Un gesto di resistenza, nei margini. E poi sempre di più, da una latitudine all’altra, negli ospedali dove già 15mila medici e personale sanitario hanno digiunato per Gaza, nelle chat di professionisti, nelle lettere aperte di centinaia di psicanalisti e altrettanti ambasciatori, nei porti e nella base dei sindacati, nelle parrocchie e nei conventi, alla Biennale di Venezia e tra i giornalisti che non ne possono più di fare da spettatori alla strage dei loro colleghi palestinesi. E la Global Sumud Flotilla, con le decine di navi e navigli che stanno per partire, carichi di beni di prima necessità raccolti dalla ‘gente’, dalle persone ordinarie, dai senzapotere.
Gesti di resistenza, molti, che non fanno notizia nella scena residuale dell’informazione stantìa e piegata al potere. Quel pezzo di informazione in cui – come si fosse tra i “soldati fantasma” giapponesi alla fine della seconda guerra mondiale – genocidio è ancora una parola “controversa”, “contesa”. Solo da loro, però, non dalla marea montante e irrefrenabile di giuristi, studiosi, magistrati, avvocati per i diritti umani, funzionari internazionali, diplomatici e, sì, persone ordinarie. Quelle educate al “mai più”, per nessuna, per nessuno, su cui ci siamo formati.
È genocidio, bellezza, e – ahimè – non ci puoi far niente. O meglio, puoi fare. Arrenderti alla realtà, affrontarla. Perché siamo ormai nell’oltre. Tutto è oltre. Oltre gli slogan che hanno abbeverato le pubbliche opinioni, illudendole sulla soluzione dei 2 Stati, morta da un paio di decenni perché distrutta dai fatti sul terreno compiuti dagli israeliani. Oltre il 1967, e ormai dentro il 1948 e tutto ciò che significa: prendere di petto quella risistemazione dell’allora Medio Oriente che aveva sacrificato una popolazione nativa (i palestinesi), considerata senza personalità, di comunità, giuridica, umana. Siamo oltre, e non sappiamo dove stiamo andando, perché per saperlo o immaginarlo il genocidio lo dobbiamo prima fermare.
Fermarlo, il genocidio. Credo che sia una certezza, tra i senzapotere. Senzapotere, che non significa impotenti. Al contrario.
Questi gesti sempre più numerosi – come i pezzi di un domino che nessuno ha organizzato dall’alto – sono un flusso di parole, digiuni, idee, locandine, programmi, invettive, marce, presidi, occupazioni. Dall’Italia alla Spagna, dalla Svizzera alla Francia agli Stati Uniti. Nascono dal senso di impotenza? Certo. Eppure, eppure c’è dell’altro. Non solo quella “vita come politica” che credo sia emersa come una modalità di essere nel mondo, ora, nel tempo del genocidio. Partecipazione, sì, senza però averne una percezione chiara. E su tutto, nel cuore e nella razionalità di ciascuna, ciascuno, la certezza che non sarà nel mio nome, nel nostro nome. No. Basta.
Sono arrivate le kefiah. A proposito dei piccoli e fragili gesti di resistenza. E per la figlia di un sarto, le stoffe hanno significati precisi. Importanti. Come i sudari.