Scrivere su un tappeto da preghiera

Un tappeto da preghiera come banco. E quegli occhi sulla lavagna. In uno scatto, questo è il sumud, per i palestinesi. Parola entrata di forza nella nostra lingua (almeno in quella partecipativa, politica), grazie a chi ha avuto il coraggio – per tutte e tutti noi – di essere parte della flotilla. Sumud è vivere con dignità, se potessi tradurlo pensando a come l’ho visto praticare in Palestina, a Gerusalemme est, in Cisgiordania, a Gaza. E vivere con dignità non è un esercizio semplice, quando si attraversano checkpoint, quando la fragilità quotidiana si imporrebbe alla difesa della propria dignità. Perché lasciarsi andare può apparire, forse, più facile. Abbandonarsi è comprensibile, da qui, a distanza, nell’immaginare il dolore, l’indicibile, la crudeltà nella quale si è calati in un genocidio. E però, di prima mattina, appare questa foto di @unrwa su Instagram, scattata in un luogo trasformato in aula, senza nulla per le studentesse, gli studenti di Gaza. Un tappeto da preghiera può servire, non solo per pregare. O forse, anche questa è una preghiera, alla vita, e a ciò che significa poter imparare, avere una matita in mano e un quaderno. Imparare invece di aspettare di essere ammazzati. Guardo questo scatto, e mi chiedo: quanta forza c’è in questo bambino? Quanto amore? Quando ci viene comunicata la paura per generazioni di bambine e bambini in cui, già ora, albergherebbe l’odio per tutto ciò che stanno subendo, proviamo a reagire guardando questa foto e questi occhi, e questa postura, e queste mani. Io vedo vita e amore. Nient’altro. L’odio di cui vorremmo accusare i palestinesi, come i nostri carnefici in futuro, è già stato ‘agito’, fatto, compiuto dai carnefici di ora, gli israeliani che in questi due anni stanno compiendo il genocidio dei palestinesi. Invece di pensare all’odio futuro, fermiamo l’odio presente.

…e qui sotto, quello che sulle scuole avevo scritto in “Arabi Invisibili”, il libro che dà il nome a questo mio blog. “Arabi Invisibili” è uscito nel 2007. Dopo le elezioni politiche palestinesi del 2006, e ben prima delle rivoluzioni arabe del 2011. E’ fermo in quel tempo, questo ritratto delle scuole. Dice, però, molto anche dell’oggi. E degli occhi di quel bambino di Gaza che scrive su un tappeto da preghiera, nella Gaza distrutta da un genocidio.

Il periplo di ustaz Jibril

Jibril Salama ha appena 25 anni. Ed è molto orgoglioso delle sue ragazze. Una quindicina di studentesse della decima classe. L’equivalente del nostro secondo anno delle superiori. Ragazze di quindici, sedici anni, insomma, a cui il maestro Jibril insegna arabo nella piccola scuola pubblica femminile di A-Tira: un piccolo edificio bianco a due piani, le aule che si affacciano sulle balconate e, in basso, un cortile sterrato e polveroso. Doveva diventare lo spazio per la ginnastica, ma i soldi di Usaid – la cooperazione internazionale americana – non sono più arrivati dopo che alla guida del governo palestinese, nella primavera del 2006, è andata Hamas. Fondi bloccati a Washington, e il cortile della scuola femminile di A-Tira è rimasto così com’era. Polveroso. La scuola ha fatto appena in tempo a costruire i bagni, con i soldi giapponesi in questo caso. Poi, tutto si è fermato, compresi – per mesi – gli stipendi  ai professori e agli impiegati dell’istituto superiore di A-Tira, e agli altri quasi quarantamila insegnanti dell’istruzione pubblica palestinese.

A-Tira. Villaggio cisgiordano nella campagna attorno a Ramallah. Che il muro costruito dagli israeliani sta, però, separando come un vulnus, come una ferita, dagli orti, dai villaggi, dalla rete di affetti e parentele al quale è stato sempre legato. Jibril e le sue studentesse, prima di aprire i libri devono camminare molto. Tra A-Tira e i paesini del circondario corre già da tempo la route 443. La chiamano l’autostrada dei coloni. E’ stata costruita per fornire un’alternativa alla numero 1, la più frequentata in Israele. Il problema della 443 è che corre come un cuneo dentro la Cisgiordania, per  dare un’alternativa all’affollatissima numero 1, prima l’unica bretella che univa Gerusalemme a Tel Aviv, per servire alcuni dei grandi insediamenti ebraici costruiti dopo il 1967 e l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi. Mod’in, per esempio, è la imponente cittadina che si erge vicino ad A-Tira. È dalla parte israeliana della Linea Verde. O meglio, spiega Dror Etkes, il responsabile della sezione colonie del movimento pacifista israeliano Peace Now, “è in gran parte nella terra di nessuno che si trova tra le due “linee verdi” della zona”. Un caso particolare, perché non c’è stata nessuna intesa tra Israele e Giordania su quale fosse la Green Line giusta, e i due stati hanno quindi deciso di non mettersi d’accordo. Storia diplomatica a parte, Mod’in incombe su A- Tira. E così, con i palazzi di Mod’in alle spalle, la 443 appena sotto e, al di là dell’autostrada, il Muro di cemento, A-Tira appare ancora più piccola.

Le allieve della scuola pubblica superiore di A-Tira percorrono a piedi la distanza tra la casa e la scuola. Anche quando la casa non è nel villaggio, ma sta dall’altra parte dell’autostrada, riservata solo agli israeliani per motivi di sicurezza. Vanno a piedi. Succedeva anche da noi, certo. Ma la differenza è che le frotte di ragazzi e di bambini che ogni mattina affollano le strade della campagna di Ramallah non hanno, spesso, alternative. Il caso delle ragazze di A-Tira, infatti, non è l’unico. La fatica colpisce la stragrande maggioranza degli studenti della Cisgiordania, dove andare a scuola diventa spesso un impegno difficile da rispettare. Se non un lusso.

Ci sono studenti costretti a un lungo periplo perché le strade sono state bloccate da massi posizionati dall’esercito israeliano. Ce ne sono altri che non hanno alternative se non quelle di aggirare il Muro alto quasi nove metri che Israele ha costruito, e che ha ormai definitivamente bloccato le strade di accesso e ridisegnato la geografia cisgiordana. Addirittura, ci sono bambini scortati per chilometri dall’esercito israeliano per andare dalle grotte in cui vivono a Umm Tuba, sulle colline a sud di Hebron, alla scuola nel vicino villaggio di Tuwani. I soldati di Tsahal devono proteggerli dalle aggressioni ripetute a cui sono stati sottoposti da parte dei coloni degli insediamenti vicini di Ma’on e Havat Ma’on. E a Hebron, i bambini sono costretti ogni giorno a passare sotto i metal detector per andare a lezione, in una scuola che dista poche centinaia di metri da casa, ma per raggiungere la quale bisogna passare vicino alla Tomba dei Patriarchi e alle colonie israeliane dentro la principale città palestinese della Cisgiordania meridionale. Ci sono, infine,  altri studenti che, com’è il caso delle aree più a nord, da Nablus a Jenin, rischiano parecchio ad andare a scuola: è lì, infatti, che le incursioni dell’esercito israeliano si sono concentrate, per tutta la seconda intifada e anche dopo. È lì che c’è la più alta concentrazione di check point fissi e volanti. È lì che va di nuovo in onda l’intifada quotidiana delle pietre, e il confronto tra i ragazzi in divisa e gli altri con i libri sotto il braccio.

Quando va bene, dunque, si va a piedi per andare a scuola.  E allora, gambe in spalla. Ragazzi e bambini corrono alle scuole pubbliche, che tra Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est servono i due terzi della popolazione studentesca palestinese. Oltre un milione e centomila scolari, con un ingresso di 115mila nuove unità ogni anno. Gran parte del  rimanente terzo va alle scuole dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu che si occupa ininterrottamente di sfollati e rifugiati palestinesi da quasi sessant’anni. Ma siccome le scuole dell’Unrwa sono sovraffollate, le strade attorno  a Ramallah sono sempre piene, a ogni ora, in un via vai continuo di bambini e ragazzi che vanno e escono dalle scuole onusiane, costrette a offrire due, anche tre turni per coprire le esigenze. E per chiudere, c’è la quota relativamente ristretta (circa 25mila studenti) che va nelle scuole private. E le scuole private, in Palestina, significano essenzialmente le scuole cristiane.

Il vecchio mito della scuola pubblica

A brulicare di bambini che vanno a scuola non sono solo le strade palestinesi. Sono le strade di tutto il mondo arabo. Non solo e non tanto perché di bambini – a sud del Mediterraneo – ne nascono tanti. Molti di più di quanto venga raccomandato, ormai da decenni, dagli inascoltati strateghi della demografia che lavorano al Palazzo di Vetro dell’Onu. Che sia una regione molto giovane e in costante aumento, si sa. La crescita media  per l’intera regione araba si attesta – secondo i dati del 2005 forniti dall’agenzia dell’Onu per la popolazione l’Unfpa – sul 2.1%. La stessa, prepotente crescita dell’Africa, per intenderci. E sono in molti, anzi, a dire che proprio su questa abbondante presenza di bambini, adolescenti e ventenni poggi uno dei nodi dell’instabilità e della insoddisfazione dei sistemi sociali e politici dell’area.

I bambini che a frotte e con la solita gioia incontenibile riempiono viottoli di campagna, viali di città, arterie autostradali, spiagge e deserti indossano uniformi semplici, niente di che. Pantaloni e camicetta intonata per i maschietti, spesso con uno stemma appariscente sul petto. Salopette blu, o magari scozzese per le femmine. Versione araba dei grembiulini che segnarono la stagione fondante della scuola pubblica dell’Italia repubblicana. E come per i grembiulini nostrani, l’obiettivo è lo stesso: se non nascondere, almeno mitigare – per quanto possibile – le enormi distanze che separano pezzi interi di società, come quelle arabe, in cui la forbice tra i ceti è forse più aspra di prima. In cui i poveri sono molto poveri, e i ricchi amano mostrare il loro lusso.

Tutte uguali le uniformi, le divise che indicano la scuola di appartenenza. Alle famiglie, dunque, resta poco per dare ai propri figli quel tocco in più che li distingua. Resta il contorno. Quello attraverso il quale, però, si racconta il rapporto tra genitori e istruzione. I tempi sono cambiati, certo. Ma la scuola, da queste parti, è ancora un traguardo e una opportunità. E’ un esodo per attraversare ciò che naturalmente li divide dal mondo del sapere, una distanza fisica tra il locale, la tradizione, la comunità e l’universale, la scoperta, l’individuo. E’ la speranza che, attraverso l’istruzione, i figli possano avere un futuro, quale che sia. E possano raggiungere i fratelli maggiori che negli scorsi decenni hanno riempito le università di Francia, Gran Bretagna, Italia, Germania, Stati Uniti, Canada. Grazie ai sacrifici enormi  di mamme che ancora oggi sono il motore della famiglia araba.

Che di aspettative ce ne siano ancora tante, lo dicono i fiocchetti e le mollette che riempiono i capelli curati, sempre lunghi, delle bambine. Lo mostrano gli zaini di Pokemon, Spiderman o delle Braz – rigorosamente contraffatti, dunque a poco prezzo –, quelli sì frutto di una globalizzazione del taroccato che è arrivata sino alle banlieu di Algeri e Amman. Così, un esercito scomposto e colorato di zaini, fiocchetti e uniformi riempie le strade arabe. In un mondo dove a scuola si va quasi sempre da soli, anche da piccoli. E a piedi. Succedeva da noi, appena l’altro ieri, che fratelli più grandi (ma di poco) si occupassero di quelli che erano arrivati dopo, li prendessero per mano, li redarguissero, li accompagnassero con lo sguardo carico di responsabilità più grandi del loro numero di scarpe.

Sono le stesse scarpe, gli stessi sandali che passano  accanto agli orti egiziani del Fayyum, o nelle infinite steppe siriane del nordest. Nei deserti giordani delle tribù beduine non più nomadi, oppure sulle strade di montagna marocchine. Lungo le arterie inquinate del Cairo o negli enormi campi profughi di Gaza. Perché andare a scuola, in tutto il mondo arabo e non solo nelle zone di conflitto, è ancora una fatica. Significa, spesso, farsi chilometri a piedi. Quelli che separano la baracca dove si vive dal più vicino edificio scolastico pubblico, nel villaggio più importante. O che indicano la distanza tra il quartiere sorto in tutta fretta nelle sterminate periferie delle metropoli, e l’ultimo avamposto che il locale ministero dell’educazione è riuscito a tirar su, con mezzi finanziari a disposizione che rischiano di coprire solo i bassi salari degli insegnanti e poco altro. Pochi, all’uscita di scuola, i pulmini noleggiati a spese dei genitori per coprire il tragitto all’andata e al ritorno. Pochi anche i genitori in attesa. Così, studiare significa anche consumarsi le scarpe.

È il prezzo che si paga a quella scolarità di massa che è stata una delle grandi conquiste della decolonizzazione tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Scuola per tutti, e non solo per i pochi che prima potevano permetterselo, o per i più fortunati – tra i poveri – che riuscivano a entrare nelle scuole delle suore. E’ stato questo uno degli slogan della rivoluzione nasseriana. Uno dei pilastri dell’arabizzazione algerina dopo l’indipendenza a caro prezzo dai francesi. Uno dei primi atti della nazionalizzazione siriana di Hafez el Assad. E anche se i risultati non sono poi stati quelli promessi qualche decennio fa, la scolarità di massa è una realtà.

Una realtà, certo, dalle contraddizioni stridenti, in un posto dove molti sono i colori della vita che cozzano l’uno contro l’altro, in un continuo rinvio tra modernità e tradizione. Eppure, nonostante tutto, la scuola pubblica sorta con i movimenti nazionalisti viaggia verso il mezzo secolo di vita. E gli anni si vedono tutti, nel bene e nel male. Il bene è presto detto: sta nella serietà con cui viene presa la scuola dalle famiglie che ci mandano i propri figli. Quelle famiglie che non si trovano per fortuna nel girone infernale del lavoro infantile, non solo appannaggio di India o Bangladesh, ma che a pelle di leopardo nella regione ingaggia truppe di bambini piccolissimi nelle fabbrichette dei vasai o dei produttori di tappeti, nei campi o dagli artigiani. A scuola ci possono e ci devono andare tutti, diceva il contratto sociale stilato tra i nuovi cittadini arabi e i regimi post-indipendenza che aveva tra le sue bandiere quella della lotta all’analfabetismo. L’istruzione deve essere dunque foraggiata da soldi pubblici, dicevano i leader del panarabismo e lo confermano, nelle statistiche regionali, sia i dati sugli investimenti che sono stati diretti verso l’educazione, sia anche i numeri sull’alfabetizzazione, con una media che nei paesi della Lega Araba va sopra il 90% di bambini e ragazzi in età scolare che stanno in classe.

Questi, però, sono i numeri. La realtà è, invece, molto più complicata. Intanto, quel contratto sociale che era alla base del rapporto tra cittadino e governanti, nel mondo arabo, non è più in vigore. Nei fatti. Sul piano politico. E anche nelle scuole. La povertà, o meglio, le fratture sociali non si sono ridotte, e quell’oltre 90% di minori che vanno a studiare potrebbe calare repentinamente, nei prossimi anni, perché l’abbandono scolastico è ormai un fenomeno palpabile. Legato a doppio filo al disagio sociale. Così, il male della scuola pubblica araba sta in questa crisi della pagnotta e dell’identità. A cui si lega, di conseguenza, il progressivo ridimensionamento del suo ruolo come fucina di generazioni di giovani preparati e pronti ad affrontare una realtà più dura. L’istruzione a carico dello stato, insomma, non prepara più così bene. I difetti dell’educazione tradizionale ci sono tutti, hanno detto anche gli esperti (arabi) chiamati dall’Onu a disegnare lo stato attuale della conoscenza nella regione. Secondo i ricercatori che nel 2003 hanno pubblicato il secondo volume del fondamentale Arab Human Development Report dell’Undp dedicato – appunto – alla conoscenza, molti programmi educativi arabi incoraggerebbero “sottomissione, obbedienza, subordinazione, condiscendenza piuttosto che libertà di pensiero critico”. Non solo. A essere sotto accusa è la politica educativa dei regimi arabi, che negli ultimi vent’anni hanno gradualmente diminuito le spese dedicate all’istruzione, e hanno anche perso di vista sia gli obiettivi sia le linee precise da seguire per fornire alla popolazione un progetto educativo coerente. Dei deficit di programma fanno parte anche i bassi salari degli insegnanti e le classi sovraffollate. E di una politica educativa che naviga a vista, fanno parte altri peccati originali dei regimi che guidano i paesi arabi in questo inizio di millennio. Di cui ci si accorge appena si allarga lo sguardo, si esce dalla scuola e si osserva la strada araba.

Il primo peccato, tra tutti. Un ambiente carente di libertà, in cui non solo è difficile la ricerca scientifica, ma anche la stessa produzione artistica. E poi, di conseguenza, le censure nazionali, e quelle meno legalistiche ma altrettanto pesanti rappresentate dalle istituzioni religiose. E ancora, la censura che genera autocensura,  allargando il gap tra arabi e resto del mondo e peggiorando un quadro già di per sé catastrofico, rappresentato soprattutto dalla produzione e dalla lettura di libri in arabo. Pochi i libri pubblicati, appena l’un per cento di quelli che escono in tutto il mondo, pur costituendo gli arabi dal punto di vista demografico il 5% della popolazione del pianeta.  Pochissimi, poi, i libri stranieri tradotti in arabo.

Ma torniamo alla scuola pubblica e ai suoi punti dolenti. L’altra, importante sezione della trama che mostra la corda è quella che riguarda gli insegnanti. Una classe di intellettuali che nei primi anni delle indipendenze nazionali era stata uno dei perni della rinascita araba, e che con l’andar del tempo ha assistito senza poter fare nulla allo svilimento della propria funzione. Erano professionisti che, prima, potevano fregiarsi di autorità e di autorevolezza. Perché sino a qualche decennio fa fare il maestro o il professore in una scuola superiore significava essere un buon partito, un uomo dall’avvenire solido a cui far sposare con soddisfazione e un sospiro di sollievo la propria figlia. Essere un docente voleva dire far parte a tutti gli effetti dell’intellighentsjia araba. E quella stessa parola – ustaz – era intrisa di un senso di riverenza che ora rimane nei convenevoli del dialogo quotidiano come il retaggio, l’immagine scolorita di un pezzo di mondo che sta scomparendo. Fatta eccezione, certo, per quel piccolo avamposto rappresentato dai maestri di campagna e nelle zone più disagiate o più conflittuali del mondo arabo, dove ancora la figura del docente mantiene tutto il senso di sé e, talvolta, rappresenta un patrimonio identitario che tutti hanno interesse a conservare.

Essere un ustaz, essere un professore, e magari di scuola pubblica, significa oggi – però -ricevere uno stipendio da fame o quasi, un salario molto più basso di quello dell’autista a cui al  Cairo la media-alta borghesia egiziana (e non solo gli stranieri) affida la propria macchina e gli spostamenti della famiglia. Significa, oggi, ricevere uno stipendio mensile che obbliga al doppio lavoro per far campare moglie e figli. Significa entrare in quel mercato delle lezioni private con cui il ceto degli insegnanti si mantiene, e che strangola a ogni fine d’anno scolastico le famiglie, costringendole a un drenaggio finanziario indispensabile perché i propri figli passino la gogna delle valutazioni finali.

Se la scuola pubblica non è più quella degli inizi, degli anni eroici delle diverse indipendenze nazionali, la risposta – per ora, almeno – dà risultati simili a quelli precedenti al nazionalismo arabo del secondo dopoguerra. Si ritorna all’istruzione per censo. Chi vuole studiare meglio, e chi soprattutto vuole che il proprio titolo abbia valore sostanziale fuori dai confini nazionali e regionali, deve affidarsi alle nuove scuole private internazionali. Scuole per ricchi, però. Scuole che si accaparrano il bambino sin dall’asilo e lo “riconsegnano” alla famiglia alla fine delle superiori con tanto di titolo di studio spendibile negli States o in Europa. Magari non saprà scrivere perfettamente l’arabo, che in queste scuole viene spesso relegato al ruolo di lingua seconda a vantaggio della lingua franca  che viene scelta a seconda del passato coloniale. Inglese quasi dappertutto, con una doppia presenza in Libano di scuole private anglofone (la più importante, l’American Community School di Beirut, costa fino a 9mila dollari di retta all’anno) e di quelle tradizionali francofone. Mentre ancora imperante resta il francese ad Algeri, dove la questione delle scuole private continua a essere al centro di un dibattito culturale che investe anche le spinte autonomistiche della Kabilia berbera.

Di chiunque si tratti, se dei figli di ministri e burocratici algerini, piuttosto che dei rampolli delle monarchie del Golfo, i giovani delle perduranti èlite arabe avranno il curriculum giusto per andare all’American University del Cairo o di Beirut, affrontare i college britannici, frequentare i campus della Ivy League statunitense. E prepararsi al lavoro che compete al proprio status: quello di rampolli delle èlite arabe. Di figli degli effendi, dei signori. Chi va in una di queste scuole da super-ricchi, insomma, ci va per continuare a far parte della classe dirigente del paese.

Con un dubbio, però. Che una classe dirigente formata in questo modo rischia di essere talmente distante da quello che cova sotto la cenere dentro le nuove culture arabe da non poter più comprendere e governare i cambiamenti. Il tipo di educazione proposto da queste scuole per ricchi (e soprattutto da quelle americane) è per statuto improntato a un progetto educativo americano da portare dentro le società arabe. Lo dicono a chiare lettere, per esempio, i dirigenti del college di Deerfield, in Massachussetts, che annovera tra i suoi vecchi studenti anche teste coronate, come re Abdallah II di Giordania. Saranno loro, quelli di Deerfield, a occuparsi della King’s Academy che aprirà alla fine del 2007 a Madaba, in Giordania. E l’idea espressa dal presidente del consiglio accademico nonché professore alla Columbia Business School, Safwan Masri, è chiara. “Vogliamo portare il meglio dell’educazione americana – ha detto Masri al New York Times  – e creare una scuola come nessun’altra nella regione, concentrata nel preparare leader, uomini e donne, nel settore pubblico e privato”.

Intanto, è per dare questo tipo di educazione che la media-alta borghesia araba, in qualsiasi punto della regione si trovi, si sottopone a un salasso finanziario pari – in termini italiani – solo a quello che molti dei nostri genitori affrontarono nel periodo del boom per comprarci la casa a suon di mutui ventennali. Per gli arabi, lo studio equivale a una casa. E mandare un figlio nelle scuole internazionali, nel mondo arabo, significa investire sul futuro dei propri eredi migliaia e migliaia di dollari all’anno per ogni singola retta. In una regione, peraltro, dove di figli da mandare a scuola ce ne sono di regola tre o quattro a famiglia.

Per tutti gli altri, per quelli che non si possono permettere le scuole dell’èlite, ci sono due possibilità. Continuare ad andare alla scuola pubblica, ormai squalificata, ma ancora pronta a coprire i grandi numeri degli scolari a prezzi che dire popolari è usare un eufemismo. In Giordania, mandare un figlio alla scuola pubblica costa dieci dinari l’anno di tassa d’iscrizione. L’equivalente di dieci euro. Alla fine, ci si guadagna comunque un diploma per entrare negli atenei pubblici che ormai riempiono le capitali arabe. Lì, ancora, vale la vecchia regola che chi vale avrà almeno la possibilità di darsi da fare tra seminari e tutor,  e poi lottare per costruirsi la propria strada. Oppure… Oppure, tra la scuola pubblica e la scuola privata per censo, si può scegliere la via di mezzo, e affidarsi a una vecchia pedagogia ancora esistente, e che aveva forgiato sia le èlite arabe, sia quella fascia di piccola e media borghesia che stava emergendo nel Novecento: le scuole cristiane. Dalla Don Bosco del quartiere cairota di Shubra, ai Frères di Gerusalemme, dai gesuiti di Beirut ai francescani del collegio Terrasancta di Amman. Scuole dove ci si prepara a essere dei tecnici, oppure – come succede dai salesiani – dove si impara un mestiere e una lingua straniera. E si ottiene qualche chance in più di trovare un lavoro.

Libri di testo on-line

Ustaz Jibril fa parte a pieno titolo di quell’esercito di insegnanti arabi pagati poco. I professori palestinesi guadagnano di media 1500 shekel, l’equivalente di meno di 300 euro al mese. Con i quali bisogna mantenere la famiglia e pagare acqua, luce, gas, carburante, spese di trasporto: tutte voci che costano, a un palestinese, praticamente quanto costano a un israeliano. Con la differenza che un insegnante di scuola superiore israeliano può arrivare a guadagnare al massimo tra gli otto e i novemila shekel, meno di duemila euro, dopo vent’anni di lavoro e magari rivestendo cariche amministrative. Normalmente, invece, guadagna – al minimo – poco meno di 1200 euro. Non un granché, rispetto al tenore di vita israeliano. Sempre molto, però, rispetto a un maestro palestinese che deve arrangiarsi, e cercarsi un doppio, anche un triplo lavoro.

Il giovane maestro Jibril ha preso da poco una laurea a Bir Zeit, l’università di Ramallah considerata una delle migliori della Palestina. Segue un master all’ateneo arabo di Gerusalemme, l’Al Quds, che dopo la costruzione del Muro andrà a  finire dall’altra parte della barriera di cemento che divide gli abitanti arabi di Gerusalemme e che per il governo di Tel Aviv protegge la popolazione israeliana dal terrorismo palestinese. Così, per arrivare dalla scuola superiore femminile di  A-Tira sino a Gerusalemme, ustaz Jibril non può prendere la via più breve. L’autostrada 443, che in appena venti minuti lo porterebbe a destinazione e che corre proprio sotto al suo naso. Deve superare l’autostrada attraverso il piccolo ponte che congiunge A-Tira al resto della campagna attorno a Ramallah, e sottoporsi a un periplo che dura almeno l’ora necessaria per andare dal paesino sino al capoluogo della Cisgiordania centrale. A Ramallah, poi, c’è da passare il checkpoint che separa da Gerusalemme: Qalandya, un terminal a ridosso del Muro costruito in mezzo a due città che tra di loro distano neanche una quindicina di chilometri.  Superato tutto questo, ustaz Jibril può finalmente arrivare all’università. Se tutto va bene, se non c’è fila, se non ci sono le chiusure totali imposte dagli israeliani, il viaggio dura almeno due ore all’andata. Altrettanto al ritorno. In altri tempi, a dir tanto, ci sarebbe voluta una mezz’oretta. Una trafila quotidiana che il maestro di A-Tira fa in compagnia di molti palestinesi, costretti a ridisegnare i tempi della vita, ogni giorno.

Il tran tran del conflitto, però, non appare sul volto dell’ustaz, del maestro Jibril. A dispetto dei suoi 25 anni, sembra uno che sa il fatto suo. Le sue ragazze della decima classe lo trattano con rispetto. Ma senza quel timore che, nella tradizione araba, ha sempre accompagnato il rapporto tra insegnante e discente, ed è ancora troppo diffuso. Neanche in Palestina è più come una volta. Il maestro è ancora una figura importante tra la gente, ma non gli si dà quell’autorità sociale e morale di qualche decennio fa. La lezione stile “ustaz Jibril” è nel più perfetto stile europeo. Alcune frasi in arabo scritte sulla lavagna che copre in lunghezza tutta la parete, un gessetto celeste e uno rosa fucsia per sottolineare l’argomento della lezione: l’iterazione in arabo. Come dice l’esempio “Allah u akbar, Allah u akbar”. Di esempi, però, ce ne sono cinque, di tipo completamente diverso, dai versetti del Corano a quelli di Sami al Qassem, poeta contemporaneo palestinese, di cui viene citato il verso di un poema sulla prima intifada del 1987.

Le ragazze di ustaz Jibril chiedono continuamente di rispondere alle sollecitazioni dell’insegnante. Il maestro Salama ne sceglie una alla volta, interloquisce con lei, a ritmo serrato. Poi va oltre, passa all’esempio successivo, sempre seguendo lo stesso schema. Le sue studentesse sono preparate. E fin troppo serie, nel loro semplice camice a righe bianche e verdi che arriva sino al ginocchio e fa da uniforme scolastica. Camice sostituito, da alcune di loro, da un rigoroso soprabito blu che arriva sino ai piedi, accompagnato da un velo bianco –  un candido hijab, che le più vezzose hanno scelto ricamato – attorno al viso pulito di una quindicenne. Sui banchi della loro aula assolata, attorniata dal verde della campagna e dai profumi d’aprile, c’è il volume numero 10 di lingua araba.

Volume numero 10. Decima classe del nuovo corso scolastico palestinese. Il primo fatto in proprio, pensato, elaborato realizzato in appena cinque anni dall’Autorità Nazionale, dal 1995 al 2000. Anno in cui è cominciata la seconda intifada e – contemporaneamente – i nuovi curriculum, i nuovi programmi sono entrati nelle aule di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est. Strana, la storia. L’unico stato non esistente, non formalizzato, un paese dai confini labili e sotto occupazione, uno “stato non stato” è anche l’unico, nel mondo arabo, ad aver inventato dal nulla, di sana pianta, i propri programmi scolastici. Come se dovessero essere uno dei perni di un futuro stato palestinese. L’impianto, dice Omar Abu Humos, il vice del Centro per i Programmi scolastici dell’Anp a Ramallah, poggia certo sulla tradizione contemporanea, che in Palestina è stata solo anglosassone. Per mitigarla, però, gli esperti del Centro hanno chiesto aiuto un po’ qua e un po’ là. Per esempio al Marocco, in virtù dell’influenza francese che ha segnato le scuole maghrebine. Un pizzico di Francia, insomma, poteva essere utile a smussare gli angoli della tradizione britannica.

Per il resto, i palestinesi hanno fatto tutto da soli, dice Abu Humos. Gli europei, che dal 1992 sono stati i più importanti finanziatori dell’Anp, hanno staccato solo gli assegni per la logistica: affitto dei locali, fotocopiatrici, attrezzature. Ma non sono intervenuti sui contenuti dei programmi. Un’astensione che ha avuto una doppia valenza: dare autonomia ai palestinesi e, nello stesso tempo, deresponsabilizzarsi dai contenuti. Soprattutto quando è cominciata la polemica sui programmi scolastici palestinesi che – sosteneva un think tank della destra israeliana, poi smentito da diversi rapporti stilati dall’Unione Europea – avrebbero incitato all’odio. Una vera e propria bolla di sapone, sostengono i palestinesi, che però ha impegnato per molto tempo tutti quanti: israeliani, Anp, europei.

I nuovi manuali palestinesi, caso più unico che raro, sono tutti su internet. Li si può tranquillamente consultare, stampare, riprodurre dal computer di casa. Dalla prima elementare all’ultimo anno delle superiori. Che si tratti di matematica, arabo, religione, storia, geografia, scienze. A guardarli, non sembrano molto pericolosi. Né dal punto di vista del conflitto, né quando si osservano con occhi particolari. Come quelli di una donna. I disegni riproducono, anzi, un modello di vita sociale che prova a essere politicamente corretto. Ci sono molte donne a capo scoperto, qualcuna velata, moltissime che lavorano e altre che rispecchiano il modello semplice di una famiglia unita. Bambini e bambine sono chiamati a compiere gli stessi doveri, dal pulire la casa ad aiutare i vecchi, dall’evitare di gettare cartacce per terra a lavarsi per bene i denti. Di odio, a dire il vero, non se ne vede. E a partecipare alla definizione dei programmi non sono stati solo i laici di Fatah, professori, professionisti, insegnanti, tecnici. Ci sono stati anche alti dirigenti di Hamas, in un tempo nel quale il movimento integralista non riconosceva neanche l’Autorità nazionale palestinese. Per il programma di geografia, per esempio, era calato a Ramallah anche uno dei docenti dell’università di Hebron, Aziz Dweik, che nel febbraio 2006 è diventato lo speaker del parlamento palestinese, come deputato di Hamas. Con lui, dice Abu Humos, non c’è mai stato nessun problema. Anzi. “Ho partecipato, per l’esattezza, alla stesura di ben sette volumi dei nuovi programmi scolastici”, precisa lo speaker del parlamento. “Ora c’è bisogno di pensare agli aggiornamenti – prosegue -, soprattutto per quanto riguarda le materie scientifiche”. Nessun accenno, insomma, a problemi di teologia o di islamizzazione dell’educazione: il geografo Dweik è più interessato a dare ai ragazzi gli strumenti adatti per interpretare il presente. Nonostante le differenze politiche, dunque, la costruzione dei programmi scolastici ha rappresentato sinora un’oasi, un posto particolare, una sorta di laboratorio in cui costruire una nuova identità palestinese. E in cui tutti i frammenti della società e della cultura di un posto così piccolo sono stati rappresentati.

“Quel lavoro lo abbiamo fatto gratis. Nessuno ci ha pagato lo straordinario”, dice con orgoglio Suleiman Rabadi. È il preside del College de la Salle. Quella scuola che tutti chiamano, a  Gerusalemme, i Frères.  Tradotto: la più importante scuola privata della parte araba della città, l’istituto da dove escono – da 130 anni – le èlite palestinesi. Musulmane e cristiane. Prima di arrivare a dirigere i Frères, il professor Rabadi insegnava all’università di Bir Zeit, e tra i suoi allievi c’era anche ustaz Jibril. Perché la Palestina è veramente un posto piccolo, e le èlite sono una piccola comunità. Come altri tra i suoi colleghi, anche Suleiman Rabadi è stato chiamato a dire la sua sui programmi scolastici. Per amor di precisione, si è occupato di “questioni contemporanee” per l’undicesima classe, la penultima delle superiori.  Di quella esperienza, della costruzione dal nulla di una educazione palestinese, Suleiman Rabadi parla con orgoglio pacato. Come fanno, del resto, tutti i protagonisti. “Orgogliosi, certo, lo siamo stati e lo siamo ancora oggi”, spiega Rabadi. “La sensazione – prosegue – è stata quella di poter finalmente controllare il nostro destino”.

Dalla teoria alla pratica, con i nuovi programmi scolastici Suleiman Rabadi ci si è scontrato quando – nel 2005 – è di nuovo passato attraverso il portoncino d’ingresso dei Frères, appena oltre la Porta Nuova che immette nel quartiere cristiano della Città Vecchia di Gerusalemme. Ai Frères, Rabadi è tornato da mudir, da preside, il  primo preside laico nella storia del College de La Salle, da sempre retto da direttori in tonaca. Trent’anni fa, mudir Suleiman era uscito da quel portoncino con un diploma in tasca, un pezzo di carta importante, uno di quelli che consentiva (e consente ancora oggi) di farsi una posizione in Palestina e non solo.

A scuola (laica) dalle suore

I Frères adottano i nuovi programmi dell’Anp. E conservano, nella loro autonomia di scuola privata, la consolidata tradizione che i “fratelli” della Salle hanno lasciato come segno importante nella crescita culturale dei palestinesi. Dai Frères, così come nelle altre scuole cristiane della Palestina, così come nelle scuole pubbliche dell’Anp, l’ora di religione è  l’ora delle religioni. La consuetudine è la stessa. I ragazzi si separano solo quando suona la campanella dell’ora di religione. E allora i musulmani se ne vanno a lezione di Corano. E i cristiani, in tutte le numerose accezioni in cui la fede in Cristo si declina nelle chiese orientali, vanno a sentirsi l’ora di Vangelo. Seguendo, peraltro, il manuale ecumenico  redatto grazie all’accordo – raggiunto a Ramallah, proprio al Centro per i programmi scolastici – dai rappresentanti di dodici chiese cristiane presenti sul territorio. Compresi cattolici, ortodossi, armeni, copti e via elencando. Hamas, peraltro, non sembra avere alcuna intenzione di turbare questo equilibrio. “Non vogliamo attriti, con i cristiani, sul terreno dell’educazione. Glielo abbiamo detto nelle riunioni che abbiamo fatto già subito dopo le elezioni politiche del 25 gennaio 2006 in cui abbiamo ottenuto la maggioranza”, dice Samira Halaika, una delle deputate di Hamas elette a Hebron che si occupa delle questioni dell’educazione anche dentro la commissione parlamentare dedicata alle scuole.

Finita l’ora dedicata a croce e mezzaluna, dai Frères si ritorna tutti inseime, gomito a gomito. Mescolati. Stesso banco condiviso. Stessi giochi. Solo, a farci caso, la fede fa bella mostra di sé soprattutto tra i ragazzi cristiani, magari attraverso un grande croce al collo che sarebbe veramente difficile non notare. I ragazzi musulmani di città, invece, non esibiscono nulla. Neanche, se non raramente, una barbetta accennata o un copricapo talmente simile a una papalina o una una kippà da poter, anzi, trarre in inganno. I ragazzi musulmani di Gerusalemme, invece, mettono il gel in testa e usano magliettine attillate alla moda. Fanno parte della borghesia laica della Gerusalemme palestinese. Quella che si può permettere di mandare i figli al College de la Salle e pagare una retta da mille euro all’anno. Poca cosa, certo, rispetto ai costi delle nostre scuole private o anche alle migliaia di dollari da spendere per mandare i bambini del Medio Oriente alle scuole internazionali, americane e britanniche quelle in testa alla lista delle più care a Gerusalemme così come a Beirut, Cairo, Amman. Quei mille euro della retta dei Frères, però, possono essere alti, troppo alti per molte famiglie arabe gerosolimitane, che si sottopongono comunque a sforzi finanziari notevoli per poter offrire a due, tre, anche quattro figli l’opportunità di ricevere un curriculum serio, gestito da quella che tutti – in Medio Oriente – ritengono una pedagogia e una istruzione di eccellenza. La pedagogia delle scuole cristiane.

Nonostante le penalizzazioni venute dopo le indipendenze nazionali (soprattutto nel Maghreb), nonostante alcuni ritorni di fiamma dell’arabizzazione (come quelli dell’inverno 2006 nell’Algeria di Abdelaziz Bouteflika), le scuole cristiane sono riuscite non solo a sopravvivere. Quelle che non hanno resistito, sono le scuole cristiane che avevano un legame stretto, se non organico, con la potenza coloniale di turno. La britannica in Egitto, la francese in Algeria, tanto per citare i casi più eclatanti in cui il ridimensionamento o la scomparsa di alcuni istituti è stata la conseguenza di un anelito all’indipendenza che ha colpito persino i luoghi in cui si erano formati gli stessi leader nazionalisti e anticoloniali.

Le scuole che, invece, ce l’hanno fatta a passare il tunnel oscuro della nazionalizzazione, rappresentano spesso, ancora oggi, luoghi di eccellenza per l’istruzione dei giovani arabi. Mentre in Italia l’intellighentsjia affronta con colpevole anacronismo i necessari cambiamenti della scuola pubblica multietnica, dall’altra parte del Mediterraneo ci sono stuoli di arabi – musulmani e cristiani – che sono ancora oggi educati e istruiti nelle scuole dei gesuiti, dei salesiani, dei comboniani, delle suore dell’Immacolata concezione di Ivrea, dei fratelli dei College de la Salle. Sono, spesso, gli arabi delle élite. Politiche, culturali, economiche. Sono i tecnici, i professionisti, oppure sono quei cervelli che se ne sono andati all’estero per trovare un posto di lavoro degno.

“Le settecento ragazze che, negli anni Sessanta, frequentavano la nostra scuola di Damasco venivano, a dire il vero, dalla piccola e media borghesia siriana”, racconta suor Giuliana, classe 1928. Dall’Ungheria, allora comunista , suor Giuliana se n’era andata dopo  il 1948 a Torino, a fare magistero. Poi aveva cominciato la sua avventura in Medio Oriente. Mezzo secolo della sua vita lo ha passato tra Siria, Egitto, Gerusalemme. E a Damasco, quando era ancora una suora giovane e combattiva, arrivata dalla città natale del cardinal Jozsef Mindszenty, simbolo dell’anticomunismo in terra ungherese, c’è stata ben tredici anni. Sino a che, nel 1967, Hafez el Assad non decise di nazionalizzare tutte le scuole private. Anche la scuola delle salesiane, che venne requisita e trasformata in un istituto scolastico pubblico, con 1500 studenti suddivisi in due turni. Stessa sorte seguirono tutte le scuole religiose, con la conseguente dispersione di migliaia di studenti. Se dalle salesiane c’erano settecento ragazze, nelle sette scuole di Terrasanta in Siria – quelle sotto la giurisdizione della Custodia francescana – di studenti ce n’erano ben 3500. Tutti – anche loro – convogliati sulle scuole pubbliche.

Fino al 1967, la scuola femminile delle salesiane era stata considerata un gioiello. Dall’asilo alla terza media, bambine e ragazze imparavano arabo, francese, anche sartoria. E poi, quasi sempre, proseguivano gli studi nei licei privati di Damasco. “Da noi venivano cristiane e musulmane, in un rapporto di sette a tre. Ma per avere le allieve cristiane dovevamo faticare e andarcele a cercare. Mentre erano i genitori musulmani a spingere per mandarci le loro figlie”, racconta suor Giuliana, spirito appassionato alla soglia degli ottant’anni. “E noi, peraltro, non insegnavamo mica religione musulmana. L’abbiamo inserita solo quando i governi, come quello egiziano, ce lo hanno chiesto. Prima, le musulmane arrivavano a scuola dieci minuti dopo le altre, che invece andavano in chiesa per dire una preghiera”.

C’era anche un altro modo, in uso in diverse parti del mondo arabo, per legare studenti divisi dalla fede. Bastava inventare una preghiera comune, neutra, che le suore facevano recitare a tutti i bambini, croce e mezzaluna a parte. Era la preghiera del bambino, che chiedeva “Signore, benedici papà e mamma”, oppure “Signore, porta la pace”. Richieste che non urtano nessuna sensibilità. Semmai, trovano terreni comuni, dove a pregare insieme possono essere tutti. E il tentativo, lungi dall’essere naive, ha spesso trasformato molte scuole religiose cristiane (certo, non tutte) in Medio Oriente in una sorta di terreno neutro. Per paradosso, in una sorta di scuola laica. Dove i musulmani – anche se sono di quelli conservatori o addirittura islamisti –decidono di portare i propri figli  perché le suore insegnano cose buone e  un comportamento corretto. Abitudini, queste, che dal mondo arabo sono state travasate anche nelle nostre comunità di immigrati musulmani, pronti a mandare i propri figli con più piacere dalle suore. Perché le suore le conoscono, le hanno viste nelle proprie città, hanno fatto parte del proprio paesaggio. E, particolare non da disdegnare, portano anche loro il velo.

Nel mondo arabo, prima del periodo nazionalista, si andava infatti dalle suore perché insegnavano la buona educazione, il rispetto dei genitori e proponevano un buon metodo di studio. Motivo per il quale, quando sono arrivate le rivoluzioni nazionaliste, sono stati soprattutto i musulmani a tentare di difendere le scuole private religiose nei paesi in cui gli istituti erano a rischio nazionalizzazione. La difesa è stata infruttuosa, ma il segnale mandato allora è stato chiaro: le suore (e i preti) si erano guadagnati il rispetto dei loro clienti. E la tradizione ha travalicato i periodi duri in cui la scuola pubblica araba si sviluppò a danno di quella privata. Perché, ancora oggi, i musulmani continuano a dare la stessa spiegazione, quando qualcuno chiede loro come mai mandino i loro figli negli istituti religiosi cristiani, piuttosto che nelle scuole pubbliche.

E a darla, non sono solo musulmani laici, di quelli che – insomma – vanno poco in moschea il venerdì, non disdegnano un bicchierino di superalcolici e raramente (se non mai) si mettono a recitare le cinque preghiere della giornata. A tracciare un ritratto gratificante delle suore (francesi e italiane) sono donne che indossano il niqab, il velo completo della versione saudita, o il più moderno hijab. Comunque, donne osservanti. Che trovano nell’educazione cattolica valori condivisi, dal rispetto per il padre e la madre alla modestia nel vestire richiesta alle ragazze, sino a un universo di regole molto poco distante dal loro. Certo, non si fa proselitismo nelle scuole cristiane. Vietato dalla legge. Ma i musulmani, a questo, pensano poco. Pensano piuttosto che la scuola privata gestita dagli istituti religiosi cristiani sia sempre stata, nella tradizione araba, la vera scuola laica. Un paradosso, visto con gli occhi italiani dell’infinito dibattito sulla scuola pubblica laica e la scuola privata confessionale. Ma i nostri parametri, in Medio Oriente e nel Nord Africa, saltano. Il paradosso mediorientale vuole, ad esempio, che gli asili cristiani siano la versione più laica della scolarità infantile. Un modo per dare ai bambini una buona educazione senza portarli nelle piccole scuole private dove la presenza di una sola religione è sovrabbondante.

 Sin dalla loro nascita, le scuole cristiane non hanno aspettato che i musulmani facessero il primo passo, che ci fosse reciprocità tra le fedi. A fare premio invece, per gli ordini religiosi che gestiscono le scuole cristiane dal Nord Africa a tutta la Terrasanta, è stata ed è tuttora l’accoglienza. Mescolata alla ricerca di valori e tratti comuni. A Gerusalemme, a Damasco, al Cairo, dove le scuole cristiane accolgono da sempre anche bambini e ragazzi musulmani, la compresenza di due religioni è pratica quotidiana. E il religiosamente corretto è un atteggiamento profondo e non un belletto, un modo di vivere e non una imposizione.

In esperienze che hanno, talvolta, ben oltre un secolo di vita, gli studenti sono studenti. La religione delle famiglie di provenienza è solo un elemento da aggiungere al ritratto del bambino che arriva a scuola. Ma non tocca il programma dell’anno. Che anche quando lambisce argomenti di una fede non esclude l’altra. La recita di Natale, negli asili cristiani di Gerusalemme o del Cairo, è ad esempio un evento che coinvolge tutti, bambini musulmani e cristiani, senza recriminazioni o critiche. Perché Gesù, nel Corano, è uno dei profeti. Su di lui è “pace nel giorno del natale, pace nel giorno del trapasso, pace nel giorno in cui sarò risorto”, dice la sura di Maryam, il diciannovesimo capitolo del Corano dedicato alla Madonna. Per questo Issa bin Maryam, Gesù figlio di Maria, è una figura sacra per i musulmani. E lo stesso sua madre, che ricevette un “soffio” e rimase incinta.

Nessuno, dunque, si meraviglia o si offende quando le feste cristiane diventano feste di tutti. Nessuna esclusione quando si tratta di preparare i lavoretti per la Pasqua, dalle uova ai coniglietti. Nessuna esclusione, per par condicio, quando a essere confezionate sono le lampade che simboleggiano il ramadan. I fanous, che nella tradizione popolare dovrebbero illuminare il cammino dei fedeli e che ora, in plastica e made in China, illuminano molto più prosaicamente le sere delle città arabe, appese a grappoli nei negozi per tutto il mese dedicato al digiuno. La par condicio del sacro vale per tutte le feste comandate indicate in rosso nel calendario delle scuole cristiane, inclusa la lunga teoria di quelle musulmane, ramadan, eid el fitr, eid el adha, compleanno di Maometto. Che sommate a Natale e Pasqua nelle versioni cattoliche, ortodosse, armene, compongono un elenco quasi infinito che, semmai, ha la controindicazione di diminuire il numero dei giorni di scuola a favore di quelli passati a casa.

Anche Giovanni Paolo II aveva capito che i gesti, questi gesti, per gli arabi musulmani, sono importanti. Decisivi, anzi. Per questo, nell’immaginario collettivo della regione, non è stata la visita del 2000 alla Spianata delle Moschee a Gerusalemme, terzo luogo santo dell’islam, a rimanere indelebile. Quanto la visita successiva a Damasco, alla moschea degli Omayyadi. Quarta nella lista dei luoghi sacri ai musulmani. Il gesto che i fedeli nell’islam non dimenticheranno mai è il bacio di Karol Woytjla al frontespizio del Corano, gesto di rispetto per il “libro” e per i fedeli musulmani che non toccò l’identità e la fede di Giovanni Paolo II. Alla stregua di quello che succede quando modeste, inossidabili e fedelissime suore cattoliche si mettono ogni ramadan, di buona lena, a tagliare pezzi di cartone colorato e a preparare fanous.