C’è un modo per capire quanto una persona, un amico, sia importante. Un modo laterale, quasi marginale, all’apparenza. Lo si comprende da quanto quell’amico sia entrato, con forza, nel tuo lessico famigliare. E se scrivo ‘lessico famigliare’ lo intendo nel suo significato letterale. Le sue frasi, le sue parole puntellano il nostro lessico, in famiglia, da decenni.
Non voglio parlare di Alberto Stabile per la sua qualità altissima di giornalista, da Palermo a Gerusalemme, passando per una tappa fondamentale e spesso dimenticata: Mosca. La conoscono le lettrici e i lettori di Repubblica. La sappiamo – testata nei luoghi – noi, suoi colleghi.
Vorrei, invece, parlare di quelle frasi, alcune così sottilmente ironiche e taglienti, altre ultimative, che sono ancora con noi.
La prima, appena arrivata a Gerusalemme. 2003. Seconda intifada, attentati suicidi palestinesi che scuotevano la città. E io che amavo e amo i mercati alla follia. “Tu a Mahane Yehuda non ci devi andare. Sei madre di bambino piccolo”. Troppo pericoloso, il mercato israeliano a Gerusalemme ovest, già teatro di attentati. E io non mi offesi perché metteva in secondo piano il mio lavoro rispetto alla mia maternità. Me ne andai al mercato della Porta di Damasco, e scoprii, in questo modo, il mio piccolo pezzo di mondo.
Per quel bambino allora piccolo, e ora adulto, cucinava una frittata con gli spinaci, passata alla storia familiare come la “la frittata di Alberto Stabile”, rigorosamente con nome e cognome, come una firma, un’attribuzione necessaria. Alla madre, invece, insegnò a fare le arancine, sempre col suo piglio che sembrava autoritario ed era invece timido. Io non le mai provate a rifare, la arancine di Alberto Stabile: non avrei saputo arrivare al suo livello, e ho lasciato perdere per non competere. Gli ho lasciato, invece, campo libero nella mia cucina di Gerusalemme. Era Pasqua, e voleva preparare lui il cosciotto d’agnello, che uscì dal forno ovviamente alla perfezione, conciando la mia cucina come la poteva conciare il suo estro. D’altro canto, mi dovevo far perdonare di aver messo il marzapane, la frutta martorana, in frigorifero, gesto inconsulto che mi costò per molto tempo i suoi tipici rimproveri, con quel sorriso talmente accennato che quasi non si coglieva.
“Non è mica coca-cola…”. Una frase divenuta una linea di comportamento, non solo quando si versa il vino, ma per traslato in qualsiasi gesto. Mai riempire il bicchiere fino all’orlo. Godersi i sapori, i gusti, le felicità. Non essere bulimici. Sapere cosa stai versando nel bicchiere. Una delle lezioni migliori di Alberto Stabile, spesso finto burbero, più spesso racchiuso nel pessimismo in cui ci costringeva Gerusalemme, perché ciò che vedevamo diceva altro, e molto diverso, rispetto alle semplificazioni che riempivano la narrazione, la vulgata allora corrente, le mistificazioni che ancora ci dobbiamo sopportare. Lui non ci stava, perché la lezione imparata all’Ora di Palermo gli aveva segnato la vita, la vita professionale, la biografia, il metodo, la deontologia. Lo si comprendeva dai racconti – rari, perché non amava lasciarsi andare più di tanto – dei tempi del giornalismo palermitano. Tempi fondativi, tempi indimenticabili.
Ciao Alberto, da Paola, Francesco, Filippo. Grazie per averci lasciato le parole.
(Lo scatto l’ho rubato. Era accanto a me in un incontro a Favignana, organizzato da lui, con Ugo Tramballi e Alastair Crooke. Parlavamo, come sempre, di quella terra lì)