colpevole, l’assassino, il genocidiario non è solo la giustizia. È l’umanità, la storia, la politica. La giustizia definirà, eccome, la verità giudiziaria. A noi, che giudici non siamo, è dato il compito di definire l’enormità, le complicità, il genocidionostro. E di definire, risignificare le parole, la lingua, la grammatica che dovranno tessere un nuovo modo di essere nel mondo e sul pianeta. Prima regola: bandire la guerra, non solo il genocidio. Abolire la guerra.

E’ il testo del mio intervento sul palco della Marcia per Gaza da Marzabotto a Monte Sole, il 15 giugno 2025.