Come uno specchio in frantumi. L’eco dei bombardamenti spaventosi che da Gaza si sono estesi, secondo lo stesso colpevole modello, a Iran e Libano, arriva a Bruxelles e suggella una divisione irreversibile. La fine sostanziale del sogno di un’Europa che tendeva a una governance politica sovranazionale.
La conferma non arriva da separazioni formali a Bruxelles tra i paesi dal peso specifico più rilevante. Arriva, invece, come un divorzio de facto che si palesa nelle prese di posizione di ogni singolo paese, di ogni singola capitale europea: prese di posizione distanti e a volte simmetricamente opposte. Non ci sono neanche più assi di alleanze e geometrie variabili, espressione di una debole politica del compromesso che ha segnato negli ultimi decenni la politica interstatuale e la politica estera europea. Non c’è neanche un formale tentativo di nascondere posizioni nazionali diverse e comunque consolidate, riguardo allo scenario mediorientale. No, ora è conclamato il ritorno a una politica estera programmaticamente nazionale che può, semmai, approfittare dell’ombrello europeo solo per unire alcuni paesi su interessi specifici e per un periodo di tempo limitato. L’ombrello europeo, per esempio, potrebbe servire nel caso fosse necessario difendere militarmente le rotte marittime del petrolio e del gas, ma su questo – almeno – la UE sembra compatta. Non ha intenzione di sacrificare i suoi militaril…
L’Unione Europea è dunque la prima, imponente vittima politica nella guerra illegale scatenata da Israele e Stati Uniti sull’Iran. Per due ragioni. La prima: l’incendio scoppiato a Gaza e poi propagatosi, con la guerra all’Iran, al cuore nevralgico della produzione ed esportazione a livello globale di gas e petrolio, ha messo l’Europa in una trappola energetica la cui grandezza è ancora difficilmente misurabile, ancorché sia già possibile definirla spaventosa. La seconda: la questione aperta dell’Asia occidentale scopre la fragilità politica e le ipocrisie dell’Unione Europea in profonda crisi d’identità da almeno un quindicennio.
Dalla fine di febbraio, però, ciò che era evidente ma sopito è infine deflagrato. Come uno specchio che si rompe in mille frammenti. Non c’è la voce europea, né una posizione univoca a Bruxelles, come dimostrano le dichiarazioni differenti al proprio interno del vertice dell’Unione, dalla posizione tetragona di Ursula van der Leyen, via via fino ad Antonio Costa, il presidente del Consiglio. Sono tutte posizioni, però, che non trovano neanche diffusione e potenza per far nascere una discussione pubblica.
Poi ci sono gli stati, che fanno oscillare la politica estera europea come un pendolo. Ha cominciato il cancelliere tedesco Friedrich Merz, protagonista di una visita alla Casa Bianca che si è trasformata in una umiliante e improvvida dichiarazione di sostegno a Donald Trump, proprio nelle stesse ore in cui i pesanti bombardamenti mietevano vittime civili a Teheran, e Teheran rispondeva colpendo le sedi militari ospitate dai paesi del Golfo e i siti di produzione e stoccaggio dei combustibili. Merz era colui che diceva lo scorso anno che Israele stava facendo a Gaza “lo sporco lavoro per noi”, cioè per l’occidente. Ed è anche il leader europeo che, di fronte a una battuta di Donald Trump nello studio ovale sui rapporti tra i due paesi, ha alzato il pollice. Come per dire, “certo, siamo con voi”. Merz sostiene apertamente l’obiettivo di Israele e Stati Uniti, di rovesciare il regime, ed è questo sostegno che lo fa entrare nelle grazie di Donald Trump. Lo aveva fatto, peraltro, senza neanche attendere una univoca e concertata presa di posizione europea. Più scaltra è stata la presidente del consiglio italiana, Giorgia Meloni, che ha aspettato dieci giorni dalla dichiarazione di guerra israelo-statunitense per comunicare la posizione del governo al parlamento: è stato il tempo necessario per modificare in corsa le posizioni di una premier che si ritiene e si mostra come la migliore amica di Trump in Europa. L’illegalità di questa guerra di potenza scatenata da Tel Aviv e Washington è troppo patente, e i contraccolpi sono troppo pesanti e incalcolabili per non costringere persino Meloni a modificare le proprie tradizionali posizioni di sostegno a Trump, e provare a smarcarsi. Sente anche il peso del referendum sulla riforma costituzionale che, se passasse, indebolirebbe l’indipendenza della magistratura. Sul referendum i sondaggi sono chiari. Il fronte del No, cioè di chi si oppone alla riforma che considera il primo passo verso la democratura, è in rimonta, e nel caso vincesse sarebbe una sconfitta politica per la destra e l’estrema destra italiana.
Il tentativo di smarcarsi lo compie, guardacaso, l’altro sostenitore a spada tratta del “re” di Washington, cioè Berlino, dove Merz ha dovuto fare una retromarcia per le pressioni anche del suo alleato di governo, la Spd, che però condivide lo stesso indefesso e costante sostegno verso Israele che arma la repressione, in Germania, delle proteste contro il genocidio. Germania e Italia sono ancora una volta allineate su binari simili, come hanno fatto in tutti questi due anni e mezzo di sostegno politico a Netanyahu pieno, completo, senza tentennamenti.
Stavolta, però, la partita è perfino più grossa, nonostante il genocidio di Gaza sia laboratorio di tutto ciò che si sta scatenando sull’Iran e sul Libano. Le ricadute in termini di conclamata crisi energetica globale costringono anche i “migliori alleati” a una veloce quanto ambigua retromarcia.
Balbettano altrettanto, però, alcuni tra i paesi che si erano già parzialmente smarcati, come la Francia e il Regno Unito. Nonostante la Brexit, infatti, la politica di Londra verso lo scacchiere russo-ucraino e l’Asia occidentale è sempre più intrecciata con quella dell’ambiente europeo. I tentativi debolissimi di ammantare le paventate missioni di protezione delle rotte marittime dei combustibili come difensive, dalle parti dello Stretto di Hormuz, mostrano l’anacronistico gioco di parziale riconfigurazione della regione. Ed è un gioco intriso di colonialismo. Un esempio chiaro è nelle dichiarazioni di Emmanuel Macron che nasconde dietro la foglia di fico umanitaria, cioè l’invio di aiuti alla popolazione libanese, il tentativo di consolidare il ruolo di Parigi su Libano e Siria. Come se quell’area del Levante fosse già stata trasformata a favore dell’occidente, dopo il cambio repentino di regime a Damasco con l’ascesa al potere di Ahmed al Shara.
Da parte di tutti questi paesi, da Germania e Italia, sino a Francia e Regno Unito, non c’è una parola chiara e ferma sull’avventura pericolosissima intrapresa da Trump e Netanyahu. C’è un riposizionamento a metà, sostanzialmente incompiuto. Solo la Spagna, con il primo ministro Pedro Sanchez, si è assunta l’onere di dire che il re è nudo: che la guerra sull’Iran è illegale, che la Spagna non concederà l’uso delle basi militari agli Stati Uniti, e che è contro la distruzione dell’ordine nato dalla seconda guerra mondiale e incarnato nell’Onu. Ciò che sarebbe una presa di posizione dovuta, diventa con Sanchez una precisa mossa del cavallo. Ribalta la narrazione che non solo Israele e Stati Uniti, ma anche Germania e Italia hanno voluto imporre, condividendo nei fatti la politica di indebolimento delle organizzazioni internazionali. Sanchez, al contrario, prende decisioni che nessuno aveva mai voluto prendere: richiama il suo ambasciatore da Israele, e nel contempo va al cuore del potere di Washington, ma anche di Londra e Parigi, dentro l’Onu. Il potere di veto. Ne chiede l’abolizione, e così si pone alla guida di una congerie di paesi sempre più numerosa che vuole rompere il predominio statunitense e fermare una macchina da guerra in delirio di onnipotenza e di violenza.
È in questa scia che si pone la decisione presa da Paesi Bassi e Islanda, dopo quella di Irlanda, Belgio e Spagna, di affiancare il Sudafrica nella sua denuncia contro Israele per il suo operato a Gaza di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia. Il fronte contro il genocidio che Israele compie a Gaza, con la complicità di numerosi paesi occidentali, si allarga ed entra così nel cuore dell’Occidente. Gaza è ancora una volta la pietra d’inciampo per fermare Israele con l’unico strumento pacifico a disposizione, la giustizia internazionale. Sembra ed è uno strumento fragile, ma per nulla ininfluente. Al contrario: è talmente importante da costringere gli USA a imporre sanzioni contro i giudici della Corte penale internazionale, gli stessi che hanno emesso un mandato di cattura internazionale contro Netanyahu per crimini di guerra e contro l’umanità.
L’Unione europea va dunque in ordine sparso, e non era mai successo in modo così trasparente, nella storia condivisa dei paesi europei dopo la seconda guerra mondiale. Non è valso neanche, in questo caso, lo strumento sempre usato sullo scacchiere mediorientale. Quando la situazione si fa difficile, oltremodo difficile, l’Unione Europea ha sempre una scappatoia. Giocare sulla questione umanitaria. Lo ha fatto per decenni, nei confronti della Palestina, qualificandosi come il principale foraggiatore dell’assistenza umanitaria in Cisgiordania e a Gaza, sia come finanziatore dei programmi d’emergenza e di sviluppo delle agenzie dell’Onu, sia nei progetti in collaborazione con l’ANP. L’Unione Europea, in sintesi, non ha mai rifiutato il ruolo del buon samaritano: l’ufficiale pagatore che ha calmierato la sofferenza e l’insofferenza dei palestinesi. Significa fare politica? In parte. Negli ultimi vent’anni, a dire il vero, significa evitare di fare politica, e rifugiarsi in una visione miope, limitata e distorta dell’umanitario. L’umanitario, come ha dimostrato Gaza, non ha senso se non si qualifica come parte integrante di una politica nazionale, transnazionale e internazionale sulla Palestina.
Oggi, invece, la politica pesante, hardware è di nuovo lo strumento e la postura necessaria a evitare la deriva in corso, che sempre più si qualifica come il primo segno di una tecnoapocalisse, dal punto di vista dell’uso delle armi a disposizione. Lo dimostra Sanchez, leader europeo molto più che leader spagnolo. Dietro di lui, però, c’è la zavorra di paesi che esprimono una politica di vecchio stampo, coloniale, di potenza e senza regole condivise: Germania, Italia, Francia, tanto per citarne solo alcuni. E dunque, ma di quale Europa stiamo parlando?
Larticolo è pubblicato su Local Call, in ebraico.