Il cuore attorno al quale ci tormentiamo parla una lingua già attraversata, nel corso dell’età contemporanea. Come fare a scrivere nel tempo del genocidio, del genocidio di Gaza. E’ una domanda che scava dentro. Nel caso di chi, palestinese, guarda Gaza da fuori Gaza, dentro la Palestina e nella diaspora, perché spettatrice e, allo stesso tempo, vittima. Vittima storica e quotidiana, perché il genocidio va oltre Gaza: è lo sterminio tentato e ricercato della Palestina e dei palestinesi. Nel mio caso, la domanda è: come fare a scrivere, se sei spettatrice e, oltre e oltre a tutto, sei dalla parte dei colpevoli, responsabili, carnefici. E soprattutto, ci ricorda Adani a Shibli nella sua lectio 2026 della Cattedra Virginia Woolf all’Università per Stranieri di Siena, come ascoltare le voci che non ci sono più, cancellate dai carnefici? Come possiamo fare senza le parole dei 263 giornalisti e giornaliste uccise a Gaza da Israele, e assieme a loro senza i poeti, le poete, gli artisti, le artiste, le docenti, le insegnanti, le professoresse? Come fare ad ascoltare le loro voci nella Aradhi Muwat, la “terra morta” inserita nella legislazione fondiaria ottomana, terra considerata morta perché non si ode voce umana per quanto è ampia e non abitata né coltivata?
Quella terra è stata uccisa a Gaza, e ora ricoperta di macerie. Ma quella stessa terra palestinese, definita morta perché non si udiva la voce umana, è stata coperta di cemento in altre parti della Palestina, ricoperta di colonie israeliane. Cemento sopra la terra. Ennesimo ostacolo al diffondersi delle voci palestinesi e delle loro parole, per il furto di una terra acquisita da Israele, spesso, come proprietà dello stato.
C’è bisogno di un testimone prossimo, credo. Di qualcuno che riceva una storia, la storia. Che cerchi di trovarla tra le macerie. Non è un caso che Refaat Alareer avesse concluso la sua poesia più famosa, divenuta virale, con quel verso. “Che sia una storia”. Che qualcuno, qualcuna rimanga a testimoniarla, quella storia.
«Poiché i ricordi plasmano gran parte del nostro mondo – scriveva Refaat Alareer nell’introduzione a un libro pubblicato quasi 15 anni fa, l’antologia di testi spesso scritti dai suoi allievi -, raccontare i ricordi sotto forma di storie è un atto di resistenza contro un’occupazione che si adopera con ogni mezzo per cancellare e distruggere i legami tra la Palestina e i palestinesi. Le storie promuovono il ricordo e condannano l’oblio. Anche quando il personaggio sta morendo, il suo ultimo desiderio è che gli altri “raccontino la storia”, come diceva Amleto.”
Perché Refaat Alaarer insegnava letteratura inglese a livello universitario, aveva formato generazioni di studentesse e studenti.
Refaat Alareer, poeta ucciso da Israele il 6 dicembre 2023, due mesi dopo l’inizio del genocidio, ricorda Amleto che dice al suo amico Orazio, mentre sta per morire avvelenato, “sto morendo, ma tu continuerai a vivere. Racconta la mia storia e la mia causa, a chiunque”.
E il poeta palestinese di Gaza chiosa: “raccontare la storia diventa così, di per sé, un atto di vita.”
Succede anche a chi muore non perché viene ucciso, ma perché viene tolto dalla vista di coloro che rimangono liberi, succede cioè ai prigionieri rinchiusi dietro le mura di un carcere, un campo di concentramento, un campo di tortura, un campo di sterminio, com’è diventato Gaza. Sono vivi ma dentro un sepolcro. Lo scrive, con una nettezza che scava dentro, Rosa Luxemburg dalla prigione. E noi, fuori, non riusciamo ad ascoltare le voci nelle nostre “terre morte”. A loro, ai prigionieri, la parola viene vietata. Come ad Alaa Abd el Fattah, a cui – come a molti prigionieri politici – vietarono carta e penna nelle carceri egiziane. È l’inchiostro vietato a lui come anche a Gramsci, a Nawal Saadawi, a Wole Soyinka.
Cito però Alaa non per i testi composti in prigione in quelli che a buon diritto possiamo definire i suoi “quaderni dal carcere”. Quaderni dal carcere gramsciani, come rilevanza. Il più forte e struggente, tra questi testi, lo ha scritto con Ahmed Douma, poeta e amico fraterno, proprio lanciando la loro voce da un estremo all’altro del lungo corridoio di un braccio della prigione di Tora. I carcerieri li aveva messi nelle celle più distanti, uno a un capo, e l’altro nel posto più lontano, all’altro capo, proprio per impedire che potessero scambiarsi pensieri, ma loro superarono con le parole urlate – appunto – quella che era stata concepita come una “terra morta”. Terra senza parola.
Cito Alaa, invece, fuori dalla prigione, nella visita che aveva compiuto a Gaza nel 2012, in una pausa tra un periodo in carcere, una rivoluzione, e la lunga detenzione che sarebbe durata 10 anni. Nel 2012, Alaa aveva scritto un testo, appena tornato al Cairo, che era un vero e proprio mea culpa per aver banalizzato la Palestina. E in particolare proprio Gaza, la resistente. Gaza già lacerata dai bombardamenti israeliani.
“Cerchi di ricordare le parole di Mahmoud Darwish, e ignori i testi dei giovani rapper palestinesi? Cerchi macerie, detriti e distruzione, e ignori le persone che hai visto con i tuoi occhi recuperare le armature di ferro attorcigliate dalle bombe per costruire nuove case? Vuoi comprare zaʿtar, olio d’oliva e arance, e ignori di aver condiviso un caffè con chi lotta per coltivarli? Cerchi il combattente con la pistola e la kefiah, e ignori il pescatore, il contadino e lo studente che lottano ogni giorno per sopravvivere?”
Ecco, proprio Alaa il prigioniero della rivoluzione, l’intellettuale tra i più sorprendenti, inseriva nel suo testo un termine – sopravvivere – che è al centro della lecture di Adania Shibli. Al centro della nostra stessa sopravvivenza, come specie in un mondo interspecie. Come esseri umani nella terra, immersi nel nonumano. Ce lo insegnano i palestinesi, a esseri umani con il nonumano. E ho sentito da Adania, in questi anni, delle storie meravigliose sull’intreccio serrato tra umano e nonumano, popolo e terra.
Sopravvivere, dunque. Ancora una volta nei tempi tremendi della storia del mondo, solo i sopravvissuti possono scrivere il racconto dell’indicibile, della ferocia che non credevamo più concepibile. Come sempre è successo, sono le vittime del genocidio le uniche deputate a potercelo, dovercelo raccontare. E quante volte, inconsciamente, in molti ci siamo chiesti in questi anni: chi lo racconterà, tutto ciò che intuiamo a distanza, sullo schermo di un computer collegato con il mondo? Chi, tra i sopravvissuti, avrà la forza di farci entrare nei dettagli dell’indicibile? Quando potremo sapere delle ore, dei luoghi, del tempo che cambia e dei corpi che si consumano?
Eppure, Adania Shibli scioglie l’inadeguatezza imponendoci il dovere di rivolgerci all’immaginazione. Alla letteratura come unica salvezza che ci consente di comprendere l’indicibile, l’irraccontabile. Alla lingua che apre mille porte. Lo pensa “la ragazzina”, così viene chiamata la protagonista che di certo ha un nome, un nome che però non viene svelato da Adania Shibli in un suo testo di molti anni fa, un libro che ho amato moltissimo, “Sensi”, ripubblicato lo scorso anno da Nave di Teseo nella traduzione splendida di Monica Ruocco. ” è proprio nella sezione intitolata “Lingua”.
La ragazzina “legge una parola in arabo classico, poi la ripete nella musicalità dell’arabo parlato. Le parole dell’arabo classico sono per la maggior parte vicine a quelle del parlato. Comunque, in ogni rigo ci sono almeno tre o quattro parole incomprensibili, parole che incontra per la prima volta. A un certo punto le parole incomprensibili si moltiplicano fino a riempire tutta la pagina. Non può continuare a ignorarle. La ragazzina comincia lavorare di fantasia, affrettandosi ad accostare la cosa immaginata alla parola nuova, prima che la parola parlata la anticipi.”
La ragazzina non cerca solo creare un proprio nuovo mondo, capace di andare oltre la sopravvivenza. Cerca di leggere il proprio mondo con la libertà necessaria.
Non c’è, però, solo bisogno di libertà. C’è bisogno di una parola difficile da declinare: amore. Che comprende anche un altro lemma imprescindibile: cura. Lo ha scritto Adania Shibli poco meno di un anno fa, per il Festivaletteratura di Mantova, in un testo tradotto in italiano, peraltro, da una scrittrice che è stata qui appena due mesi fa. Claudia Durastanti. Per Adania, il linguaggio ha una “dimensione di intimità, fragilità e vulnerabilità a cui per esempio è abituato qualcuno che viene dalla Palestina”. Il linguaggio del potere, cioè, ha un livello di chiarezza così alto da essere un atto di violenza. “E’ il contrario dell’amore”, scrive Adania. “Amo la lingua e la tratto e mi ci rapporto come se fosse un essere vivente. Quando ami la lingua, puoi davvero permetterti di “usarla”? Immaginate di amare qualcuno e di dichiarare: “Ora ti userò”.” Ecco, ora continuo io assieme a lei: scriviamo, pratichiamo il linguaggio come possiamo praticare l’amore, negli interstizi, le crepe, i silenzi, gli inciampi, le cancellazioni, il dolore di un popolo sottoposto a un genocidio.
In un racconto di Sarah Ali, nell’antologia che citavo prima, il padre della protagonista le dice, con dolore più che con rabbia per gli alberi distrutti da un bulldozer israeliano, oltre dieci anni prima del genocidio, nelle guerre che avevano già lacerato Gaza.
“Mi senti? Erano 189, gli alberi di ulivo. Non erano 180. Non erano 181. E neanche 188. Erano 189 alberi di ulivo”.
Quei numeri non sono numeri. Sono la cura e l’appartenenza alla terra. Solo l’immaginazione, dunque la letteratura che è fatta di una pratica d’amore per il linguaggio, ci può consentire di vedere quei 189 alberi di ulivo. Non uno di più, neanche uno di meno.
(questo è il testo del mio intervento a commento della splendida lectio tenuta da Adania Shibli per l’edizione 2026 della Cattedra Virginia Woolf dell’Università per stranieri di Siena. L’immagine è un particolare della finestra dell’aula spirituale di Unistrasi)