Il primo papa proveniente dagli Stati Uniti si è tenuto ben lontano dai festeggiamenti del 4 luglio, che quest’anno celebravano un anniversario tondo, l’anniversario numero 250 dell’indipendenza della colonia dal Regno Unito. Papa Leone XIV aveva deciso, invece, di andare ai confini dell’Europa, di fronte alla costa settentrionale dell’Africa, proprio su quell’isola di Lampedusa divenuta il simbolo della migrazione e delle morti in mare. Il primo approdo per migliaia di migranti che intraprendono il pericoloso viaggio verso nord alla ricerca di una vita migliore.
Dopo aver visitato il piccolo cimitero dove sono sepolti i migranti morti nei naufragi nel Mediterraneo, Leone si è fermato sotto la Porta d’Europa, un monumento all’accoglienza affacciato sul mare. «Sono qui», ha dichiarato, «sulle orme di Papa Francesco, che ha scelto di recarsi a Lampedusa l’8 luglio 2013 per il suo primo viaggio ad limina come Successore di Pietro».
Collegando la sua visita al primo viaggio pontificio di Francesco, papa Leone non si è limitato a rendere omaggio al suo predecessore o a segnalarne la continuità. Si è schierato al fianco dei migranti che rischiano tutto, solo per andare incontro a persecuzioni e violenze in Europa e negli Stati Uniti.
Eppure il suo messaggio è andato anche ben oltre la solidarietà con i migranti. Al nostro cuore di tenebra. Come Francesco prima di lui, ha esortato l’umanità nel suo insieme — credenti e non credenti — a fare i conti sia con le nostre azioni che con le nostre omissioni. Tredici anni prima, dopo uno dei naufragi di migranti più mortali nel Mediterraneo, Francesco aveva condannato quella che definì la «globalizzazione dell’indifferenza». Leone è tornato sullo stesso terreno morale.
In effetti, nel primo anno di Leone sul soglio papale questo tema è stato il nucleo attorno al quale far girare il sistema solare del pontificato: la necessità dell’empatia come tratto distintivo della condotta sia personale che collettiva. Il brano evangelico scelto per Lampedusa è stata la parabola del Buon Samaritano, che rifiuta di passare oltre lo straniero ferito, il suo «prossimo», sulla strada che da Gerusalemme conduce a Gerico.
È proprio su quella strada — da Gerusalemme a Gerico, oggi soffocata dai posti di blocco militari israeliani — che è possibile osservare con più nettezza le questioni relative al pontificato di Leone. Il papa parla costantemente di pace. Ha ripetutamente menzionato Gaza e l’immensa sofferenza del popolo palestinese. Eppure non ha indicato Israele come responsabile, né ha usato la parola «genocidio». Le parole che Leone non pronuncia, parole che Francesco era al contrario pronto a pronunciare, sono diventate l’assenza determinante di questo capitolo del suo pontificato.
Pressione dal basso
Mentre nel corso dell’ultimo anno crescevano in tutta Italia le proteste di base contro l’assalto di Israele a Gaza — da scioperi nazionali e blocchi portuali a occupazioni studentesche e manifestazioni di massa, sino a gesti diffusi come l’esposizione di sudari dalle finestre di tutta Italia e le campane suonate a distesa per rompere il silenzio sul genocidio — è emerso nella società italiana uno scollamento sempre più evidente tra base e vertici delle organizzazioni di rappresentanza. Tra una base a disagio, sempre più pronta a manifestare il suo dissenso contro il genocidio di Gaza, e i vertici, che balbettavano o rimanevano in silenzio. Vi è una frattura parallela anche all’interno della Chiesa cattolica.
La questione è venuta alla luce prima dell’assemblea di maggio della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) a Roma, quando l’Associazione dei Sacerdoti contro il Genocidio – una rete di circa 3.000 membri del clero provenienti da 58 paesi fondata nel settembre 2025 – ha inviato una lettera aperta esortando i vescovi italiani ad abbandonare il loro linguaggio cauto su Gaza.
Sebbene l’associazione sia composta principalmente da parroci italiani, tra i suoi membri figurano anche due cardinali non italiani, otto arcivescovi italiani e 17 vescovi. Le donne consacrate non sono presenti, almeno ufficialmente, nonostante tra le suore cattoliche vi siano alcune delle voci più nette all’interno della chiesa italiana nel chiedere un intervento su Gaza.
«Chiediamo che dall’Assemblea Generale della CEI si levino parole più chiare, più profetiche e più concrete», si legge nella lettera. «Una parola che invochi un cessate il fuoco immediato e permanente. Una parola che invochi la fine dell’assedio di Gaza e l’ingresso libero e sicuro degli aiuti umanitari. Una parola che invochi il pieno riconoscimento dei diritti del popolo palestinese. Una parola che esorti il governo italiano a porre fine a ogni complicità militare, economica e diplomatica con le politiche di occupazione, apartheid e distruzione».
L’Associazione ha inoltre chiesto «l’impegno a lavorare per il bene di questa terra e di tutta l’umanità sulla base della nostra comune umanità», e ha avvertito che «le ambiguità dei governi, delle istituzioni e talvolta persino delle comunità cristiane rischiano di renderli complici».
L’appello riflette la crescente frustrazione per la retorica sempre più tiepida del Vaticano, in particolare dall’elezione di Papa Leone XIV. Sotto Francesco, il Vaticano aveva spesso messo a dura prova i rapporti con Israele parlando in modo più diretto delle sofferenze dei palestinesi e mantenendo stretti legami personali con la comunità cristiana assediata di Gaza. Leone ha continuato a invocare la pace, l’accesso umanitario e la fine delle sofferenze a Gaza, ma i riferimenti espliciti alla responsabilità israeliana sono diventati notevolmente più rari.
Alcune figure di spicco della Chiesa italiana si sono tuttavia spinte oltre. L’arcivescovo di Napoli, Mimmo Battaglia, ha condannato pubblicamente in termini diretti le azioni di Israele a Gaza. Eppure né Battaglia né alcun altro vescovo italiano di primo piano — compreso lo stesso Leone — le ha definite un genocidio, nonostante il termine sia stato adottato dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, dalle organizzazioni palestinesi, israeliane e internazionali per i diritti umani e da più di una dozzina di Stati.
Il cardinale Víctor Manuel Fernández ha parlato, molto di recente, in termini forti e inequivocabili della distruzione di intere città, dell’enorme numero di bambini uccisi e dell’impossibilità di utilizzare un termine come «guerra giusta», durante il suo discorso di apertura in occasione di un Consistorio straordinario in Vaticano il 26 giugno alla presenza di Papa Leone XIV. Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e argentino come Papa Francesco, il cardinale Fernández ha pronunciato il discorso introduttivo, sottolineando che «la distruzione di intere città non può essere considerata un’azione difensiva proporzionata». A questo proposito, ha citato «l’enorme sproporzione degli interventi militari a Gaza e nel Libano meridionale», ricordando «l’enorme numero di bambini uccisi (con un tasso molto più elevato rispetto ad altri paesi in guerra) e il numero di abitazioni bombardate», che «ci consentono», ha sottolineato il cardinale, «di parlare di distruzione totale». «Eppure», ha proseguito, «sia nelle azioni della Russia che nel coinvolgimento degli Stati Uniti nelle guerre in Medio Oriente, la giustificazione è sempre una qualche forma di autodifesa».
Tale cautela segna una svolta rispetto all’approccio che Francesco aveva introdotto e seguito sino alla fine. Già ben prima del 7 ottobre, le tensioni tra il Vaticano e Israele si erano approfondite, alimentate da annose controversie sullo status giuridico e fiscale delle istituzioni e delle proprietà cattoliche a Gerusalemme, oltre che dai gesti di solidarietà sempre più pubblici di Francesco nei confronti dei palestinesi. Durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa del 2014, Francesco fece una sosta non programmata presso il muro di separazione israeliano a Betlemme, dove appoggiò la fronte e la mano sul pannelli prefabbricati di cemento accanto a un graffito con la scritta «Free Palestine». Dettaglio di non poco conto, in quella visita pastorale, il papa aveva peraltro viaggiato in elicottero tra Betlemme e Gerusalemme, evitando di passare attraverso il muro di separazione israeliano lungo il percorso tra le due città che erano state per sempre unite, anche nella proposta di partizione dell’Assemblea Generale dell’Onu del 29 novembre 1947. Il corpus separatum di Gerusalemme comprendeva, infatti, la cintura delle cittadine e dei paesi attorno, Betlemme compresa.
Dopo l’inizio dell’offensiva israeliana su Gaza, Francesco avrebbe cominciato a chiamare la Chiesa della Sacra Famiglia di Gaza City ogni sera alle 19:00 fino a poco prima della sua morte, parlando con il parroco e i membri della comunità cristiana che si erano rifiutati di abbandonare il complesso ecclesiastico e la stessa Striscia di Gaza.
Come Papa Francesco, anche il cardinale Pierbattista Pizzaballa, da anni Patriarca latino di Gerusalemme, il francescano italiano che ha trascorso più di tre decenni in Terra Santa, aveva inasprito le sue critiche anche prima del 7 ottobre, profilandosi poi con il tempo, e sempre di più, come uno dei critici più acuti di Israele all’interno della Chiesa.
Pizzaballa ha, per esempio.,ripetutamente denunciato la violenza dei coloni sostenuta dallo Stato di Israele contro le comunità cristiane palestinesi nella Cisgiordania occupata. Ha visitato villaggi cristiani come Taybeh che sono stati oggetto di ripetuti attacchi ,e ha criticato le crescenti restrizioni imposte da Israele alla libertà di movimento dei palestinesi. In seguito all’uccisione della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh nel maggio 2022, ha anche condannato la violenza della polizia israeliana contro i partecipanti al funerale durante il corteo funebre a Gerusalemme.
«Attaccare i partecipanti al corteo funebre, colpirli con i manganelli, usare lacrimogeni, sparare proiettili di gomma, spaventare i pazienti dell’ospedale, costituisce una grave violazione delle norme e dei regolamenti internazionali, compreso il diritto umano fondamentale: la libertà di religione, che deve essere rispettato anche in uno spazio pubblico», aveva allora affermato in una dichiarazione letta all’ospedale Saint Joseph, teatro degli attacchi dei corpi di sicurezza israeliani a chi portava la bara della più importante giornalista di Al Jazeera.
Il genocidio di Gaza, tuttavia, ha segnato una svolta. Dopo quattro visite nella Striscia durante il conflitto, il linguaggio di Pizzaballa è diventato progressivamente più esplicito, culminando in una lettera pastorale pubblicata ad aprile scorso. «C’è una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato», ha scritto. «Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto per la giustizia e la verità.»
Il patriarca di Gerusalemme ha ribadito questa distinzione in dichiarazioni successive, diventando così una delle voci più chiare all’interno dell’alta gerarchia cattolica nel riconoscere l’asimmetria fondamentale che caratterizza il dominio di Israele sui palestinesi.
La fine dell’eccezionalità cristiana
Nel novembre 2025, un documento ecumenico sottoscritto dalle 13 denominazioni che compongono il cristianesimo palestinese ha invocato il kairòs — termine greco che indica un momento decisivo che richiede un’azione. Rivolto alla Chiesa mondiale, il documento esorta i cristiani a difendere non solo i fedeli palestinesi, ma il popolo palestinese nel suo insieme.
L’appello è giunto in un momento critico. Gli israeliani ebrei di destra e nazionalisti religiosi prendono di mira da tempo chiese, clero, pellegrini e istituzioni cristiane a Gerusalemme Est e nella Cisgiordania occupata. Tuttavia, la recente intensificazione degli attacchi indica un cambiamento più ampio all’interno della destra israeliana, in particolare nel movimento dei coloni: l’erosione di un informale eccezionalismo a lungo concesso ai cristiani.
Durante la Marcia delle Bandiere nella cosiddetta Giornata di Gerusalemme di quest’anno, i suprematisti e nazionalisti israeliani ebrei hanno aggredito palestinesi nel quartiere cristiano della Città Vecchia, mentre sono diventati virali i video di manifestanti che sputavano verso un santuario dedicato alla Vergine Maria. Dall’ascesa al potere e alla dimensione mediatica di figure dell’estrema destra sionista religiosa come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich nel 2022, la distinzione che i precedenti governi israeliani un tempo tracciavano tra palestinesi cristiani e musulmani — spesso favorendo i primi — è in gran parte scomparsa.
Per la leadership nazionalista-religiosa di Israele, la priorità assoluta è la giudaizzazione della terra tra il fiume e il mare, comprese le città e i villaggi cristiani palestinesi in Cisgiordania e a Gaza, e ovviamente Gerusalemme est. In tutto il Territorio palestinese occupato, insomma. Riconoscere la presenza storica del cristianesimo in Terra Santa non è più considerato una necessità strategica, né lo è preservare il turismo religioso e l’imponente apporto finanziario che i pellegrinaggi rappresentano per Israele. Le successive guerre di Israele e il genocidio a Gaza hanno reso i pellegrinaggi sempre più insostenibili, spingendo molti cristiani a scegliere destinazioni come la Grecia, la Turchia o la Spagna al posto della Terra Santa.
Con l’intensificarsi delle critiche da parte dei leader ecclesiastici, Israele ha cercato di ricucire i rapporti con il cristianesimo mondiale. Ad aprile ha nominato George Deek — cittadino palestinese di Israele e diplomatico di carriera — come “nviato speciale” presso il mondo cristiano, con l’incarico di «approfondire i legami di Israele con le comunità cristiane di tutto il mondo». » Tuttavia, il messaggio pubblico di Deek è rivolto meno ai cristiani palestinesi e in misura preponderante al pubblico dei cristiani in occidente. Deek ha descritto Israele come il «custode dei luoghi santi» e «l’avamposto del mondo occidentale», legato all’Europa da «radici giudaico-cristiane» condivise.
Quelle dichiarazioni sono giunte solo pochi giorni dopo che le autorità israeliane avevano imposto una chiusura record di 40 giorni dell’Haram Al-Sharif durante il Ramadan e l’Eid Al-Fitr, e avevano limitato l’accesso dei fedeli cristiani alla Basilica del Santo Sepolcro in occasione della Pasqua. Sia per le comunità musulmane che per quelle cristiane palestinesi di Gerusalemme, queste misure hanno rafforzato l’idea che la libertà religiosa non possa essere difesa in modo selettivo, privilegiando una fede rispetto a un’altra.
Se la missione di Deek avrà successo da qualche parte, probabilmente sarà in Italia. Il Paese non è solo il cuore geografico del cattolicesimo mondiale per la presenza della sede pontificia, ma, con la presidente del consiglio Giorgia Meloni, è anche un avamposto chiave dei valori dell’estrema destra europea, in particolare dopo la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria. Eppure, persino Meloni, il cui governo si è generalmente allineato sia con Benjamin Netanyahu che con Donald Trump, ha recentemente preso posizione contro entrambi i leader, dato il deterioramento delle relazioni tra Israele e la gerarchia cattolica.
Ha criticato pubblicamente le autorità israeliane dopo che al cardinale Pizzaballa e al Custode di Terra Santa, Francesco Ielpo, è stato impedito l’accesso alla Basilica del Santo Sepolcro. Ha inoltre rimproverato Trump per i suoi attacchi verbali a Papa Leone XIV. Nel loro insieme, questi scontri hanno messo in luce le tensioni all’interno di quella che sembrava essere una solida alleanza transatlantica di destra.
Agendo come capo di una Chiesa universale impegnata per la pace piuttosto che per i blocchi geopolitici, Papa Leone ha destabilizzato quell’allineamento. Rispondendo a Trump ad aprile, ha dichiarato: «Non ho paura», affermando che la Chiesa avrebbe continuato a parlare con la propria voce, indipendentemente dal fatto che quella voce fosse ben accolta a Washington o a Tel Aviv.
I predecessori di papa Leone, Giovanni Paolo II e Francesco, avevano spesso esortato i fedeli a non avere paura. Leone ha fatto propria questa frase. Parlando in prima persona, si è assunto la responsabilità di confrontarsi con gli attori politici più potenti del mondo, pur senza arrivare ad adottare il linguaggio di Francesco su Gaza.
Se tale cautela perdurerà ora dipende dal popolo della Chiesa. Dai cristiani palestinesi che invocano il kairòs, ai sacerdoti di tutto il mondo, e in particolare italiani, che chiedono ai vescovi di esprimersi con maggiore chiarezza, a figure come Pizzaballa che insistono nel denunciare l’asimmetria tra occupante e occupato, la pressione proviene sempre più dal basso. Leone ha fatto dell’empatia il fulcro morale del suo pontificato. Ora la domanda è se questa sua posizione, così chiara, lo spingerà a pronunciare le parole che il suo predecessore era disposto a dire.
Nell’immagine di Vatican Media center, il papa a Lampedusa, sugli scogli accanto alla Porta d’Europa
Il testo (qui in versione integrale con alcune brevi aggiunte) è stato pubblicato da +972mag.