#blocchiamotutto Lo sciopero generale in un abbraccio

L’abbraccio con una sconosciuta. A meno di duecento metri da quella piazza dei Cinquecento a cui, finalmente, è stato ridato senso dalla protesta dei senzapotere contro il genocidio e per proteggere i corpi, i sorrisi, l’incolumità dei Cinquecento della Global Sumud Flotilla. Diversi dai caduti di Dogali, invasori per conto di un’Italia coloniale che provava a diventare importante sulla pelle degli eritrei.
Per me, il 3 ottobre 2025 è stato l’incontro di sguardi tra due donne che si sono trovate su una gomma forata, e una richiesta d’aiuto. E mentre il meccanico faticosamente trovato riparava la gomma, la donna si profondeva in scuse sincere per quell’inciampo, quel tempo perduto. La kefiah che avevo sulle spalle aveva già aperto un canale di comprensione, come – per me – il suo velo sul capo. Mi aveva ricordato i veli turchi, ma lei mi aveva subito smentito. “Sono irachena, di Baghdad”. Baghdad, una delle città nella lista dei miei sogni, visitata attraverso le pagine splendide e malinconiche di Sinan Antoon. “Io ho vissuto in Palestina per dieci anni. E oggi il tempo, qui a Roma, non si perde: c’è la manifestazione per Gaza”.
“Siete un grande popolo, voi italiani. Più di noi arabi”, mi ha detto, con una delicata gratitudine. E pensava, certo, ai decisori, dalle sue parti, complici quanto i nostri. Ma i nostri di più, perché noi Israele ce lo siamo scelto come alleato. Mi ha abbracciato. E mi ha sussurrato “habibti”, “cara”, “cara a me”. Gli occhi ce li avevamo umidi, entrambe. I miracoli del dolore condiviso, del muoversi assieme, della commozione. Ci siamo lanciate un bacio da lontano. E non la rivedrò più. Di lei non so neanche il nome. Ma non serve, come ci ha insegnato Adania Shibli, che omette i nomi dei personaggi dei suoi racconti, in nome di un’uguaglianza portata alle estreme conseguenze.
Non ho saputo neanche i nomi dei 300mila che a Roma hanno camminato assieme, in un concerto di sorrisi e di parole, anche urlate. La ribellione, quella bella, non ha bisogno di nomi. Ci si riconosce subito, e si va insieme.
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